Fuoricampo due, dal Ghetto Chitomeni
Foto: Fuoricampo due // Pellegrino Tarantino

Chiamatela, se volete, accoglienza

in Terre di migranti di

Fuoricampo è un diario pensato per dar voce agli invisibili. Un viaggio a puntate alla scoperta delle storie dei nuovi schiavi, dei nuovi emarginati d’Italia. A parlare sarà la realtà. Nessuna costruzione, nessun archetipo. Come Caronte, Ibrahim – un ragazzo senegalese, uguale a tanti altri, che vive nel ghetto Chitomeni, uno dei tanti del Sud Italia – ci traghetterà nell’Inferno di una quotidianità che non ci appartiene. Perché solo quando l’intangibile si può toccare, diviene reale. E solo raccontando queste storie i loro protagonisti potranno finalmente avere un volto, un nome e una voce. Un grido di speranza che raggiunga le coscienze, fuori dal campo.

Ci sarà il sole? O la pioggia ?
O nevischio? / madido come il sorriso posticcio del doganiere?
Dove mi vomiterà l’ultimo tunnel
Anfibio? Nessuno sa il mio nome.
Tante mani attendono la prima / rimessa, a casa. Ci sarà?
Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.
Forse mi indosserai alghe cucite / su falsi di stilisti, con marche invisibili: / fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti / ma che ci legano, manufatti migranti, rolex / contraffatti, l’uno con l’altro, su marciapiedi / senza volto.
I tappeti invogliano ma / nessuna scritta dice: Benvenuti.
Conchiglie di ciprea, coralli, scogliere di gesso / tutti una cosa sola al margine degli elementi.
Banchi di sabbia seguono i miei passi. Banchi di sabbia / di deserto, di sindoni incise dal fondo marino, / poiché alcuni se ne sono andati così, prima di ricevere / una risposta – Ci sarà il sole?
O la pioggia? Siamo approdati alla baia dei sogni.
(“Migrazioni” di Wole Soyinka, Nigeria)

PROLOGO
È lunga l’attesa di chi si aggrappa alla speranza. Giorni, ore, istanti sfilano tra le mani come i grani di un rosario, uno a uno. In un saliscendi di emozioni, Ibrahim aspetta che il futuro non si presenti a mani vuote.
Solo per questa volta, s’il vous plaît”, ripete a se stesso come una supplica.
Poi qualcosa impercettibilmente si muove. Lo squillo del telefono rompe il fragile equilibrio del silenzio.
Jawwali Ibrahim, come stai? Ho una notizia per te, è per i tuoi documenti”, dico subito. So bene che non pensa ad altro.
Ha appena accettato di lavorare nelle campagne di Cerignola per 4 euro all’ora pur di racimolare gli ultimi soldi che servono per pagare l’avvocato romano. Questo nume del Foro, che è solito ricevere i suoi selezionatissimi clienti alla fermata dei tram della stazione Termini, gli ha promesso documenti e libertà alla modica cifra di 600 euro, più il rimborso delle spese legali. Ma da quando Ibrahim ha pagato, il nostro Cicerone sembra essere svanito nel nulla.
Sono prioccupato, tra qualche giorno devo andare da polisia, in Questura. Non ho sentito avvocato. Io chiamo e quello non risponde. Chiamo ancora, e ancora non risponde. Non so più quello che devo fare.” Freme Ibrahim, lo sento. La paura gli sta avvizzendo le speranze. Parlargli ora, è ancora più necessario.
Ibrahim ascoltami”, lo interrompo risoluta.
Ricordi quando ti ho chiesto di farmi vedere i documenti che ti hanno dato qui in Italia?
Sì, mi ricordo”, risponde con voce fioca.
Bene. Ho fatto vedere i tuoi documenti a un mio amico avvocato. Lui si occupa di migranti, come te. Di quelli che hanno bisogno di una mano per essere in regola. Dice che se vuoi, lui ti può aiutare. E non servono soldi” aggiungo.
Come niente soldi?!” esclama.
Sì, si chiama patrocinio gratuito Ibrahim” spiego. “Significa che tu, anche se il giudice non ha ancora deciso se puoi restare o no in Italia, nel frattempo hai diritto di chiedere la protezione internazionale. In più, visto che non hai possibilità di pagare perché se non sei regolare non puoi avere un lavoro regolare, hai diritto a un avvocato gratis.
Verimente? Io ho diritto?” chiede come se avesse ascoltato solo l’ultima parte del mio discorso.
Sì, certo” rispondo. “Hai diritto di essere difeso anche quando non puoi pagare. Hai diritto di chiedere la protezione internazionale e presentarti davanti a una commissione esaminatrice. Hai diritto di capire tutto quello che la commissione dice e che il giudice decide. Hai diritto di avere un avvocato.
Io ho diritto…” ripete incredulo. “Io ho diritto. E lui aiuta me con documenti? Lui mi aiuta a preparare carte per commissione? Può fare anche se io ho altro avvocato, quello di Roma? Legge che dice?
Ancora una volta la legge, il dogma, la razionalità prendono il sopravvento. Ibrahim il senegalese è più giustizialista di Charles Bronson ne ‘Il giustiziere della notte’.
Sì, lo può fare” rispondo. “Ma dobbiamo incontrarci, così posso passargli più velocemente tutti i documenti che non ho ancora visto. Dobbiamo fare in fretta, Ibrahim. Non abbiamo molto tempo.
Sì, hai ragione amica mia” si affretta. “Il n’y a plus de temps, non c’è tempo più.

