IL SACCO DELLA BASILICATA

 

Paradossalmente, mentre la Basilicata può essere considerata una delle regioni più ricche, la popolazione lucana non è certamente ricca e rientra nella media di quei parametri negativi di sviluppo che connotano le regioni del Sud.

E’ sicuramente una regione ricca se consideriamo la superficie boscata che alimenta in modo sensibile l’industria del legno (ma non lucana), la capacità del propri invasi (più di 900 milioni di metri cubi) assieme alla quantità ed alla grande qualità delle acque, la straordinaria bellezza naturalistica ed ambientale delle sue montagne, i tanti monumenti storico-culturali da Metapontum al parco letterario Isabella Morra fino alle splendide e ben conservate opere federiciane. Ma ancora di più è regione ricca perché nelle proprie viscere custodisce il più grande giacimento di petrolio dell’Europa continentale, il sesto a livello mondiale.

E allora com’è possibile che questa regione non riesca a trasformare queste grandi opportunità in strumenti efficaci di sviluppo serio, credibile, duraturo e sostenibile? Perché la Lucania ha quasi un terzo dei suoi giovani disoccupati? Perché non si arresta l’esodo verso le altre regioni d’Italia?

La gente continua ad emigrare ed i paesi a svuotarsi. Tranne casi assolutamente eccezionali, i cc.dd. poli industriali e artigianali navigano nelle difficili acque di un mercato nazionale le cui regole vengono imposte dalle imprese settentrionali e di un sistema creditizio volutamente ottuso e arrogante, anch’esso in prevalenza nelle mani di società del Nord.

Facendo le dovute proporzioni, la situazione lucana è drammaticamente simile a quella di molte nazioni africane, quelle che noi chiamiamo terzo mondo, dove esistono ricchi giacimenti petroliferi o di materiali preziosi. Nonostante la grande ricchezza del territorio e del sottosuolo, le popolazioni vivono nella più totale indigenza, completamente escluse da qualsiasi riflesso produttivo, destinatarie soltanto degli effetti delle devastazioni ambientali.

Anziché disegnare per la Basilicata un coerente programma di sviluppo che tenga conto della straordinaria ricchezza delle "materie prime" (gli stessi lucani, il territorio, le tradizioni, la cultura) si sono aperte le porte a società e multinazionali, italiane (settentrionali) e straniere, che hanno sùbito fiutato l’affare: finanziamenti pubblici, tranquillità sociale, classe politica collaborativa. E così tutto ciò che nel resto d’Italia non viene consentito o ha alti costi sociali e ambientali, arriva in Basilicata dove tutto è possibile, tutto è consentito. Basta trovare i giusti collegamenti politici.

Questo sistema, insieme ad una montagna di miliardi dello stato, ha consentito alla Fiat di costruire non solo lo stabilimento di San Nicola di Melfi ma anche l’inceneritore Fenice, che inizialmente doveva servire soltanto alla fabbrica di auto e ora lo si vorrebbe utilizzare per lo smaltimento di altri rifiuti speciali e tossici, comprese le carcasse delle mucche pazze, provenienti da tutta Italia e dai paesi europei.

Nessun problema se non fosse che tutto questo avviene non in mezzo al deserto o in mare aperto, ma in un’area tra le più antropizzate della Basilicata e dove si produce, ad esempio, il vino Aglianico, uno dei prodotti lucani più tipici e conosciuti non solo in Italia.

A Stigliano, nella collina Materana, la milanese Gavazzi Green Power SpA ha cercato di realizzare, sempre con contributi pubblici, una centrale termoelettrica, alimentata a biomasse del tipo cippato di legno vergine, della potenza di 35-40 MW, che non avrebbe pari in Italia per dimensioni e potenza. Grazie anche alla mobilitazione popolare degli abitanti dei vicini comuni ed a causa dei pesanti effetti dannosi di una centrale di tale potenza sull’economia agricola e zootecnica dell’area, sembra che il progetto sia stato accantonato o, quanto meno, notevolmente ridimensionato.

