Bernalda e Metaponto, dopo la tempesta, vivono in regime di semi placidità. Sono trascorsi poco più di due mesi dallo sgombero che, il 28 agosto scorso, ha spazzato via il ghetto lucano de La Felandina. Il bilancio è di circa mille dispersi. Ma le istituzioni non battono ciglio. Mentre il Demanio si sta occupando di mettere in sicurezza gli scheletri vuoti dei capannoni industriali – parte del consorzio rivelatosi una maxitruffa ai danni dello Stato per cui, nel 2017, ben ventuno persone sono state condannate dalla Corte dei conti a restituire al Ministero dello Sviluppo economico 14 milioni e 220 mila euro – il popolo dei migranti si è disperso. Dal Metapontino al Vulture Alto Bradano, abbiamo ricostruito il sistema del caporalato Made in Basilicata a partire dalle voci delle sue vittime predestinate.

«Alcuni di noi sono rimasti qui nel metapontino perché sono stanchi di spostarsi da una parte all’altra», dice Mody Souliman, referente del Comitato braccianti de La Felandina costituitosi pochi giorni prima dello sgombero del 28 agosto scorso. «Non ce la facciamo più a vivere così. Le istituzioni hanno creato, ancora una volta, un clima di tutti contro tutti. Si sono convinte che per risolvere il problema e ripristinare l’ordine pubblico, come hanno detto loro, bastasse semplicemente distruggere le baracche de La Felandina. Ma non è così. Per qualche tempo hanno fatto finta di ignorare che circa 400 persone sono rimaste tra Castellaneta, Ginosa, Metaponto e Marconia perché preferiscono stare sotto l’ombra di un albero piuttosto che essere costrette a spostarsi quando serve. Abbiamo paura. La nostra unica colpa è quella di essere sempre il fulcro di un problema che non abbiamo creato noi. Da una parte ci minacciano i caporali. Che ci impongono di spostarci quando cambia la stagione, quando le nostre braccia servono altrove. Dall’altro, ci sono le istituzioni dello Stato. Che con noi si mostrano solo quando devono dirci “No”. Da qualche tempo a questa parte», confida «le forze dell’ordine mi seguono. Sanno che vado spesso a trovare quelli che sono rimasti e vogliono scoprire dove si nascondono. Gli danno la caccia come fossero latitanti. Io li incontro, cerco di portargli tutto quello di cui hanno bisogno ma, soprattutto, li ascolto. Non si fidano più delle istituzioni. Hanno imparato a temerle. Perché l’Italia gli ha saputo mostrare solo il bastone e mai la carota. Perché questo Paese, per loro, è diventato solo regole, sfruttamento e repressione. Quasi mai diritti.»

“IL SIGNORE LI DISPERSE DI LÀ SU TUTTA LA TERRA ED ESSI CESSARONO DI COSTRUIRE LA CITTÀ” (GENESI 11,8)
Dopo il crollo della Torre di Babele, l’inevitabile diaspora. Perché le circa mille persone che popolavano il ghetto La Felandina non sono scomparse nel nulla. Si sono semplicemente allontanate da quel luogo che, fino a qualche mese fa, sembrava rappresentare l’epicentro di un terremoto umanitario. Qualcuno è stato scortato fino alla vicina stazione di Metaponto. Ultima fermata: Palazzo San Gervasio. Lì dove il ciclo del pomodoro – che inizia a Nardò, nel Salento, attraversa il Tavoliere e culmina nel Vulture Alto Bradano, in Basilicata – si conclude agli inizi di ottobre. Qualcun altro è arrivato fino a Foggia, per disperdersi nel reticolo di baraccopoli che costellano la Capitanata. Altri ancora, invece, hanno già raggiunto la Sicilia per la prossima stagione della raccolta. Quella delle olive da tavola.
Sono quasi tutti in possesso di un regolare permesso di soggiorno, ma vivono costantemente ai margini di una civiltà che costruisce barriere. La loro, in fondo, è una permanenza di scopo. Vengono tollerati finché producono utili. Poi, devono andare via.
«Siamo le braccia su cui si regge la vostra raccolta», aggiunge sardonicamente Mody. «Pensa al caso Felandina. Finché siamo serviti alla raccolta di fragole, pesche, albicocche, angurie e meloni, di cui il Metapontino è ricco, potevamo restare nel ghetto nonostante la totale carenza di condizioni igienico-sanitarie idonee. Poi, una volta iniziata la raccolta del pomodoro a Palazzo San Gervasio, dovevamo essere necessariamente sgomberati. Paradossalmente le istituzioni hanno provveduto a smantellare la baraccopoli adducendo come motivazione, indifferibile e urgente, la carenza di condizioni igienico-sanitarie idonee. Cioè hanno finto di risolvere lo stesso problema che hanno creato e ignorato. Com’è che dice la vostra Costituzione? “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti.”
Porto questa regola sempre con me, insieme alla vostra Costituzione, perché è bellissima. Ogni tanto la rileggo e penso: ma dove sta scritto che questo non deve valere pure per noi? Forse noi non siamo individui? Non siamo la collettività? Molti di noi
», arringa, «sono venuti dall’Africa non perché il vostro Paese è più ricco, ma perché i vostri sono i diritti più belli. Quelli della civiltà. Poi arriviamo qui e comprendiamo che la civiltà non vale per noi.»

