Lo snodo gassifero di Baumgarten
Foto: Lo snodo gassifero di Baumgarten // TgCom24

L’esplosione di Baumgarten e lo strano caso dell’emergenza gas

in Alla canna del gas di

Nella mattinata del 12 dicembre c’è stata una violenta esplosione nell’hub gasiero di Baumgarten che ha causato la morte di un operaio e numerosi feriti. Secondo le prime verifiche, l’esplosione è stata causata da un problema tecnico.

Baumgarten è il terminale del ciclopico gasdotto di Urengoy-Uzhgorod che collega la Russia all’Europa e, tramite il passo del Tarvisio, entra in Italia il gas russo importato. Sconcertante l’accaduto che, ancora una volta, ha dimostrato come queste infrastrutture, estremamente pericolose, siano soggette ad esplosioni anche per malfunzionamento o, come è avvenuto in alcuni casi di esplosioni dei gasdotti in Italia, per smottamenti di terreno.
Subito è arrivata la dichiarazione dello stato di emergenza da parte del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, per l’interruzione della fornitura anche se la stessa è stata riattivata in serata e se tra gli addetti ai lavori non c’è stato allarmismo. Ma per Calenda l’occasione era troppo ghiotta e non ha esitato a sostenere che il Tap è necessario per non dipendere dal gas russo: ci preme rimarcare che sia in Europa che in Italia di gasdotti ce ne sono in abbondanza e, che quanto concerne l’Italia, le infrastrutture esistenti – metanodotti e rigassificatori – hanno una capacità di importazione di 107 miliardi di metri cubi annui, ben superiore ai consumi che nel 2016 sono stati di 70,9 miliardi di metri cubi e, nel primo semestre 2017, sono stati pari a 39,4 miliardi di metri cubi.
Opere come Tap e Rete Adriatica rispondono solo ad una logica di profitto, nulla hanno a che vedere con gli approvvigionamenti tantomeno del gas russo perché al di là della minore dipendenza da Mosca, la vera motivazione per l’Italia nel voler imporre dall’alto questi progetti, è di diventare un grande hub del gas nel cuore del Mediterraneo con un proprio mercato da gestire.
Come comitati siamo sempre stati convinti che più che la corsa al gas, l’Italia dovrebbe correre ai ripari e puntare sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica, tenendo presente che i combustibili fossili sono i principali responsabili dei cambiamenti climatici in atto e che un nuovo modello di economia che si prenda cura della terra, ha come premessa indispensabile una profonda modifica del modello energetico.
Uno studio di alcuni ricercatori di Standford sostiene che entro il 2050 l’Italia potrebbe coprire l’energia che consuma al 100 per cento da fonti rinnovabili: più o meno gli stessi anni della “vita utile” dell’investimento sul Tap.
E mentre in Italia si continua ad insistere con opere fortemente impattanti dannose per l’ambiente, per le economie locali e pericolose per quanto attiene all’incolumità pubblica come Rete Adriatica che corre lungo l’Appennino Centrale altamente sismico e il Tap, la Banca Mondiale (il più grande fondo sovrano al mondo), annuncia che dal 2019 non finanzierà più esplorazioni e sfruttamento di gas e petrolio (salvo qualche eccezione per i Paesi sottosviluppati) e la Bei (Banca europea investimenti) ha disposto un rinvio per il finanziamento del progetto Tap che, ricordiamo, è collegato al Rete Adriatica (il troncone che interessa il nostro territorio è il Sulmona-Foligno con la centrale di compressione a Sulmona).
Importando gas dall’Azerbaigian l’Italia favorisce il regime dispotico che governa quel Paese dove vengono sistematicamente violati i diritti umani, arrestati gli oppositori e i giornalisti indipendenti, calpestate le libertà, regime che si sostiene proprio attraverso il petrolio e il gas.

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