Ma casi come questo di Stigliano se ne possono elencare tanti, così come sono tante le discariche per rifiuti speciali o tossici disseminate per tutto il territorio regionale, o mastodontici depuratori assolutamente inutili per le popolazioni locali ma molto efficaci per finanziare la politica della classe dirigente regionale, attraverso il pagamento delle parcelle ai tecnici le cui persone, in qualche caso, coincidono con quelle dei segretari regionali dei partiti che governano la Lucania.

E’ strano che in una regione come la Basilicata si riescano a concepire quasi esclusivamente iniziative di grande impatto ambientale. Si ha l’impressione che il destino della regione sia quello di svolgere il ruolo della grande pattumiera al servizio di tutto il Paese… E poi i Lucani sono pochi, facilmente controllabili e abbastanza ingenui da convincerli che, in nome del progresso e dell’interesse dell’intera nazione, qualche sacrificio bisogna pur farlo.

Queste considerazioni sono alla base di un’altra grande, drammatica illusoria speranza che peserà come un macigno nel futuro di questa regione e, mi auguro, nella coscienza (ma occorre averla!) di coloro che hanno consumato un ignobile tradimento ai danni di un popolo del Sud: il petrolio.

La storia del petrolio in questa regione è una storia sporca, come sporche sono tutte le storie legate allo sfruttamento petrolifero in ogni parte del mondo.

Ed è una storia fatta di leggi violate, di istituzioni distratte se non conniventi, di disastri ambientali, di morti, di corruzione e di disprezzo delle regole democratiche, di campagne elettorali finanziate dalla lobby petrolifera. E’ una volgare – e già vista - storia di una occupazione coloniale finalizzata allo sfruttamento selvaggio del territorio, con la scusa del "progresso che non si può fermare" e con il miraggio di un processo di sviluppo collegato alle royalties ed all’indotto.

La presenza dell’Eni in Lucania ha convinto i pochi scettici rimasti che la legge non è uguale per tutti e che vi sono "zone franche" in cui i diritti dei cittadini sono sospesi, le garanzie limitate.

Le società che per conto dell’Eni hanno effettuato le ricerche geosismiche in molte e vaste aree della regione, hanno violato in modo reiterato e palese la normativa statale riguardante l’occupazione temporanea e d’urgenza di fondi pubblici e privati per finalità di pubblico interesse. Abbiamo assistito alla invasione di diverse centinaia di persone, con la stessa divisa, che senza chiedere il permesso ed anche contro la volontà espressa dei proprietari, hanno aperto cancelli e divelto recinzioni, danneggiato e distrutto piantagioni, lesionato fabbricati, deviato falde idriche; hanno fatto brillare migliaia di cariche esplosive nel sottosuolo, in aree altamente protette o nei letti dei fiumi. E tutto questo è avvenuto senza che ai cittadini fosse notificato un atto amministrativo avverso il quale, eventualmente, ricorrere e far valere in sede giudiziaria i propri diritti.

Ma abbiamo anche registrato l’incredibile ignavia dei massimi rappresentanti delle istituzioni. Il prefetto di Potenza, pur avendo l’obbligo di revocare le autorizzazioni in caso di violazione delle procedure previste dalla legge, ha preferito far finta di non avere sentito le proteste e le denuncie di cittadini e associazioni. Ma ad aver fatto finta di nulla non è stato solo il Prefetto di Potenza. In questa singolare gara di colpevole inerzia si sono distinti esponenti delle forze dell’ordine e della magistratura, amministratori e politici di ogni parte politica, ma soprattutto del centro sinistra, che, paradossalmente, sono alla guida di questa regione e che, qualunque sia il giudizio sulla questione petrolio, si sono assunti la responsabilità di consegnare le chiavi della Basilicata alle multinazionali del petrolio e non solo a quelle del petrolio.

La legge è stata calpestata anche quando diversi centri abitati sono stati sorvolati da elicotteri con pericolosi carichi sospesi, o quando sono stati violati dall’Eni numerosi SIC (Siti di Importanza Comunitaria) rigorosamente tutelati da una rigida normativa comunitaria che, di fatto, vieta quasi tutte le attività umane, ad eccezione, evidentemente, di quelle delle compagnie petrolifere.