Foto: Centro di accoglienza dell’ex tabacchificio di Palazzo San Gervasio // Giuseppe Caprio

L’EUROPA SI È FERMATA A MATERA
Con una manciata di parole, Mody cristallizza l’immagine di un’Europa dei diritti alla quale non siamo più abituati a pensare. Il plastico della culla di una civiltà ideale che sopravvive solo nell’utopia. Ma l’Europa, in quella baraccopoli sulla Statale 407 Basentana non è mai arrivata. Si è fermata pochi chilometri più a nord, nella Matera dei Sassi eletta Capitale della cultura europea. Loro, gli emarginati, hanno potuto solo ammirarla da lontano mentre, ogni giorno, percorrevano a bordo di una bicicletta i due chilometri di strada a scorrimento veloce che servivano per arrivare alla fonte d’acqua più vicina. O mentre acquistavano dai caporali impenitenti il diritto di scaldarsi al fuoco di una bombola di gas fatiscente o di dormire al coperto.
«Per noi non c’è mai stata alcuna soluzione», commenta Mody. «Se le istituzioni avessero voluto affrontare il problema ci avrebbero convocati e ascoltati quando mesi fa si iniziava a parlare di sgombero. Ma non l’hanno fatto. Io sono stato convocato dal sindaco di Bernalda una sola volta, a ridosso dello smantellamento de La Felandina. Ci ha proposto tre opzioni. Tutte estremamente lontane dai luoghi di lavoro di ciascuno di noi. Opzioni che, in assenza di garanzie sui trasporti, ci avrebbero costretti a ricorrere ai caporali non solo per l’intermediazione del lavoro, ma anche per avere la possibilità ogni giorno di raggiungere campi e aziende. Queste soluzioni calate dall’alto non sono un caso», sottolinea.
«Le istituzioni sanno che, finita la raccolta nel metapontino, servono braccia per la raccolta del pomodoro a Palazzo San Gervasio e in tutta l’area del Vulture Alto Bradano. Garantirci stabilità a Bernalda, nel concreto, avrebbe creato una reazione a catena con dei riverberi su tutto il sistema di raccolta. Non solo a livello locale, ma anche sul piano interregionale e nazionale. Siamo nomadi non per scelta, ma per necessità. La nostra, di lavorare per vivere. Del sistema agroalimentare, di alimentarsi sulle nostre spalle.»

REGOLE E GERARCHIE DEL CAPORALATO LUCANO
C’è del metodo nello smistamento della forza lavoro. Perché, a monte, c’è un sistema rigido, verticale, pervasivo. Nel caporalato lucano, nulla viene lasciato al caso. È un modello avanzato. Un condensato di worst practices volto alla massimizzazione dei profitti a danno dei diritti.
«La maggior parte dei braccianti», spiega Mody, «si sposta, o meglio, viene spostata sulla base di una domanda di lavoro che coincide con le esigenze della raccolta. Non viene richiesta un’elevata specializzazione. Io, per esempio, prima di venire in Italia non avevo mai lavorato in agricoltura. In Sudan mi sono laureato in Lettere e sono diventato un attivista per i diritti fondamentali. E, cosa ben più grave, un attivista comunista. Quando sono arrivato qui, non sono stato valutato in base alle mie capacità e competenze. Sono stato portato nei campi insieme a tutti gli altri. Oggi, dopo anni di spostamenti da una parte all’altra, anch’io ho deciso di fermarmi e di lottare per cambiare la mia vita. Ma molti altri continuano a spostarsi forzatamente tra Sicilia, Puglia, Basilicata, Calabria e Campania. Ma la Basilicata», aggiunge, «rispetto agli altri, è un sistema chiuso. E, per molti versi, è tra i più pericolosi.»
Le ragioni sono presto spiegate. Mentre altrove il caporalato è pesantemente condizionato dalle prolifiche commistioni tra mafie autoctone e criminalità straniere, quello lucano si è sviluppato attorno a rigide gerarchie di potere. All’apice della catena dello sfruttamento c’è un’oligarchia solitaria e ristretta. Il pacemaker che scandisce il ritmo tra domanda e offerta di lavoro. «Se loro decidono di bloccare la raccolta, la raccolta si blocca» conferma. «Hanno potere contrattuale verso l’alto e verso il basso. Con le grosse aziende e con i braccianti. Il vero potere sono loro, non le istituzioni» rimarca Mody.
I corpi intermedi, i cosiddetti “capi bianchi” e “capi neri”, hanno il compito di assicurarsi che ogni singolo lavoratore versi il proprio contributo “alla cassa”. In sostanza sono quelli che direzionano il flusso di manodopera nei centri di raccolta e riscuotono i compensi per i servizi offerti. Alla base, infine, ci sono i braccianti. Gli ultimi anelli della catena. I profughi di una perenne transumanza.

