N. 5270/2001

Reg. Dec.

N. 6462-6562

Reg. Ric.

ANNO 1999

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) ha pronunciato la seguente

DECISIONE

sui ricorsi in appello nn.6462 e 6562 del 1999, proposti, rispettivamente, da:

1° (ric. n. 6462/99) = E.N.I. S.p.a. (che ha incorporato per fusione l’AGIP S.p.a), in persona del Direttore generale, legale rappresentante in carica, Ing. Luciano Sgubini, rappresentata e difesa dall’Avv. Lucio Iannotta, con domicilio eletto presso lo studio del medesimo, in Roma, via Cola di Rienzo, 111

e

2° (ric. n. 6562/99) = ENTERPRISE OIL ITALIANA S.p.a. (già Enterprise Oil Exploratio Ltd) in persona dell’Amministratore delegato, legale rappresentante in carica, ing. Peter Kallos, con sede legale in Roma, via dei Due Macelli 66, rappresentata e difesa dall’Avv. Fabrizio Pietrosanti, con domicilio eletto presso il suo studio, in Roma, Viale Bruno Buozzi, n. 47

entrambi gli appelli

contro

l’Ente Parco Nazionale del Pollino, in persona del Presidente , legale rappresentante in carica, Sig. Mauro Tripepi, rappresentato e difeso dall’Avv. Giuseppe Abbamonte, con domicilio eletto presso lo studio del medesimo, in Roma, via G. G. Porro, 8

e la Regione Basilicata, in persona del Presidente in carica della Giunta Regionale

e nei confronti

(limitatamente al ricorso n. 6562/99) dell’E.N.I. S.p.a. (successore della AGIP S.p.a.), come sopra rappresentata, difesa e domiciliata;

con l’intervento ad opponendum

dell’Associazione Italiana per il Word Wide Found for Nature – Onlus, in persona del legale rappresentante in carica, rappresentata e difesa dall’Avv. Alessio Petretti, con domicilio eletto presso lo studio del medesimo, in Roma, via degli Scipioni, 268/A

per l'annullamento

della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Basilicata 13 maggio 1998 n. 144, non notificata, che ha deciso, respingendoli, i ricorsi riuniti nn. 771/96 e 772/98, proposti rispettivamente dalla Enterprise Oil Exploration Ltd e da Agip S.p.a., per l’annullamento dei provvedimenti con i quali l’Ente Parco Nazionale del Pollino aveva negato autorizzazione allo svolgimento di ricerche geofisiche nel territorio del Parco medesimo.

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione nei giudizi, delle parti appellate e dell’interveniente ad opponendum;

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore, alla pubblica udienza del 4 maggio 2001, il Consigliere Chiarenza Millemaggi Cogliani; uditi, altresì, l’avv. Iannotta, l’avv. Petretti e l’avv. Di Lorenzo per delega dell’avv. Abbamonte;

Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue:

F A T T O

1. Con sentenza n. 144 del 13 maggio 1998, il Tribunale Amministrativo Regionale della Basilicata - riuniti i ricorsi proposti dalla allora Soc. Enterprise Oil Exploration Ltd, e dall’AGIP S.p.a. (rubricati ai nn. 771 e 772 del 1996), rispettivamente contro i provvedimenti 4 luglio 1996 n. 69 e 70 con cui sono state respinte la richiesta di nulla osta avanzata dalla Enterprise Oil ad effettuare ricerche geofisiche di tipo “sismica a riflessione” e di tipo magnetotellurica” ed il provvedimento n. 71 in pari data con il quale è stata negata all’AGIP l’autorizzazione ad eseguire prospezioni geofisiche nel territorio del Parco ed estromesso dal giudizio l’Ente Parco, per mancata dimostrazione dello jus postulandi, ha dichiarato improcedibili per sopravvenuta carenza di interesse la censure dedotte con i ricorsi introduttivi, in quanto rivolti avverso provvedimenti dell’Ente Parco definitivamente superati dalla successiva deliberazione del Consiglio direttivo 24 novembre 1997, ed ha respinto i motivi aggiunti proposti avverso quest’ultima deliberazione dagli interessati, nei rispettivi giudizi, sulla considerazione che, in forza del carattere primario della tutela ambientale nel regime speciale e differenziale del Parco, l’effettuazione di un’attività che non si esaurisce in un ambito territoriale circoscritto, e che, al contrario, riguarda ampi e delicati settori dell’area protetta, senza avere parametri temporali definiti e definibili, in forza, fra l’altro delle sue connotazioni, non possa essere valutata adeguatamente sotto il profilo della vulnerazione dei beni protetti se non a seguito della complessa attività conoscitiva e di valutazione tecnico-discrezionale che preside alla formazione del piano del parco e del regolamento.