E’ incredibile assistere, da un lato, alla rigida applicazione delle norme forestali per quanto riguarda, ad esempio, la raccolta dei funghi, e, dall’altro lato, all’indecenza dell’indifferenza e dei tanti occhi chiusi del Corpo Forestale dello Stato.

Il "problema petrolio" in questi giorni è sempre di più legato a quello della sicurezza delle popolazioni costrette a vivere nelle aree interessate all’attività petrolifera. Gli incidenti si susseguono, purtroppo anche con morti e feriti, ma l’Eni continua ad occultare i danni quando può ed a ridimensionarli, quando le notizie trapelano. In questo, la Rai di Basilicata ha dimostrato di essere un valido ufficio stampa (e propaganda) dell’Eni.

Il verificarsi di incidenti (come quello di qualche giorno fa al centro oli di Viggiano dal quale sono fuoriuscite diverse migliaia di litri di greggio andate a finire in un laghetto che alimenta la diga del Pertusillo) ci ricorda drammaticamente l’altra grande responsabilità di chi, a Roma ed a Potenza, ha avuto fretta di consentire l’inizio e lo svolgimento del programma estrattivo prima che venisse messo in atto un sistema di sicurezza, oltre che di controllo sull’aria e sull’acqua. Nonostante la pericolosità dei pozzi e delle attività petrolifere, le popolazioni locali non hanno nessun piano di sicurezza da attuare in caso di incidente. E’ la stessa Eni che, direttamente o tramite sue società, si occupa dei controlli ambientali, dell’intervento in caso di incidente e del ripristino ambientale del sito inquinato. A parte l’assurdità e la paradossalità di affidare i controlli a chi deve essere controllato, in pratica si verifica che spesso i risultati dei controlli non sono disponibili e, comunque, non sono comparabili con i dati anteriori alla messa in funzione degli impianti, e, in caso di incidente, l’intervento spesso è tardivo ed il ripristino parziale o, addirittura, inesistente.

Ma i rapaci interessi di Eni e delle altre compagnie su un vasto territorio della Lucania hanno pesantemente condizionato (e stanno condizionando) il Parco Nazionale della Val d’Agri e del Lagonegrese, istituito nel 1998 ma non operativo perché non è stata ancora approvata la perimetrazione definitiva da parte della regione Basilicata. Perimetrazione che è cambiata ben quattro volte e sempre in funzione delle varianti ai programmi di sviluppo di Eni. Poiché la perimetrazione e, quindi, l’entrata in vigore delle norme di salvaguardia, avrebbe creato qualche problema e sicuramente dei ritardi alle società petrolifere, queste hanno chiesto ed ottenuto dalla giunta regionale il tempo necessario perché le nuove attività avessero inizio.

Dovendo, per forza di cose, tenere conto delle zone occupate dall’attività petrolifera, l’area del Parco è stata ridisegnata per l’ennesima volta ed oggi, grazie all’Eni ed alla giunta regionale, ha assunto la forma di uno sgorbio senza alcuna coerenza logica ed ambientale.

Eppure, il Parco poteva (e forse può ancora) essere quell’occasione di sviluppo vero, duraturo e sostenibile che i lucani non hanno mai conosciuto perché da anni sottoposti alla "tutela" di una classe politica capace solo di offrire "assistenze" in cambio del mantenimento della posizione di potere.

Ma se è vero che ogni popolo ha i governanti che si merita, allora il problema di questa piccola regione del Sud è principalmente storico-culturale, prima ancora che politico, nel senso che i Lucani devono recuperare quella dignità di "popolo" che ormai non hanno più perché cancellata dal piombo di una falsa unità d’Italia e dalla non ancora ripristinata verità storica. I Lucani devono prima di tutto sentirsi "popolo", devono sapere di avere una storia e di appartenere ad una progenie di uomini e donne di valore e di coraggio e non di assassini e grassatori. Devono recuperare dal proprio DNA i geni dei loro antenati briganti e diventare protagonisti consapevoli del proprio destino. Devono ritirare "le deleghe" ai trafficanti di fumo, ai mercanti di speranze. I Lucani devono riprendersi il diritto di determinare il proprio futuro.

Cominciamo da qui.

Alfonso Fragomeni – www.soslucania.org

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