NELL’OCCHIO DEL “GRANDE FRATELLO LUCANO”
Persino “l’architettura” dei ghetti lucani è garanzia dell’efficienza del sistema. Gli insediamenti informali raramente sfiorano il migliaio di unità abitative. Quello de La Felandina è, di per sé, un caso isolato. «In Basilicata non esistono le realtà foggiane o calabresi», stigmatizza Mody. «Qui i ghetti devono essere piccoli e sprovvisti di qualsivoglia autonomia. Così i caporali possono tenerci sotto controllo.»
Acqua, cibo, elettricità, trasporto sui luoghi di lavoro. Nulla sfugge al controllo dei caporali. «Se vuoi allestire una tenda con altri compagni», chiarisce, «paghi l’affitto del terreno a seconda che la tenda sia all’aperto o al chiuso. Se affitti un materasso in un casolare abbandonato, puoi pagare 30 euro al mese per il posto letto o 50 euro se quel posto per dormire è al chiuso, cioè con il tetto sopra la testa. Per ricaricare il telefono si paga 0,50 cent o, a volte, persino 1 euro, se nella baraccopoli manca l’elettricità.»
Come nel capolavoro di George Orwell, il “Grande Fratello lucano” controlla ogni attività del bracciante. Il caporale ti vede. Il caporale sa, conosce, provvede e si fa pagare. «Con loro non è mai uno scambio ad armi pari. Con loro il bracciante può solo perdere. Sempre.»

IL SISTEMA DELLA “CASA GIALLA” E I GHETTI DE VULTURE ALTO BRADANO
Il ciclo del pomodoro è il più famoso, remunerativo e asfissiante dei business. Copre complessivamente quattro regioni – Puglia, Campania, Basilicata, Sicilia – nell’arco di circa sette mesi tra semina e piantumazione, coltivazione e, infine, raccolta. L’oro rosso, svenduto sul mercato a un prezzo che si aggira tra i 0,50 cent – in barattolo – e 1,50 al kg – nel caso delle colture più pregiate – si produce deprezzando i diritti dei lavoratori.
Spostandoci verso il Vulture Alto Bradano, lì dove la campagna del pomodoro pelato si chiude con la raccolta – che va da settembre fino agli inizi di ottobre – entriamo nel luogo d’origine di quell’oligarchia ristretta che rappresenta il vertice della piramide dello sfruttamento lucano. Non a caso, il 10 ottobre scorso la Procura di Potenza ha emesso sei misure cautelari nei confronti di altrettante persone che, stando alle ipotesi degli inquirenti, avrebbero dato vita a un’associazione a delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (articolo 603bis del c.p., ndr). La sede d’elezione della cupola sarebbe la cosiddetta “casa gialla”. Un casolare sito a ridosso dell’insediamento informale di Mulini-Mattinelle, tra Palazzo san Gervasio e Venosa. Da qui, stando alle indagini, l’associazione guidata da M.P. – imprenditore agricolo originario di Palazzo San Gervasio nonché proprietario e gestore della “casa gialla” – insieme ad altri cinque caporali di origine africana sarebbe riuscita ad estendere il proprio raggio d’azione tra Lavello, Venosa, Palazzo San Gervasio, Banzi, Montemilone e Maschito.
Nel frattempo, però, mentre le indagini sono ancora in corso, il sistema si sta riorganizzando. I casolari costruiti ai tempi della riforma agraria tra le località di Mulini-Mattinelle e Boreano, infatti, continueranno ad ospitare ciclicamente le squadre di lavoro assoldate dalla necessità. Di un lavoro o di una residenza fittizia che giustifichi l’istanza per il rinnovo del permesso di soggiorno.
«L’anno prossimo io tornerò qui», ci confida Ibrahim, un bracciante burkinabé di 42 anni che incontriamo nella mini-baraccopoli sita a ridosso della “casa gialla”.
«Ora sono già pronto per partire per Mazara del Vallo, in Sicilia, per la raccolta delle olive da tavola. Lì la paga è abbastanza buona e il ghetto è fatto bene. C’è qualche servizio. Ma una volta concluse le varie stagioni, ad agosto dell’anno prossimo tornerò. Con gli altri stavamo pensando di occupare anche i casolari sulla collina più in fondo, di spostarci se dovessero farci problemi. Dobbiamo pur vivere. E il caporale ci aiuta a vivere.»

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