2. Avverso l’anzidetta sentenza hanno proposto separati appelli l’E.N.I. S.p.a. (che, nel frattempo ha incorporato, per fusione, l’AGIP S.p.a.) e l’Enterprise Oil Italiana S.p.a. (già Enterprise Oil Exploration Ltd).

Entrambe le appellanti contestano la declaratoria di improcedibilità, sulla considerazione della natura meramente confermativa della successiva deliberazione.

Sostanzialmente coincidenti sono poi, quanto, al merito, le censure dedotte.

Evidenziata l’erroneità dei presupposti da cui muove la sentenza appellata, sia per ciò che concerne l’interpretazione del D.P.R. 10 novembre 1993, sia per quanto riguarda il quadro normativo che disciplina l’attività di ricerca degli idrocarburi, in relazione all’ordinamento comunitario e specificamente con riferimento alla situazione di diritto e di fatto delle richiedenti, già destinatarie di provvedimenti vincolanti ed inoppugnabili, le appellanti sottopongono a censura, con riferimento a ciascuno degli argomenti su cui poggia la motivazione, il procedimento logico in base al quale il giudice di primo grado è pervenuto alle sue conclusioni e ripropongono in questa sede le censure originarie, deducendo moti di appello che consistenti, complessivamente:

a) per l’ENI, nella violazione dell’obbligo di procedere e di provvedere e del dovere di prendere seriamente, adeguatamente e compiutamente in considerazione le istanze dei soggetti dell’ordinamento, per di più allorché gli stessi siano portatori di interessi primari, quale è quello alla ricerca di idrocarburi; violazione delle norme e dei principi di cui alla legge 241 che tali obblighi e doveri sancisce; difetto assoluto di motivazione e giustificazione; errore sui presupposti e travisamento dei fatti per avere trattato un’attività di ricerca alla stregua di un’attività estrattiva, senza quindi tenere in alcun conto gli elaborati tecnici allegati all’istanza che illustrano chiaramente i caratteri dell'attività che si intende realizzare; rifiuto di conoscere la realtà relativa alla esistenza di idrocarburi nel sottosuolo del Parco e conseguente assunzione di conclusioni prive di base reale; nonché violazione della normativa nazionale relativa al parco ed, in generale alla ricerca degli idrocarburi, con precipuo riferimento agli obblighi comunitari;

. b) per la Soc. Enterprise Oil, nella violazione di legge (L. 6 dicembre 1991 n. 394, art. 6, comma 4, 11, comma 3 lett. a), 13 comma 1; D.P.R. 15 novembre 1993, istitutiva dell’Ente Parco nazionale del Pollino, art. 1 comma 6, Allegato A, artt. 3-7; D.P.R. 18 aprile 1994 n. 526, contenete il regolamento v.i.a. relativa alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi; D.Lgs. 25 novembre 1996 n. 625, di attuazione della direttiva 94/22//CEE, artt. 2, comma 1, 14 comma 5; L. 15 marzo n. 59); nonché eccesso di potere per disparità di trattamento, carenza di istruttoria, mancato esame di documentazione, erroneità dei presupposti, difetto di motivazione.

