Foto: La sede legale dell’Eni all’Eur (Roma) // Andrea Turco
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Avrebbe potuto tenere l’assemblea dal vivo, mantenendo le misure di sicurezza. Avrebbe potuto trasmettere l’assemblea in streaming, come fanno da mesi associazioni e comitati. Invece Eni ha scelto di svolgere l’assemblea degli azionisti, tenutasi lo scorso 13 maggio, a porte chiuse. Col decreto Cura Italia il governo nazionale aveva dato possibilità alle aziende partecipate di scegliere la più opportuna forma di riunione. L’Eni, non l’unico in realtà, ha scelto invece di soffocare il dibattito ai tempi del Covid-19.

A distanza di qualche giorno gli ultimi documenti ufficiali di Eni sono le domande (e le relative controrisposte) che gli azionisti hanno potuto inoltrare all’azienda. È stata un’occasione, seppur parziale, per uscire fuori dalle «attività di comunicazione, pubblicità e propaganda» (nel 2019 hanno significato un investimento di 72 milioni di euro) che da sempre sono quelle privilegiate dalla multinazionale energetica. Soprattutto per territori come la Sicilia dove il Cane a sei zampe privilegia da tempo la strada della narrazione. Ecco perché chi scrive, insieme al comitato No Triv di Licata e No Inceneritore Valle del Mela – e con il fondamentale supporto dell’associazione A Sud – ha inoltrato una lunga serie di quesiti a Eni. Ne emerge un quadro sfocato, al contrario dell’idillio dipinto dal cane a sei zampe sui propri canali.

GELA, LA RAFFINERIA E I RIFIUTI RADIOATTIVI
A Gela, ad esempio, da mesi l’impresa fondata da Enrico Mattei racconta di aver puntato su un «programma di dismissione di tutti gli impianti e strutture che non saranno più utilizzati nel processo produttivo di biocarburanti.» Vale a dire che dei 500 ettari dell’ex raffineria, chiusa nel 2014, finalmente si intende eliminare tutto ciò che non è collegato all’unico impianto attivo rimasto, quella green refinery che è stata avviata a settembre 2019.
In realtà l’accordo firmato a dicembre da ministero dell’Ambiente ed Eni, senza il coinvolgimento delle istituzioni locali e delle parti sociali, dovrebbe interessare nei prossimi tre anni appena 20 ettari. Poco, soprattutto se si considera che «in seguito alla pandemia Covid-19 Eni Rewind, alla luce della normativa emergenziale, ha sospeso i cantieri di decommissioning di Gela come fatto per altri 196 cantieri in Italia su un totale di 824 gestiti, riprendendo poi le attività a partire dal 4 maggio.»
Peccato che la green refinery intanto sia andata avanti, ovviamente a marce ridotte, e allo stesso tempo è andata avanti anche l’estrazione di petrolio a terra. «I pozzi attualmente attivi sulla piana di Gela (on-shore) sono 90, di cui 6 all’interno del perimetro della raffineria di Gela», rende noto l’azienda. Solo alla successiva controrisposta si annuncia che «il programma di EniMed (la consociata di Eni che si occupa dell’area mediterranea, ndr) per il prossimo quadriennio prevede la chiusura di 29 pozzi a terra non produttivi che rappresentano la totalità dei pozzi che attualmente non mostrano alcun potenziale minerario e quindi privi di interesse.»
Sul sito gelese, poi, si apprende che nel silenzio generale all’interno dell’area dell’ex raffineria erano ancora presenti rifiuti radioattivi, esattamente «6 sorgenti di Cesio-137» e «77 sorgenti di Cobalto-60», che sono stati allontanati negli ultimi mesi.
«Attualmente non sono più presenti rifiuti radioattivi all’interno del perimetro della raffineria di Gela»: una precisazione a cui l’azienda tiene molto, tanto da sottolinearla (unica frase in tutti i due documenti), ma di cui non si sarebbe venuto a conoscenza se non ci fossero stati i quesiti degli azionisti critici.

