Foto: Fototec@ Bagnacavallo, Fondo Claudio Salvini // Dal reportage Terremoto dell’Irpinia 1980 di Claudio Salvini – FCS 003 300-040
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Nelle aree post-sismiche numerose sono le connessioni e storie che raccontano come il temporaneo, lentamente, è divenuto permanente. Il terremoto in Irpinia, in questo contesto, rappresenta un esempio drammatico di come le tracce della ricostruzione, ancora ben impresse sul territorio, ci ricordano che tutto si è fermato.

Sul finire degli anni Ottanta capitava di accompagnare mia madre abbascio i prefabbricati, dove si trovavano le casette emergenziali – i prefabbricati, appunto – che ospitavano delle famiglie assistite dopo il terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia. In uno di questi prefabbricati gialli o marrone, attaccati l’uno all’altro, pressoché uguali nella metratura limitata e l’organizzazione spartana degli spazi, abitava una signora dalla vita molto sfortunata, costretta a letto in maniera permanente. Ogni tanto le si portava la spesa o si chiacchierava con lei. Non credo andassi sempre con piacere: d’estate il caldo era opprimente, d’inverno faceva molto freddo.
Nati per avere una funzione temporanea in attesa di una sistemazione permanente per le persone assistite, nel corso degli anni i prefabbricati si sono invece cristallizzati in maniera definitiva mentre il paesaggio intorno affrontava il passaggio radicale da rurale a peri-urbano. La campagna diventava mattone, le carte del Comune di Monteforte Irpino cambiavano le destinazioni d’uso, nascevano palazzine e villette presto divenute rendite svalutate ed ereditate da chi era andato in cerca di fortuna in Alt’Italia. Solo dopo circa quindici anni i prefabbricati iniziavano a essere smantellati: qualcuno ha avuto una nuova abitazione, qualcuno si é trasferito o morto.

RACCONTI POST-SISMICI
Tantissime sono le storie, come queste, nelle aree post-sismiche. Ben raccontata la loro quotidianità ne I terremotati (Manifestolibri, 2009) di Giovanni Iozzoli, i prefabbricati forniti dopo il terremoto del 1980 si ritrovano ancora in vari comuni d’Irpinia (compreso Monteforte Irpino, ndr), talvolta abitati in condizione di disagio e marginalità.
I prefabbricati sono diventati il filo conduttore del paradosso (e dei problemi) per eccellenza delle ricostruzioni post-disastro italiane degli ultimi anni: il temporaneo che diventa permanente. All’Aquila e negli altri centri abruzzesi colpiti dal terremoto del 2009 la strategia dell’accoglienza temporanea degli evacuati era rappresentata dai 19 edifici del Progetto CASE (Complessi Abitativi Sostenibili Eco-Compatibili) e da migliaia di MAP (Moduli Abitativi Provvisori). In particolare, il Progetto CASE nacque come una serie di 19 edifici con piattaforme antisismiche in cemento armato, atti a ospitare temporaneamente circa 15.000 persone ma comunque integrati nelle varie frazioni aquilane in maniera permanente. Realizzato con grande fretta – tanto da venire approvato appena 22 giorni dopo la scossa del 6 aprile – il Progetto CASE «ha sparpagliato il tessuto sociale senza criterio, facendo perdere agli sfollati ogni senso di riferimento, già messo a dura prova dal trauma del terremoto», come la counselor Giulia Scandolara ha recentemente affermato. Inoltre sia i MAP che gli edifici del Progetto CASE, secondo Alessandro Chiappanuvoli, giornalista e autore di Sopra e sotto la polvere. Tutte le tracce del terremoto (effequ, 2018) hanno rilevato molto problemi strutturali e ambientali, inclusi «umidità, infiltrazione d’acqua piovana, rottura delle condutture per il gelo, difetti della mobilia, cedimenti di solai, vizi strutturali che hanno condotto le autorità competenti, in certi casi, a sequestrare gli immobili».