Entrambe le appellanti concludono quindi per la riforma della sentenza appellata nel senso dell’accoglimento dei rispettivi ricorsi di primo grado e consequenziale annullamento dei provvedimenti impugnati.

3. Nei giudizi si è costituito l’Ente Parco del Pollino resistendo all’appello ed ha spiegato intervento oppositivo l’Associazione Italiana per il Word Wide Found for Nature – Onlus.

Successivamente la causa, chiamata alla pubblica udienza del 4 maggio 2001, è stata trattenuta in decisione.

D I R I T T O

1. I due appelli devono essere riuniti per essere decisi in unico contesto, essendo relativi alla medesima sentenza.

Oltre tutto, gli interessi portati in giudizio sono, ancorché divisibili, del tutto coincidenti, come pure lo sono, sostanzialmente, le censure dedotte.

2.1 Le questioni portate all’esame della Sezione riguardano il diniego opposto dall’Ente Parco del Pollino all’attività di ricerca per la quale hanno chiesto autorizzazione le società appellanti (ovvero le loro danti causa).

Come fatto rilevare dall’E.N.I. nel proprio ricorso di appello, la Sezione ha avuto occasione di occuparsi di analoghi problemi con la decisione 637 del 14 maggio 1999, avente ad oggetto diniego di autorizzazione al eseguire prospezioni geofisiche con linee sismiche ed esplosivo all’interno del Parco della Maiella, opposto all’AGIP con provvedimento annullato dal Tribunale Amministrativo Regionale per l’Abruzzo con sentenza n. 221/98, confermata, con la citata decisione di appello.

Ci si trova ora, infatti, a trattare di dinieghi di autorizzazione per analoga attività.

2.2. In particolare, l’attività per la quale l’AGIP (cui ora è subentrata l’ENI) ha fatto domanda di autorizzazione, si inserisce nel quadro dei permessi di ricerca idrocarburi denominate Monte Rossino e Castelsaraceno, rilasciati dal Ministro dell’industria, di concerto con il Ministro dell’ambiente, sentite le Regioni interessate e previo parere del comitato tecnico idrocarburi con decreti dell’11 luglio 1994 e del 2 novembre dello stesso anno; tali permessi interessano, fra l’altro, i territori di alcuni Comuni rientranti nell’area del Parco del Pollino ed hanno conseguito, per il resto, tutte le necessarie autorizzazioni.

L’attività, per la quale è stata chiesta e negata l’autorizzazione in contestazione, consiste in ricerche geofisiche, in una parte del territorio del Parco nazionale del Pollino, secondo la metodologia sismica a riflessione. Stando alla documentazione in atti, essa consiste nella rilevazione, in un breve lasso di tempo, con appositi sensori (detti “geofoni”), di dimensioni di circa cm 15, delle onde sonore provocate dallo scoppio di piccole cariche di esplosivo, collocate sul fondo di pozzetti della profondità massima di circa mt.30 e del diametro di pochi centimetri; lo scoppio non dà luogo ad emissioni di gas nell’atmosfera o di detriti e provoca vibrazioni, soltanto a qualche metro di distanza, di scarso rilievo (paragonabili a quelle prodotte dal passaggio di un autocarro).

I macchinari da utilizzare per la perforazione dei pozzetti è previsto che siano montati su trattore, per il trasporto sulla rete viaria, oppure che siano trasportati da un elicottero, per evitare l’attraversamento dei boschi.

Le ricerche non comportano movimenti di terra, taglio di piante, scarichi di acqua, modificazioni idrogeologiche, lacerazioni del sottobosco, attività estrattiva ed a conclusione delle attività è previsto il ripristino anche degli spazi interessati dagli interventi, con lo sgombero delle aree, il riempimento dei fori e quant’altro.