GELA E LE TRIVELLE IN MARE
Sul mare di Licata, una trentina di chilometri a nord-ovest di Gela, Eni vanta, tra le tante, una concessione di coltivazione che è stata rilasciata il 29 gennaio 2015 e con scadenza il 28 gennaio 2035. Si tratta del progetto Cassiopea, che prevede la costruzione di un gasdotto sottomarino per condurre il metano in una centrale di trattamento e compressione a terra, all’interno di un’area dell’ex raffineria di Gela. Al momento però «non sono state condotte attività di cantiere né a terra né a mare. Al conseguimento della proroga Via (ottenuta a dicembre 2019, nda) sono tempestivamente riprese le attività per la ridefinizione del cronoprogramma di progetto. L’attesa per il rilascio della proroga Via ha determinato un posticipo della data di avvio della produzione rispetto a quanto precedentemente comunicato. Il sopraggiungere della pandemia Covid-19 ha ulteriormente inciso sui tempi di realizzazione che sono ancora in fase di valutazione.»
Secondo indiscrezioni, l’avvio è previsto per il 2022, in ritardo di almeno quattro anni rispetto all’ultimo cronoprogramma, che d’altra parte è stato modificato più e più volte – allo stesso modo dei cambi di denominazione del progetto, originariamente Offshore Ibleo, poi Argo Cluster, ora Cassiopea. Inoltre «il periodo di realizzazione delle opere a terra abbraccerà un arco temporale di circa 24 mesi dal momento dell’inizio della cantierizzazione» e si prevede il coinvolgimento dell’indotto locale, soprattutto lavoratori meccanici e civili, «con un picco di oltre 250 unità lavorative.»
Una conferma, insomma, di ciò che sindacati e politici locali denunciano da tempo, cioè che delle migliaia di operai esclusi dal ciclo produttivo sei anni fa ci sarà spazio per pochi, e solo per un periodo determinato. Inoltre i Comuni coinvolti dal progetto Cassiopea, cioè Gela Licata e Porto Empedocle, non vedranno un euro di royalties, così come previsto dalla legge nazionale per le estrazioni di gas oltre le 12 miglia marine. Senza considerare poi i timori che il gasdotto suscita tra pescatori, operatori culturali e turistici: paure alle quali Eni reagisce con generiche compensazioni ancora da definire, esclusivamente per i pescatori tra l’altro, e che «saranno basate sul disagio arrecato che non equivale ad un fermo totale dell’attività di pesca, ma ad una modifica durante il periodo delle attività delle attuali rotte di pesca, per la durata massima di un anno.»

LA RAFFINERIA DI MILAZZO E IL PIANO DI TUTELA DELLA QUALITÀ DELL’ARIA
Le domande da parte della provincia di Messina sono state tutte incentrate sul Piano di tutela di qualità dell’aria, approvato dalla Regione Siciliana a luglio 2018, contro il quale la raffineria di Milazzo (al 50 per cento di Eni e al 50 per cento di Kuwait) ha presentato un ricorso al tribunale amministrativo regionale di Catania. Eni afferma che la raffineria di Milazzo «ha elaborato un programma di investimenti per oltre 150 milioni di euro che già include la piena attuazione di tutte le BAT (le migliori tecnologie disponibili) applicabili al sito e il rispetto dei limiti emissivi che sono già ora tra i più bassi tra quelli prescritti a tutte le raffinerie sul territorio nazionale.»
Inoltre l’azienda contesta come «le procedure utilizzate dalla Regione Siciliana per la pubblicizzazione dell’iter di VAS relativo al Piano di tutela della qualità dell’aria non sono state sufficientemente trasparenti e pubblicizzate da permettere la presentazione di osservazioni in tempo utile. In assenza di tale confronto il ricorso al Tar rappresentava l’unica possibilità per tutelare gli interessi dell’azienda e di tutte le parti interessate.»
Tra gli interessi da preservare per l’azienda, almeno secondo i comitati locali, mancherebbero proprio quelli della comunità che vive il territorio.

L’ECONOMIA CIRCOLARE E LE BIORAFFINERIE
C’è poi un aspetto fondamentale. Per Eni l’economia circolare coincide con le bioraffinerie. Gli unici due impianti attivi in Italia, a fronte delle tre raffinerie tradizionali che continuano a operare (Taranto, Livorno e Sannazzaro), sono quelli di Porto Marghera e Gela. Entrambi, entro il 2023, abbandoneranno l’utilizzo dell’olio di palma proveniente dall’Indonesia come alimento principale per la produzione di biocarburanti (fino all’80 per cento per Gela). Quello che per l’azienda è un vanto («il termine della produzione di olio di palma è in anticipo di sette anni rispetto alle scadenze fissate dall’Europa») è in realtà il frutto di pressioni da parte dell’Unione Europea, del governo nazionale, delle associazioni ambientaliste e dell’opinione pubblica. Per il sito siciliano, però, Eni ha avviato l’anno scorso una coltivazione sperimentale di olio di ricino in Tunisia, 10 mila ettari iniziali che verranno estesi nel caso di risultati positivi. Se è vero che la sua produzione avviene in terreni marginali, è altrettanto innegabile che in questo modo si nega uno dei principi cardine dell’economia circolare, ovvero la valorizzazione delle reti e delle risorse locali. L’olio coltivato nel Nord Africa, infatti, verrà poi condotto tramite navi containers al porto di Palermo e da qui, con un ulteriore passaggio di 220 chilometri, a Gela. La schizofrenia della globalizzazione in pochi passaggi. Permangono infine dubbi anche sul prossimo utilizzo degli oli esausti. Anche questi, infatti, dovranno essere importati dall’estero. E gli impegni presi dall’azienda appaiono generici: «abbiamo avviato nelle nostre sedi di Roma ed in alcuni siti operativi (Venezia, Taranto, Sannazzaro e Livorno) la raccolta degli oli alimentari esausti domestici prodotti dai nostri 5.800 dipendenti coinvolti – scrive il Cane a sei zampe – Per quanto riguarda l’incremento della raccolta, siamo in contatto con varie regioni per favorire questi processi per la massimizzazione del recupero.»

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