Foto: Fiaccola Centro olio di Viggiano // Archivio Ola
Fiaccola Centro Olio Val d'Agri

Mentre Eni continua a rassicurare sulle emissioni del Centro olio di Viggiano, una ricerca dello scorso mese di febbraio suggerisce di estendere l’area di monitoraggio sanitario. Ma estendere studi sanitari in Basilicata, è storia vecchia.

Nel 2000, ben diciannove anni fa, in Environmental impact assessment of mining activities in the productive system of Basilicata region, si scriveva che «negli ultimi anni le attività estrattive in Basilicata sono aumentate velocemente, coprendo circa l’80 per cento dell’intera area regionale.»
Tali attività, si continua, citando Studi di Impatto Ambientale relativi alle concessioni di coltivazione di idrocarburi in Val d’Agri: Caldarosa, Volturino, Grumento Nova, Integrazione Caldarosa – Eni, rappresentano una parte significativa del sistema produttivo, con un «considerevole impatto sul territorio, sia in termini ambientali che di salute pubblica».
Nel 2000, oltre a ricordare i 984 mila ettari impegnati in attività estrattive tra la Val d’Agri e Ferrandina e Pisticci, e il nuovo impianto di trattamento a Corleto Perticara, si scrive già che il maggior contributo inquinante viene dai NOx (ossidi di azoto, ndr), ma anche le emissioni di Sox (ossidi di zolfo, ndr) sono particolarmente importanti.
Relativamente alla fase di estrazione, spiegano, c’è l’impatto di ogni attività sulle varie matrici ambientali, così come in caso di rotture di oleodotti e gasdotti o blow-up di pozzi. A livello di inquinamento dell’aria riportano che «un primo interessante risultato arriva dalla comparazione dell’estrazione di petrolio e gas». Estrarre gas implica valori più bassi di emissioni annuali di NOx e CO, rispettivamente lo 0,5 per cento e il 5 per cento dell’ammontare corrispondente di emissioni dovuto a estrazioni di greggio. In un anno sono calcolati 325.104 chili di NOx e 77.807 chili di CO emessi per l’estrazione del greggio, e 1.730 chili di NOx e 399 di CO per il gas. Lo studio calcola anche le emissioni in aria causate dalle differenti fasi dell’attività estrattiva.
Il più elevato contributo delle fasi operative proviene dai test di produzione, dicono, «in particolare dal Long Penetration Test», che oltre a durare circa un anno, prevede la combustione dei gas contenuti nel greggio. Si spiega, infine, che se in scala regionale il contributo di emissioni NOx e SOx sembra piccolo, in scala locale, tenendo cioè conto dell’area impattata dall’industria estrattiva, si tratta di un contributo importante.

IL CLIMATE FORCER NOSTRANO
Diciannove anni dopo in Modeling air quality impact of pollutants emitted by an oil/gas plant in complex terrain in view of a health impact assessment, del febbraio scorso, si ricorda che le attività del Centro olio di Viggiano (Cova) implicano differenti tipi di emissioni, non tutte ben definite e controllate, e uno studio epidemiologico su una coorte di residenti richiede l’attribuzione di ogni singola variabile di esposizione per ogni soggetto della coorte.
Nel caso le cinque stazioni attorno al Centro olio coinvolte misurano benzene, CO, etilbenzene, idrogeno solforato (H2S, ndr), m,p-xylene, metano, NMHC (idrocarburi non metanici, ndr), NO, NO2, NOx, O3, O-xylene, PM2.5, PM10, SO2, toluene. Nel 2016 lo studio Idrocarburi non metanici nell’atmosfera in prossimità di impianti di primo trattamento del greggio, riportava che «gli idrocarburi non-metano sono il maggiore inquinante atmosferico vicino gli impianti di trattamento di petrolio, ma sono raramente monitorati con continuità.»
Si scriveva che le operazioni che avvengono nelle raffinerie e negli impianti di primo trattamento come il Cova, sono associate all’emissione in atmosfera di Composti Organici Volatili (COV, VOC in inglese, ndr), in particolare NMHC, principalmente originati dai processi produttivi, dai serbatoi di stoccaggio, dai gasdotti e dalle aree di scarico, e sono classificati come cancerogeni o potenziali cancerogeni. Nella ricerca di febbraio scorso si ricorda che in Val d’Agri sono state condotte alcune campagne sperimentali, focalizzate sullo studio del particolato fine e ultrafine, e dei suoi componenti di Black Carbon (BC, ndr), una particella di aerosol anziché un gas a effetto serra, il secondo più grande climate forcer nell’atmosfera dopo l’anidride carbonica. Una di queste campagne ha misurato il contenuto di BC nella frazione PM2.5 nei pressi del Cova, cioè di un «impianto di pretrattamento di petrolio che brucia continuamente i prodotti derivati», contribuendo così a emissioni sia di materiale carbonioso (BC), sia dei suoi componenti organici. In questo sito i valori massimi rilevati di BC variano nel range 1.000-8.000 nanogrammi/metri cubi, in relazione al processo in atto nell’impianto. Si scrive inoltre che le concentrazioni di BC, CO, H2S, SO2, NO, NO2 e IPA misurati in aree rurali intorno ai siti di flaring dimostrano l’impatto negativo del processo di Gas Flaring sull’ambiente. La ricerca del febbraio scorso oltre a confermare gli inquinanti rilasciati dai processi di combustione del Cova, come ossidi di azoto (NOx), benzene, e toulene, con i più alti valori di concentrazioni correlati alla vicinanza all’impianto, ha anche spiegato che il BC può essere un mezzo di trasporto dei composti organici nell’ambiente.