2.3. La Soc. Enterprise Oil fa parte del gruppo Enterprise, attivo nella ricerca e coltivazione di idrocarburi in varie parti del mondo, fra cui l’Europa ed ha conseguito, in Italia il permesso di ricerca convenzionalmente denominato “Torrente Frido” con decreto interministeriale 30 ottobre 1995 n. 204, con cui pure la società è stata nominata rappresentante unico, nei rapporti con la PA e con i terzi delle altre cointestatarie del permesso in questione.

La stessa ha chiesto autorizzazione per ricerche geofisiche secondo la metodologia “sismica a riflessione” analoghe a quelle di cui alla richiesta AGIP ed, inoltre, autorizzazione all’effettuazione della ricerca secondo la metodologia “magnetotellurica”.

Quest’ultima metodologia consiste nella misurazione di variazioni di resistività del sottosuolo profondo, attraverso la registrazione passiva, in superficie, di dati elettromagnetici maturali, originate da correnti indotte nel sottosuolo a causa dell’impatto del vento solare con la superficie terrestre. All’anzidetta misurazione si perviene mediante piccole stazioni mobili ubicate ad intervalli di circa Km 1 o 1,5 l’una dall’altra, collegate fra di loro da cavi distesi sul terreno secondo direttrici compatibili con la tecnica ed i luoghi. Per i fini anzidetti è stata prevista la collocazione, nel territorio del Parco (nella zona 2, a minore tutela ambientale), di circa 70 stazioni e di cavi lungo 4 direttrici.

Anche tale metodologia come la prima nulla ha a che vedere con l’apertura o la coltivazione di cave o miniere.

2.4. Alle domande degli interessati l’Ente Parco ha opposto dapprima il proprio diniego con tre distinti provvedimenti (nn.69, 70 e 71, tutti in pari data), impugnati prontamente con separati ricorsi, come ricordato in narrativa.

Successivamente nel corso del giudizio, è stata adottata la deliberazione unitaria n. 289 del 24 novembre 1997, con la quale il Consiglio direttivo dell’Ente ha confermato i precedenti dinieghi, impugnata da entrambe le parti ricorrenti con motivi aggiunti sostanzialmente riproducenti i motivi originari.

3. Al riguardo è dato rilevare che il dato meramente formale della “riapertura dell’istruttoria” in corso di causa, con successiva audizione dei rappresentanti delle società istanti, e nuova sommaria relazione del Direttore Ing. Formica, con adozione di provvedimento del Consiglio direttivo riproduttivo dei dinieghi, appaiono intesi a superare il vizio di incompetenza dedotto dalla Soc. Enterpreprise Oil, ma sono non idonei ad esprimere alcun contenuto novativo al comportamento dell’Ente Parco.

Al contrario, come rilevato dalle parti appellanti, la deliberazione in questione, priva di motivazione, si configura, per i profili sostanziali, alla stregua di una mera convalida delle precedenti determinazioni, delle quali, indipendente dal formale riferimento al “riesame” delle domande delle società interessate, si limita a confermare il contenuto.

Peraltro, come pure posto in evidenza dagli appellanti, la tempestiva proposizione di motivi aggiunti e la loro coincidenza con gli originari motivi di impugnazione, rende la questione di scarso interesse, processuale e sostanziale, nell’economia della controversia in esame.

4. Rilevante è, al contrario il comportamento dell’Ente Parco che, tanto in occasione della adozione degli originari provvedimenti negativi, quanto con la successiva determinazione del Consiglio direttivo, si è attestato sulla tesi del radicale divieto, nelle more del varo del regolamento e del piano del parco, di attività in astratto considerate potenzialmente rischiose per l’ambiente e l’habitat del parco medesimo, senza alcun approfondimento istruttorio specifico e senza alcuna verifica comparativa, in concreto, degli interessi in giuoco.