SUL FRONTE DEL SISMA
Nell’Appennino centrale colpito dai terremoti del 2016 e 2017 l’assistenza temporanea prevedeva invece la fornitura di casette emergenziali definite SAE (Soluzioni Abitative Emergenziali). L’inchiesta Sul fronte del sisma. Un’inchiesta militante sul post-terremoto dell’Appennino centrale (2016-2017) (DeriveApprodi, 2018) del collettivo Emidio di Treviri dimostra come la fornitura delle SAE nelle aree colpite sia stata gestita attraverso un processo farraginoso e parziale che ha causato lunghi ritardi nella consegna delle abitazioni e non ha tenuto conto delle necessità sociali (individuali e collettive) e territoriali. Sulla rivista Italian Journal of Planning Practice abbiamo inoltre dimostrato come le SAE presentassero problemi in riferimento alla scelta del sito degli insediamenti, all’uso dei materiali e alle dimensioni degli ambienti, che non si confacevano alle esigenze delle persone richiedenti. Sono passati quasi quattro anni dalla prima scossa di Amatrice del 24 agosto 2016: vedremo per quanto tempo queste soluzioni emergenziali permarranno nelle aree colpite.
Insomma, l’utilizzo di soluzioni permanentemente temporanee nel post-disastro si é rivelato problematico per le aree colpite, tanto da rientrare a pieno titolo nello squarcio sociale, politico, economico e culturale generato dalle ricostruzioni italiane. Allo stesso modo la desertificazione demografica, il cambiamento di uso del suolo, l’acquisizione di potere della piccola borghesia imprenditoriale e la rilocalizzazione di interi paesi sono alcune tra le caratteristiche peculiari della ricostruzione in Irpinia che si ritrovano rimodulate anche nel lungo periodo di altri contesti post-disastro.
Per esempio, il sociologo Pietro Saitta in Quota Zero. Messina dopo il terremoto: la ricostruzione infinita (Donzelli, 2013) esplora le profonde trasformazioni nella struttura urbana e sociale di Messina occorse con la ricostruzione dopo il tremendo terremoto (e tsunami) del 1908, e le considera come causa scatenante per la creazione di una fetta di popolazione subalterna rispetto al resto della città e marginale al resto della comunità messinese. Queste trasformazioni, e le conseguenti subalternità, sono visibili ancora oggi dopo oltre un secolo in un’organizzazione sociale pressoché immutata che riproduce le disuguaglianze tra dominanti e dominati.
La ricostruzione dopo la tragedia del Vajont del 1963 ha mutato in maniera radicale quell’area di confine tra Friuli e Veneto. Ha ricostruito i luoghi originari secondo nuove logiche di pianificazione, infrastrutturazione e industrializzazione, ha accelerato lo spopolamento dei piccoli comuni di Erto e Casso – i primi a essere colpiti dalla onde delle acque del bacino artificiale dopo la frana del monte Toc – e ha creato nuovi insediamenti in seguito alla delocalizzazione di parte degli evacuati. Sullo sfondo, a memoria dell’evento, resta la grande diga a monte della forra, ormai inutilizzata. Per dirla con lo storico Maurizio Reberschak, autore de Il Grande Vajont (Cierre edizioni, 2008) «l’impronta della cicatrice rimane per sempre».
La ricostruzione dopo il terremoto del Belice (1968) – come raccontato dallo storico dell’ambiente Giacomo Parrinello in Fault lines. Earthquakes and Urbanism in Modern Italy (Berghahn, 2015) – si prefissava obiettivi di modernizzazione per un’area ritenuta “arretrata”, optando per l’abbandono delle aree colpite e la loro delocalizzazione con l’idea di costruire moderne new town autonome sia dal punto di vista economico che delle funzioni urbane. Non si ottennero tuttavia i risultati attesi: i preesistenti flussi di emigrazione non diminuirono, la qualità della vita di molte persone non migliorò sostanzialmente, e crebbe il distacco tra le politiche di sviluppo calate dall’alto e le istanze locali.

Foto: Fototec@ Bagnacavallo, Fondo Claudio Salvini // Dal reportage Terremoto dell’Irpinia 1980 di Claudio Salvini – FCS 003 304-620

