Foto: Incendio al ghetto di Rosarno // Medu

Due giorni fa l’operazione “Euno” – coordinata dalla Procura di Palmi – ha portato all’arresto di una rete di caporali responsabili, nella Piana di Gioia Tauro – in Calabria – di intermediazione illecita di manodopera e sfruttamento lavorativo. Ma, numeri alla mano, il fenomeno del caporalato calabrese rischia di divenire endemico. I Medici per i Diritti Umani (Medu) – che attraverso la clinica mobile forniscono assistenza sanitaria e socio-legale agli abitanti degli insediamenti informali – chiedono immediatamente l’attivazione di tutta una serie di politiche che incidano decisamente sulle condizioni di vita e di lavoro dei migranti che vivono nei ghetti calabresi.

«A dieci anni dalla rivolta di Rosarno», dichiara Medu, «e dopo i numerosi protocolli istituzionali rimasti lettera morta, appare quanto mai urgente, necessaria e indifferibile una condanna decisa della piaga dello sfruttamento lavorativo e un impegno concreto e coordinato da parte della politica e di tutte le istituzioni competenti nella direzione del suo superamento e dell’affermazione dei diritti fondamentali, della legalità, della solidarietà sociale e dello sviluppo del territorio.»

CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE
Dopo la rivolta di Rosarno l’opinione pubblica ha scoperto che ogni anno, nei mesi di picco della raccolta agrumicola, oltre 2000 migranti raggiungono le campagne della Piana di Gioia Tauro per lavorare come braccianti in condizioni di gravissimo sfruttamento, vivendo in condizioni drammatiche e umilianti sotto il controllo dei caporali e della ‘ndrangheta. «Quell’anno», ricorda Medu, «erano circa 1500 i lavoratori stranieri, per lo più giovani uomini provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana occidentale e regolarmente soggiornanti, presenti nella Piana. Oggi, a dieci anni di distanza, il numero resta pressoché invariato – dopo aver raggiunto picchi di oltre 3000 presenze negli anni passati – e altrettanto sconcertanti restano le condizioni di vita e di lavoro. E d’altra parte, ieri come oggi, le istituzioni locali – spesso commissariate per infiltrazioni mafiose – e quelle nazionali appaiono incapaci di qualsivoglia pianificazione politica efficace, coraggiosa e lungimirante, limitandosi invece a riproporre il circolo vizioso sgombero-tendopoli-baraccopoli, che da dieci anni lascia invariate le piaghe dello sfruttamento lavorativo, del degrado abitativo e dell’abbandono dei territori.
Se infatti nel 2010 i lavoratori impiegati nella raccolta trovavano rifugio in una ex fabbrica in disuso – una delle tante costruite con i finanziamenti della legge 488 del ‘92 e poi abbandonate – e in un’altra struttura abbandonata nella zona industriale di San Ferdinando, oltre che nei numerosi casolari diroccati sparsi nelle campagne dei Comuni limitrofi, in assenza di qualsivoglia servizio di base»,
prosegue «oggi il sovraffollamento, l’assenza di servizi e l’estrema precarietà delle condizioni igienico-sanitarie restano invariati per le oltre mille persone che popolano i casali abbandonati. Poco è cambiato anche per le oltre 400 persone che affollano l’ennesima tendopoli ministeriale – sorta in seguito allo sgombero della baraccopoli abitata da circa 2500 migranti avvenuto a marzo 2019 – e che versa in condizioni di sovraffollamento e degrado. La carenza di soluzioni abitative adeguate rende i lavoratori sempre più invisibili, poiché costretti a disperdersi in abitazioni di fortuna nelle campagne, e sempre più esposti allo sfruttamento e al caporalato.»