Tale modo di procedere, condiviso dal giudice di primo grado si pone però in contrasto con il complesso normativo che disciplina le aree protette e, specificamente, il Parco Nazionale del Pollino (istituito con D.P.R. 15 novembre 1993), il quale, per ciò che concerne l’attività di ricerca della quale si tratta, deve essere interpretato ed applicato in coordinata lettura con le disposizioni nazionali e comunitarie che assegnano rango di primario interesse alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, nel rispetto dei limiti previsti delle discipline generali e speciali vigenti in materia di tutela dell'ambiente terrestre, marino e costiero.

Con la citata decisione n. 637/99 la Sezione ha avuto modo di chiarire come, nel quadro normativo derivante dalla legge quadro n. 394 del 1991 ed in quello specifico del territorio interessato dagli interventi (nel caso, il Parco nazionale della Maiella), l’attività di ricerca di idrocarburi non rientrasse fra quelle senz’altro inibite dalla normativa di salvaguardia..

Il medesimo percorso interpretativo è stato invero seguito, nel caso in esame - concernete il distinto Parco nazionale del Pollino - dal Tribunale Amministrativo Regionale della Basilicata che è pervenuto, tuttavia a conclusioni opposte, che non possono essere condivise.

L’Allegato A al D.P.R. 15 novembre 1993 istitutivo del Parco di cui si tratta, in cui sono contenute le misure di salvaguardia (da applicare fino all’approvazione del Regolamento del parco), suddivide provvisoriamente (fino all’adozione del piano) il relativo territorio in due ambiti (zona 1 e zona 2) a secondo del grado di antropizzazione (art. 1), pone taluni divieti di carattere generale (art. 3) fra cui quello relativo al disturbo della fauna selvaggia e al danneggiamento della flora spontanea (art. 3 lett. a e b) e maggiori divieti specifici relativi alla zona 1 (art. 4); introduce infine un regime autorizzatorio generale e regimi autorizzatori specifici per la zone 1 e 2 (artt. 5, 6 e 7).

La tesi sviluppata in sentenza è nel senso della tassatività dell’elenco delle attività sottoposte a regime autorizzatorio; l’esigenza di integrare il meccanismo dei divieti nominativi con il divieto di carattere generale di tutte le ulteriori attività le quali producano l’effetto dannoso del danneggiamento o del disturbo della flora e della fauna, indurrebbe a una esegesi rigorosamente aderente al dato testuale, che non consentirebbe, in assenza di regolamento, di ampliare lo spettro delle attività consentite o di introdurre deroghe al regime dei divieti.

Non si è avveduto, il giudice di primo grado che, al di là di ogni ragionevole dubbio, le nozioni di “disturbo” e di “danneggiamento” alla fauna ed alla flora - a differenza di quelle descrittive di attività vietate, individuate specificamente – non hanno inteso attribuire all’Autorità del parco un illimitato ed assoluto potere di vietare una qualsiasi attività non compresa fra quelle espressamente vietate, ma ha piuttosto stabilito un criterio per la valutazione di quelle autorizzabili, con ciò definendo anche la possibilità di introdurre, con l’autorizzazione, prescrizioni e vincoli inerenti alle modalità operative e di esaminare e comparare, in relazione a tutte le fattispecie, l’interesse pubblico specifico con gli altri interessi tutti egualmente rilevanti per l’ordinamento.

Tali nozioni hanno, dunque, un valore ed una portata relativi e non anche assoluti, in quanto, come è stato fatto osservare, qualunque tipo di attività è di per sé idonea ad arrecare disturbo alla fauna selvatica e danneggiamento alla flora, tanto che si tratti di attività libera quanto che si tratti di attività soggetta ad autorizzazione.

Ragionevolmente fanno rilevare gli appellanti che sarebbe altrimenti incomprensibile che all’interno della “zona 1” possano essere autorizzati interventi di natura permanete di rilevante impatto, sia nel corso della loro realizzazione che successivamente, le quali sono certamente in grado di per sé ad arrecare notevole disturbo alla fauna e danneggiamento alla flora, sicché risulta evidente che (a meno di non svuotare di tenuto il regime autorizzatorio), il divieto di carattere generale contenuto nella normativa di salvaguardia (ove non voglia porsi in contraddittorietà insanabile con il regime delle autorizzazioni) inerisca piuttosto alle modalità di attuazione ovvero alle cautele ed alle prescrizioni che l’Autorità del Parco avrà il potere di imporre affinché le attività autorizzate non arrechino disturbo o danneggiamento.