GHETTO CHITOMENI
Il campo Chitomeni sembra vomitato fuori dall’indifferenza. Non è difficile sentirsi smarriti in questa Torre di Babele. Ibrahim vuol discutere dei suoi documenti davanti a un bicchiere di caffè senegalese. È uno dei rari lussi che riesce a concedersi. Poterlo offrire a me, poi, lo rende speciale. Questo dolcissimo caffè lungo ha il sapore antico dell’ospitalità, persino in un ghetto ai confini della civiltà.
Sediamoci da Aliou, amico mio” m’invita Ibrahim. “Qua si compra da mangiare e se siedi fuori, poi, mangi caffè senegalese e panino con fagioli.
La baracca di Aliou ha un portico di fortuna: due palizzate di legno logoro sorreggono una struttura in lamiera, coibentata col cartone. In attesa del mio caffè, mi siedo e osservo. Due pecore pascolano indifferenti nell’immondezzaio mentre, nella stamberga attigua, tre teste d’agnello fanno capolino da una brace appena accesa. L’odore acre, fortissimo, accompagna una scena di per sé già raccapricciante. Ma il peggio deve ancora venire.
Ibrahim, ma le macchine che passano qui al ghetto di chi sono?”, chiedo sorseggiando il mio caffè.
Alcune di noi. Qui c’è un ragazzo che aggiusta machines che noi prendiamo da bulgari. Prende pezzi da altre machines vecchie, in scasso. Poi lui mette a posto” risponde sollecito.
Capisco, avete il meccanico di fiducia” dico sorridendo. “Però alcune delle macchine che ho visto passare hanno la targa italiana e non mi sembrano in cattivo stato”, aggiungo.
Perché si sta facendo tardi e alcuni vengono qua per prendere prostitute. Tra poco vedi quante machines. Se vuoi, puoi contare.
No, parliamo d’altro” lo fermo immediatamente. “Sono qui per i tuoi documenti.
Ibrahim si sfila di tasca il malloppo di carte che ha portato con sé, ma viene presto interrotto da un ragazzone snello che si avvicina rivolgendosi in francese. Dal loro scambio comprendo che gli sta chiedendo informazioni su di me. Poi Ibrahim pronuncia la parola magica, quella che per alcuni ragazzi del ghetto spalanca le porte del mondo che sta fuori. “Elle est journaliste.
Io sono Kemo”, è la pronta reazione del nuovo arrivato. “Vengo di Guinea Conakry. Puis-je te parler? Posso parlare con te?
Guardo smarrita Ibrahim. Questo fuori programma non era affatto previsto. Ma lui mi fa segno di ascoltare.
Tuo lavoro molto importante per noi, tu devi capire. Tu racconti noi fuori. Tu hai potere perché puoi espiegare a persone fuori come siamo noi. Loro non vedono noi, ma tu sì. Ascolta Kemo, per favore. Lui come fratello per me.” E Kemo, riconoscente, inizia a parlare.