L’ARIA CHE TIRA
Cinque anni prima, nel 2014, An integrated approach for the evaluation of technological hazard impacts on air quality: the case of the Val d’Agri oil/gas plant, riportava che l’impianto Cova «rappresenta una delle principali sorgenti di inquinamento atmosferico dell’intera area», e che i processi di combustione durante le normali attività «generano emissioni di gas e particolato, dando luogo a possibili impatti sulla locale qualità dell’aria e anche sulla salute della popolazione che vive vicino tali centri».
La ricerca analizzò i dati delle maggiori concentrazioni di inquinanti nell’area dall’1 settembre al 31 ottobre 2013. In una tavola riportano i risultati e sono significativamente elevati i valori giornalieri di NO, NO2, NOx, C6H6 e toulene registrati a Viggiano Zona Industriale.
Nella zona di Costa Molina registrano, invece, valori elevati di H2S. Sono riportati i valori giornalieri di BC e il contenuto di UVPM (UV-absorbing particulate matter, strumento che rileva la concentrazione di BC e la presenza della sua frazione organica, ndr).
La concentrazione quotidiana di BC va da 288 a 1.125 nanogrammi/metro cubi. Gli UVPM da 2 a 267 nanogrammi/metro cubo, e ciò «implica la costante presenza di composti organici di particolato carbonioso durante il periodo monitorato».
I THC vengono considerati come la somma di CH4 e NMHC, mentre i NOx come la somma di NO e NO2. L’analisi dei dati della stazione nella zona industriale di Viggiano mostra tre modelli di concentrazione di sostanze. Il primo composto da C6H6 e toulene, il secondo da SO2 e NOx, e il terzo da BC, UVPM e THC. CO, H2S e O3 rappresentano variabili isolate. L’analisi di questi tre modelli di composizione degli inquinanti suggerisce una sorgente comune di inquinamento. Un primo modello vede insieme C6H6 e toulene (VOC). Scrivono che se la maggior sorgente di VOC, specialmente benzene, toulene, etilbenzene e isomeri di xylene (definiti BTEX, ndr), è il traffico veicolare, bisogna tener conto che le emissioni industriali dei processi di produzione petrolifera rappresentano un’importante sorgente di BTEX. Un secondo modello vede SO2 e NOx, i due composti gassosi che rappresentano la principale emissione gassosa dei termodistruttori del Cova. Un terzo modello vede assieme BC e UVPM, e THC. La formazione di questo composto scrivono, «può essere spiegata da processi di combustione incompleti».
I valori ottenuti fanno desumere che più del 90 per cento di THC consiste di metano, e una buona concentrazione di BC, UVPM e CH4. I dati della stazione Costa Molina mostrano invece una correlazione tra H2S e CO, rivelando l’impatto delle emissioni del COVA sulla qualità locale dell’aria. Probabilmente, scrivono, a causa della combustione incompleta del gas naturale nel sistema delle torce dell’impianto.

LA «NECESSITÀ DI FARE INVESTIGAZIONI LOCALI»
Nel descrivere gli impatti del Cova si richiama anche uno studio dell’anno prima dal titolo Analysis of particulate matter in anthropized areas characterized by the presence of crude oil pre-treatment plants: The case study of the Agri Valley, che riporta i superamenti delle PM2.5 associati ai processi di combustione, evidenziando che le PM fini e ultrafini potrebbero avere un impatto su ambiente e salute. Si ricorda che le torce contribuiscono alle emissioni di CO2, CO, NOx, SOx, e in maniera significativa alle emissioni dei COV. Nell’ultimo studio, del 2019, la mappa della simulazione media annuale delle concentrazioni nel territorio ha consentito di identificare le aree orientali della zona industriale come maggiormente esposte, a circa 5 chilometri di distanza. I picchi di concentrazione sono stati trovati in prossimità dell’impianto, in un’area di circa un chilometro. La distribuzione della concentrazione di NOx, SO2, e CO è risultata coerente alla prevalente direzione occidentale dei venti, e alla risalita verticale dei fumi di scarico. È stata anche fatta la mappa annuale del H2S, che mostra una distribuzione spaziale simile a quella simulata, con picchi maggiori verso la stazione Costa Molina. L’elevata correlazione tra i modelli di mappa e le misure, consente di supporre i NOx come rappresentativi del mix di sostanze (un marker di inquinamento), e la miglior misura per valutare in uno studio epidemiologico l’esposizione della popolazione alle emissioni.
«Infine – scrivono – il fatto che le simulazioni mostrino come l’area impattata dai fumi di scarico sia più ampia di due Comuni, suggerisce che bisogna estendere l’area di monitoraggio dello studio sanitario, e includere la popolazione che vive in aree interessate più lontane dall’impianto.»
Ma è dal 2000 che si riportano risultati di misurazioni di NOx, SO2, e CO che sottolineano la «necessità di far partire indagini locali in Val d’Agri, e nell’area di Pisticci e Ferrandina, in cui sono collocate le maggiori attività estrattive.»

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