Del pari incomprensibile risulterebbe la possibilità (pure prevista dalle norme di salvaguardia) di autorizzare l’uso di materiale esplosivo ed il sorvolo di velivoli.

Alla stregua delle regole generali, la nominativa elencazione di attività autorizzabili, non sempre impone una interpretazione tassativamente corrispondente al dato letterale, come preteso dal giudice di primo grado.

In un sistema – quale è quello concepito dal citato allegato A – che si compone di un articolata elencazione nominativa di attività vietate ed altre autorizzabili, in funzione di salvaguardia, deve ritenersi che siano le prime ad essere tassative, in forza della aprioristica valutazione negativa insita nella loro individuazione.

Le attività suscettibili di autorizzazione implicano, invece, una diversa e contraria valutazione di meritevolezza degli interessi di cui costituisco espressione, tratta dalla rilevanza che gli stessi assumono nell’ordinamento, così da non potere essere sacrificati, ma di richiedere il confronto e la comparazione con l’interesse alla cui tutela è preposto il regime autorizzatorio.

La loro elencazione non esaurisce, ordinariamente, la gamma degli interessi suscettibili di analoga comparativa valutazione.

Cosicché può affermarsi che, anche in presenza di una puntuale elencazione, l’autorizzabilità di un’attività non specificamente vietata può e deve desunta estensivamente o anche analogicamente, ogni qual volta ne sia consentito il confronto con quelle nominativamente indicate, in termini di rilevanza per l’ordinamento, di equiparabilità sul piano dell’impatto ambientale con quelle espressamente indicata, e, quindi, di sostanziale compatibilità con l’interesse salvaguardato.

Deve dunque essere confermato, anche con riguardo al D.P.R. D.P.R. 15 novembre 1993 istitutivo del Parco del Pollino, l’orientamento espresso con la più volte citata decisione n. 637 del 1999, nel senso che il quadro complessivo delle disposizioni contenute nella legge quadro (L. 6 dicembre 1991 n. 394) e nelle misure di salvaguardia specificamente inerenti alla zona protetta della quale si tratta (all. A al decreto citato) dimostra che, per quanto concerne le attività non analiticamente vietate, l’Amministrazione in sede di autorizzazione ed in assenza di misure regolamentari, è chiamata ad esprimere una verifica tecnico-discrezionale circa l’armonizzabilità dell’intervento proposto con i valori ambientali, legislativamente enucleati ed in merito alla praticabilità di soluzioni alternative che, in un’ottica collaborativa, consentano la conciliazione dei contrapposti interessi.

E’ stato anche osservato dalla Sezione che – sebbene l’interesse pubblico alla ricerca degli idrocarburi si presenta cedevole rispetto ai valori ambientali – esso riveste tuttavia un carattere primario, come è ampiamente rilevabile dalla normativa che la disciplina, anche in attuazione di un preciso disegno comunitario – cosicché il diniego allo svolgimento di attività funzionale all’interesse medesimo costituisce una soluzione estrema alla quale è possibile ricorrere soltanto ove non siano percorribili, anche con l’apporto collaborativo dell’Ente Parco, strade capaci di coniugare il complesso dei valori tutelati.

Al contrario, i provvedimenti impugnati (ivi compresa la determinazione rivestita da ultimo della forma della deliberazione consiliare) si attestano sulla tesi di un radicale divieto, nelle more del varo del regolamento e del piano del parco, di attività in astratto considerate potenzialmente rischiose per l’ambiente e l’habitat del parco, senza alcun approfondimento istruttorio neanche nella fase successiva (nel corso del giudizio di primo grado), in cui non si rinviene alcun elemento di novità, né per quanto concerne l’apporto tecnico del quale il Consiglio si è avvalso, né per ciò che riguarda l’aspetto valutativo di competenza dell’organo collegiale.