NUMERI DI UN FENOMENO PERVASIVO
Dal 2014 il team di Medu opera nella Piana con una clinica mobile, per garantire la tutela della salute e dei diritti fondamentali e l’accesso alle cure e ai servizi socio-sanitari da parte della popolazione degli insediamenti precari del territorio. «Da dicembre 2019», si legge nella nota, «la clinica mobile è di nuovo attiva nella Piana di Gioia Tauro e fornisce assistenza sanitaria e socio-legale alla popolazione degli insediamenti precari, in particolare presso la tendopoli ufficiale sita nella zona industriale di San Ferdinando, il campo container di contrada Testa dell’Acqua e i casolari abbandonati nelle campagne di Drosi e Rizziconi. Nel 2014 il lavoro nero e il caporalato erano fenomeni pervasivi, rappresentando di fatto la normale modalità di organizzazione del lavoro: l’83 per cento dei lavoratori visitati da Medu, nella quasi totalità dei casi regolarmente soggiornanti, non aveva un contratto e solo il 5 per cento dei lavoratori non ricorreva ad un caporale. La paga giornaliera si attestava tra i 20 e i 25 euro per 8-9 ore di lavoro. Negli anni successivi, l’aumento dei controlli da parte dell’Ispettorato del lavoro ha determinato un aumento dei contratti, ma nella stagione agrumicola del 2019 i dati raccolti dal team della clinica mobile rivelano che nella maggior parte dei casi il “lavoro grigio”, caratterizzato da gravi irregolarità salariali e contributive e da violazioni delle norme sulle condizioni di lavoro, ha preso il posto del lavoro nero.»
Anche in presenza di un contratto di lavoro «permane infatti una condizione di sfruttamento diffusa su larga scala, con una retribuzione che resta intorno ai 25-30 euro giornalieri e in assenza di tutele e diritti. Lo stesso dato si riscontra tra i pazienti visitati da Medu nel mese di dicembre 2019: su 74 pazienti, di cui l’83 per cento regolarmente soggiornanti, solo il 35 per cento aveva un contratto di lavoro, ma solo un terzo di questi ha dichiarato di ricevere una busta paga. Molto spesso, una parte della retribuzione viene corrisposta in nero dal datore di lavoro, il quale dichiara in busta paga meno giornate di quelle effettivamente svolte dal bracciante.»

UNA “TERRA INGIUSTA”
«Come nel 2014», dichiara Medu, «le patologie riscontrate nella giovane popolazione degli insediamenti precari – principalmente infiammazioni delle vie respiratorie, patologie osteoarticolari e patologie dell’apparato digerente – sono attribuibili nella maggior parte dei casi alle pessime condizioni di vita e di lavoro. L’accesso alle cure d’altra parte era allora ed è ancora oggi ostacolato da numerosi fattori, tra i quali l’isolamento dei luoghi di vita in assenza di trasporti pubblici, la mancanza di informazioni sul diritto alla salute e le modalità di accesso ai servizi, le gravissime carenze strutturali dei servizi di salute pubblica locali, l’impossibilità di effettuare l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale in assenza di una residenza riconosciuta.»
Un’emergenza umanitaria che si ripete insomma, di anno in anno, in assenza di una posizione chiara, netta e incontrovertibile da parte delle istituzioni a vario livello. «I migranti rappresentano la manodopera ideale, ancor più negli ultimi anni», sottolinea il report «in virtù delle recenti politiche che hanno determinato una crescente precarietà giuridica, sociale e lavorativa dei migranti e dei titolari di protezione internazionale e umanitaria, che costituiscono la quasi totalità della popolazione dei ghetti.»
Quella della Piana di Gioia Tauro è stata definita dal team Medu come una “terra ingiusta” dove troppe persone hanno trovato la morte in evitabili incendi di baracche o in odiosi episodi di violenza criminale. «Quattro sono state le persone morte carbonizzate in poco più di un anno, tra il 2018 e il 2019: Moussa Bà, nella baraccopoli, Sylla Naumè, nella tendopoli ministeriale e poi ancora Becky Moses e Suruwa Jaiteh. A queste si aggiungono Soumalia Sacko, ucciso da colpi di arma da fuoco di un civile mentre cercava delle lamiere per costruire una baracca e Sekine Traore, ucciso da un carabiniere durante un intervento delle forze dell’ordine presso la tendopoli.»

LE RICHIESTE DI MEDU
Medu chiede, innanzitutto, l’introduzione di efficaci meccanismi di incontro legale tra la domanda e l’offerta di lavoro e il potenziamento di quelli esistenti. Ma non basta. È necessario adottare «un piano graduale e strutturato di inclusione socio-abitativa dei lavoratori agricoli nei Comuni in via di spopolamento della Piana, anche attraverso pratiche di intermediazione abitativa già dimostratesi efficaci nel territorio della Piana e in altri territori; il riconoscimento della residenza presso gli insediamenti informali, condizione imprescindibile per consentire l’accesso ai diritti fondamentali; la sensibilizzazione e il sostegno alle aziende che rispettino i diritti dei lavoratori e, infine, l’attivazione di politiche che favoriscano la regolarità del soggiorno dei migranti – quali il ripristino dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, la possibilità di conversione in permesso di lavoro per tutte le tipologie di protezione, la regolarizzazione del sommerso – requisito indispensabile per poter accedere ad un lavoro con diritti e dignità.»

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