MAL D’AFRICA
Kemo è uno spilungone di 29 anni. Sembra goffo, quasi impacciato nei gesti, ma in definitiva sicuro di sé. Schiena ben dritta e gambe da gazzella accavallate, mi dice subito: “Mia estoria inisia in stadio di Conakry il 28 di settembre di 2009.
Non ha bisogno di aggiungere altro. Nel settembre del 2009, infatti, durante una manifestazione pacifica convocata dai leader dell’opposizione, il capitano dal berretto rosso Moussa Dadis Camara dà l’ordine all’esercito guineano di sparare sulla folla. All’indomani del gesto repressivo del dittatore, la stampa internazionale dirama il bollettino ufficiale: 157 morti, oltre mille feriti, indicibili violenze e stupri di massa. Poi, come spesso accade in questi casi, una volta attenuatasi l’ondata di violenze tutto è scivolato nel dimenticatoio. Non per Kemo. Era la guardia del corpo di uno dei leader dell’opposizione, Cellou Dalein Diallo. Quando questi viene ferito, Kemo è costretto a scappare via.
Non ho avuto nemmeno el tempo di salutare la mia mamma”, sospira. “Militari hanno cercato me a casa sua. Mia familia era in pericolo. Sono escappato la nuit. Io troppa paura, troppa violensia.
Con gli occhi pieni di lacrime, uno zaino e pochi risparmi nelle tasche, Kemo è fuggito di notte. Sulle sue gambe da gazzella ha attraversato in silenzio, come un’ombra tra le ombre, le strade di Conakry. Per 350 mila franchi guinenani – che oggi corrispondono a poco più di 31,50 euro – questo giovanotto impacciato ha acquistato da un contrabbandiere il suo biglietto per la sopravvivenza.
Per noi tanti soldi”, spiega. “Nostra moneta non molto forte, tanti soldi quelli fino a Bamako.
È rimasto in Mali per tre mesi. Da lì, un trafficante d’armi maghrebino lo ha condotto fino in Algeria per 250 mila Cfa (circa 382 euro). Nulla, però, avrebbe potuto prepararlo per l’ultima destinazione, la più temibile: la Libia.
Kemo paga 300 mila Cfa – circa 458 euro – un trafficante algerino per essere trasportato e rinchiuso nel centro di detenzione di Sabratha, a 70 chilometri da Tripoli. “Lui ci ha portato direttamente in prigione. Forse loro pensano che noi abbiamo tanti soldi, non lo so. Excuse moi, per me diffiscile parlare di quello che successo in Libia, excuse moi”, si interrompe.
Con la voce rotta, Kemo tenta di condurmi per mano nell’orrore. Ma il peso è eccessivo.
Una volta, loro hanno messo fili elettrici vicino a…” mi dice indicando verso il basso ventre. Piange, mentre le parole sembrano essersi strozzate in gola.
Kemo non devi dirmi tutto, se non vuoi” lo guardo stringendogli le mani. “Dimmi solo come hai fatto a uscire da lì.
Sono stato quasi tre mesi a Sabratha”, singhiozza. “Loro dicono a mia familia che mi fanno male, che devono mandare soldi. Se io non pago, non posso uscire. Una volta viene guardia la nuit. Prende un ragazzo di Eritrea e picchia con bastone tante volte. Quello vomita per dolore. Poi ho visto quando hanno portato via. Era morto. Allora polisia ha tolto bocca e tutti denti. Uno ha messo denti dentro una borsa e porta via. Capisci?
Capisco. I migranti sono una fonte inesauribile di guadagno. Da vivi o da morti, sono beni di lusso, merce di scambio. Le milizie armate hanno compreso che la tratta degli esseri umani, in Libia, rende più dell’oro nero.
Guardie voliono soldi in dollari o euro”, aggiunge Kemo. “Ma più euro. Mia familia, miei amici hanno fatto tanti debiti per aiutare me. Io ho dato 500 euro per uscire di prigione. Duicento hanno preso guardie, tricento quelli del mare. Quelli di prigione, quando prendono soldi, chiamano quelli che portano ragazzi in mare. Così noi possiamo venire in Italia.