Particolarmente significative al riguardo appaiono la relazione del Direttore Annibale Formica che ha liquidato con poche righe, neanche particolarmente significative, sia l’incontro con i rappresentanti delle Società, sia le relative conclusioni.

La formula adoperata nella relazione della Commissione tecnico-consultiva dell’Ente, che sostituisce invero l’atto originariamente recepito dal Consiglio su cui si fondano tanto i primitivi provvedimenti, quanto il successivo, si esprime nel senso che il parere sfavorevole è indotto in quanto le iniziative di ricerca sono “finalisticamente e trutturalmente incompatibili con la politica dell’Ente Parco, le cui linee guida, sia pure protese a favorire lo sviluppo anche economico delle popolazioni del Parco, devono porsi quali parametro di riferimento, l’insieme delle risorse ambientali e naturalistiche esistenti. La ricerca proposta lascia emergere, al contrario, una netta opposizione ed una chiara incompatibilità con nelle stesse misure di salvaguardia fissate nel D.P.R. istitutivo dell’Ente Parco, che non sembrano lasciare spazio alcuno a ricerche fortemente caratterizzate da una marcata finalità estrattiva”.

Le riportate conclusioni evidenziano il carattere aprioristico dello sbarramento imposto, accompagnato dal pregiudizio derivante dalla ritenuta “finalità estrattiva”.

Emerge cioè, chiaramente e per tabulas , che non tanto la ricerca in sé e le modalità operative si è inteso precludere quanto contraria alla politica del Parco, quanto piuttosto il remoto ed indiretto perseguimento delle finalità estrattive, nelle quali si è in definitiva fatto risiedere il paventato evento di pericolo.

Ed è questo, nella sostanza, anche il tema sul quale maggiormente si incentrano gli argomenti dell’interveniente Associazione ambientalista.

Occorre precisare al contrario che l’attività di ricerca degli idrocarburi assume ex se una valenza autonoma nella normativa interna e comunitaria che la governa, cosicché anche tale solo inciso appare indicativo dell’eccesso di potere da cui sono affetti i provvedimenti impugnati.

Ma ancor più rilievo assumono la mancanza di specifiche e puntuali indagini in ordine agli ambiti territoriali interessati dagli interventi e l’assenza di ogni e qualsiasi apporto collaborativo in ordine alla individuazione di linee operative e modalità di intervento compatibili con l’equilibrio ambientale e faunistico.

5. Sulla base delle considerazioni che precedono, gli appelli devono dunque essere accolti, con consequenziale annullamento dei provvedimenti impugnati, in riforma della sentenza appellata.

In considerazione della complessità della questione e della natura degli interessi coinvolti, possono essere interamente compensate fra le parti le spese dei due gradi del giudizio.

P. Q. M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando, riunisce gli appelli in epigrafe, li accoglie e per l’affetto, in totale riforma della sentenza 13 maggio 1998 n. 144, del Tribunale Amministrativo Regionale della Basilicata, accoglie i ricorsi nn. 771/96 e 772/98 proposti dagli attuali appellanti davanti al suddetto Tribunale ed annulla i provvedimenti impugnati con gli atti introduttivi dei giudizi di primo grado e con i motivi aggiunti;

Compensa interamente fra le parti le spese dei due gradi del giudizio;

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, addì 4 maggio 2001, dal Consiglio di Stato in s.g. (Sez. VI) riunito in camera di consiglio con l'intervento dei seguenti Magistrati:

Giovanni RUOPPOLO PRESIDENTE

Sergio SANTORO CONSIGLIERE

Luigi MARUOTTI CONSIGLIERE

Chiarenza MILLEMAGGI COGLIANI CONSIGLIERE, EST.

Pietro FALCONE CONSIGLIERE

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