RIFLETTERE SUL «COLLASSO DEL QUOTIDIANO»
Abbiamo visto che le tracce della ricostruzione restano sul territorio. Nel frattempo, noi continuiamo a dare per scontato che tutte queste cose debbano accadere, e tendiamo a normalizzare il fatto che un terremoto ci costringa a ricostruire e ripartire con scelte problematiche e disorganizzate. Tuttavia é oggi piú che mai necessario riflettere sulle ragioni per le quali un evento naturale come un terremoto (o un’alluvione, o qualsiasi altro evento) abbia conseguenze tanto gravi e lungamente protratte nel tempo. Spesso infatti dimentichiamo che, mentre le nostre capacità e possibilità di controllo e previsione degli eventi naturali siano allo stato attuale della conoscenza sostanzialmente inesistenti, le loro conseguenze dirette -i disastri- non accadono invece per caso.
Piuttosto, i disastri risultano da quello che l’antropologo Giovanni Gugg definisce collasso del quotidiano, quell’insieme di storture del sistema sociale, politico ed economico che si innervano nelle strutture fondanti del nostro quotidiano nel punto di connessione fra società, tecnologia e ambiente. Macro-categorie di ampio respiro e lungo termine quali la cattiva pianificazione, lo sfruttamento dell’ambiente, la corruzione, lo sviluppo e il mantenimento delle disuguaglianze convergono dal privato della singola abitazione fino ai grandi sistemi nazionali e globali nell’abuso del territorio e delle risorse naturali, nelle diverse forme di inquinamento, nella creazione di vulnerabilità e marginalizzazione di gruppi di persone (migranti, disabili, minoranze etniche e religione) a cui non vengono fornite risorse e opportunità. Quando queste macro-categorie interagiscono con un evento naturale provocano un disastro, le vittime, la distruzione, la ricostruzione e i suoi problemi. Il disastro dunque non é un evento eccezionale o inatteso, ma il punto di collasso delle nostre vite che chiama in causa la nostra azione o inazione, l’organizzazione dei nostri insediamenti, le prassi quotidiane delle nostre relazioni sociali, della politica e dell’economia.
Evitare questo collasso è possibile, in primis raccontandolo. Il lungo avvicinamento al 23 novembre 2020 puó dunque rappresentare l’occasione per parlare del terremoto e delle sue conseguenze utilizzando narrazioni attuali in grado di contestualizzare i quarant’anni alle nostre spalle nel presente d’Irpinia, per tracciare linee utili per il futuro. Occorre restituire un’immagine non semplificata e piú complessa dell’Irpinia e dei suoi tanti territori, che dai confini con la Daunia agli ultimi lembi vesuviani non hanno sofferto soltanto le conseguenze dei terremoti ma anche di frane e colate di fango, alluvioni e abbondanti nevicate, prolungate onde di calore e degradamento dei suoli, inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, cambiamento climatico e pandemie.

MEMORIA DI FERITE APERTE
La colate di fango di Quindici (e di Sarno e Bracigliano) del 1998 sono ancora dopo tanti anni ferite aperte e inferte alla nostra memoria; insieme alle alluvioni di San Martino Valle Caudina dello scorso anno ci ricordano l’importanza e l’urgenza di interventi di mitigazione strutturali e non strutturali per la riduzione del rischio idraulico. Le abbondanti nevicate del 2012 che costrinsero all’isolamento intere frazioni in Alta Irpinia (come Bisaccia, Zungoli, Frigento) e misero in difficoltà le amministrazioni comunali e il sistema dei soccorsi ci fanno soffermare sulle necessità di preparazione e coordinamento tra enti differenti e istituzioni di governo. L’omogeneizzazione del paesaggio negli ultimi 30 anni con l’eolico selvaggio compromette le caratteristiche naturali e territoriali dei luoghi e le loro relazioni con le comunità locali, favorendo gli interessi della malavita e della corruzione. Tutto questo ci ricorda quanto sia necessario che la politica locale si mantenga impermeabile a interessi privati e clientelari e coinvolga la popolazione locale nelle decisioni sulla gestione del territorio. Il cambiamento climatico provoca l’aumento di eventi estremi nel prossimo futuro e ci invita a riflettere sul contributo delle scelte politiche e dei comportamenti umani nella produzione di emissioni e sulla necessaria riduzione dei consumi. Infine, questi mesi terribili per tutto il mondo ci hanno confermato che l’Irpinia non é immune da una pandemia, rivelando le tante debolezze di un sistema sanitario piegato da anni di tagli e depotenziamento.
Possiamo dunque, in questi mesi, riflettere criticamente sull’abitare in Irpinia. Sulla salvaguardia delle risorse naturali e del paesaggio per garantire gli equilibri ambientali e proteggere le aree maggiormente esposte da mire speculative. Sulla protezione delle fasce di popolazione più vulnerabili in una terra che si svuota, come le persone anziane, quelle senza lavoro, o con disabilità. Sul rispetto e mantenimento del diritto all’istruzione, alla salute e al lavoro, e sulla dotazione e il funzionamento di servizi quotidiani essenziali (trasporti locali, negozi di beni primari, presidi sanitari di base) per tutte e tutti. Sull’inclusione attiva e la partecipazione critica della cittadinanza nella vita pubblica, sia sui temi legati al rischio che su quelli più generali delle relazioni tra la società e l’ambiente. Sulle opportunità da creare e sviluppare per consentire un futuro migliore ai territori.
Sono queste, ormai, riflessioni imprescindibili per ogni dibattito credibile sulla riduzione del rischio in una terra a rischio come l’Irpinia. Ogni anniversario, altrimenti, sarà puro esercizio retorico.

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