ACCOGLIENZA ALL’ITALIANA
Ha viaggiato su un barcone fino alle coste siciliane. Negli occhi, nel cuore, la speranza di una libertà che fatica ad arrivare. Dietro, alle spalle, c’è l’Africa.
Kemo viene spedito in fretta verso uno dei centri di accoglienza che costellano la provincia di Avellino, in Campania.
Tu pensi forse che in centri noi stiamo sempre bene, ma non è così” mi spiega. “Io estavo in un centro bruttissimo, a Mercogliano, dove è tutto rotto. Non funsiona termosifone, non funsiona niente. Poi quando io sono malato, non ho mai dottore. Quelli di centro dicono: ‘se tu estai male, vai fuori e compra medicine’. Ma negozi di medicine, ad Avellino, no vuole dare medicina sensa… sensa documento. Allora noi dobbiamo andare a Napoli, a piazza Garibaldi, e può comprare medicine.
Non è mai venuto il dottore nel centro?”, chiedo sbalordita.
No, mai visto dottore!” mi risponde alzando il tono di voce. “Una volta io male ai denti, chiesto dottore e quelli di centro mi hanno detto niente dottore, compra medicine. Ce n’est pas bon. No buono così.
No, non va bene affatto. “Come sei arrivato qui?” azzardo.
Perché dopo due anni, o qualcosa di più, loro ti mandano via da centro. Tu non puoi più estare. Io sono andato in scuola, imparato un poco italiano. Però poi basta. Poi sai cosa fanno avvocati di centro?” mi interroga.
No, non lo so Kemo” rispondo.
Loro delle volte prendo tuoi documenti e non ti danno subito. A volte operatori di centro fanno minacce. ‘Se ti comporti male, se non fai quello che diciamo noi, vai via, ti butto fori’. Così dicono. Allora ragazzi hanno sempre paura di parlare perché pensano che se dicono qualche cosa per loro diritti, poi quelli di centro li cacciano via. Avvocati prendono nostri documenti e cambiano la nostra estoria.
Cosa vuol dire che cambiano la vostra storia?” lo incalzo.
Che perdono tempo per documenti. In carte scrivono bugie. Il tempo passa e noi non vediamo documenti. Sono estato quasi un anno e mezzo in centro prima di vedere commissione per prima volta. Se noi no regolari, avvocati prendono più soldi. Se noi diventiamo regolari, allora niente più soldi. Adesso capisci? Io non pensavo che dopo centro venivo qua”, prosegue come un fiume in piena “ma come devo fare? Dopo centro no soldi, no documenti, no lavoro. Chitomeni c’è Ibrahim, amico mio. Lui mi aiuta per trovare lavoro qua. Io aspetta. Io vuole restare, ma diffiscile.

EPILOGO
Tirando le somme, Kemo ha speso complessivamente più di 1300 euro solo per arrivare in Italia. Da quel momento in poi, è quasi impossibile tracciare bilanci. L’unica certezza è che loro sono gli incauti protagonisti della filiera del traffico transnazionale di esseri umani. Un business che segue inesorabilmente la rotta del capitale producendo, secondo il documento pubblicato congiuntamente da Interpol ed Europol nel maggio 2016, un giro d’affari compreso tra i cinque e i sei miliardi di euro all’anno. Ma c’è di più.
Nel rapporto pubblicato nell’aprile 2017 dall’associazione Migreurop si evince, a chiare lettere, che il sistema dell’accoglienza europeo genera per sua stessa vocazione una collusione redditizia tra pubblico e privato.
La costruzione, l’amministrazione, le attività di gestione dei centri, così come la presa in carico delle persone che vi sono recluse, alimentano gli interessi di numerosi soggetti privati”, scrive l’associazione. “Questa crescente privatizzazione della detenzione dei migranti, che assume forme diverse nei vari Stati europei, non è scevra conseguenze per chi viene detenuto. Guidate dalla logica del minor costo, le gare d’appalto indette dagli Stati determinano una diminuzione dei fondi assegnati alla gestione dei centri di detenzione per migranti, portando a un peggioramento delle condizioni di accoglienza e di presa in carico delle persone che vi sono recluse.
In più va sottolineato che subappaltare la gestione dei centri d’accoglienza per migranti a privati è funzionale a una progressiva diluizione delle responsabilità pubbliche. Specie rispetto ai sistemi di reclusione – e, in taluni casi, di violazione dei diritti – che proprio il potere centrale ha contribuito a generare. Se questi ragazzi sono i nostri bancomat, la fonte inesauribile di reddito in un’economia sommersa e tuttavia parastatale, la spettacolarizzazione mediatica del fenomeno migratorio serve solo a imbonire l’opinione pubblica. A placare gli animi di chi, davanti al disordine globale, reagisce esigendo una manifestazione coercitiva del potere dello Stato.
In un mondo in cui la sovranità economica e politica degli Stati progressivamente s’indebolisce, la creazione di centri per migranti che ripropongono, in qualche misura, le stesse dinamiche del sistema carcerario legale, permette non solo di criminalizzare una categoria di popolazione considerata ‘indesiderabile’, ma anche di mettere in scena la forza dello Stato. Per rassicurare la massa e farle credere che, in fondo, tutto è sotto controllo e ‘nessuno è Stato’.

Giornalista, caporedattrice del periodico Terre di frontiera. Specializzata in tematiche ambientali. Crede nel cambiamento e nella possibilità di ciascuno di contribuirvi.

Lascia un commento

Your email address will not be published.