Quanto è realistico pensare al digestato come ad una sostanza utilizzata in piena sicurezza? Ha senso evidenziare la sua natura di concime o quella di sostanza spesso utilizzata senza avere una piena certezza sul livello di inquinamento nei terreni dove viene distribuita? Ecco cosa sta accadendo, anche dal punto di vista normativo, nel nostro Paese.

La non condivisibile decisione del primo governo Conte di prevedere all’articolo 41 del “decreto Genova” (legge n.109 del 28 settembre 2018) spropositati limiti di concentrazione degli idrocarburi pesanti (C10-C40) nei fanghi di depurazione, sia civili sia industriali – consentendone lo spandimento su suoli agricoli – ha aperto più di un interrogativo sul loro utilizzo in agricoltura.
Il limite di 1000 milligrammi/chilogrammo, come già spiegato da Terre di frontiera, è “astutamente” riferito al “tal quale” e non alla “sostanza secca”: significa che si potrebbe riscontrare il limite di 1000 milligrammi/chilogrammo in fanghi contenenti una notevole percentuale di acqua anche se gli stessi, resi secchi – quindi privi di acqua – farebbero registrare una concentrazione decisamente maggiore.
Una previsione normativa che sembra celare un favore legislativo, andando in direzione opposta a quella della maggiore tutela ambientale, rendendo verosimilmente i fanghi più assimilabili a sostanze ricche di “veleni” che a vantaggiosi concimi ricchi di sostanza organica.
Il business dei fanghi dovrebbe far riflettere se si pensa al recentissimo sequestro di 96 tonnellate di fanghi di depurazione da parte del Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri in un impianto del Metapontino, in Basilicata, con l’intento, forse, di far diventare la regione una “suggestiva pattumiera” per l’intera Italia.
Ancor più inquietante è il nuovo scandalo sui fanghi di depurazione mescolati con il compost: una vera “bomba ecologica” chiamata ammendante compostato misto, ovvero materiale ricavato dalla lavorazione della frazione umida degli scarti urbani, degli avanzi dell’industria agroalimentare e dei fanghi di depurazione. In genere viene venduto alle aziende agricole e utilizzato come fertilizzante per i propri campi. A confermare la loro pericolosità è un passaggio di alcune intercettazioni raccolte dagli inquirenti, nelle quali si legge che «Qua come c’è un po’ di caldo ci facciamo male»: trattasi, infatti, di sostanze nauseabonde che creano inevitabilmente percolato nei capannoni dove vengono temporaneamente costipate, continuando a “fumare” anche quando vengono trasportate e distribuite sui terreni agricoli o interrate nei campi previo accordo con i proprietari terrieri. Pazienza se si creano «danni irrimediabili e devastanti per l’ambiente e la salute pubblica».
Si legge, inoltre, che il problema non interessava ai titolari del gruppo societario, tanto da cedere a diverse aziende dell’agro-pontino il loro compost “farlocco”, certificato da analisi chimiche falsate, nel quale ai rifiuti organici venivano mischiati scarti di ogni tipo: vetro, plastica, materiali vari e rifiuti speciali a rischio infettivo. Dall’inchiesta si evince che i proprietari dei terreni venivano pagati affinché lo prendessero, così da risparmiare sullo smaltimento. Successivamente erano gli stessi proprietari dei campi che lo seppellivano per poi farci crescere “olivi e granturco”.

L’USO DEL DIGESTATO IN AGRICOLTURA
Una problematica per certi aspetti simile alla questione fanghi di depurazione riguarda il digestato e il suo impiego in agricoltura che, anche in questo caso, viene enfatizzato come concime, quindi come sostanza che rappresenterebbe un valore aggiunto per il settore agricolo. Ma è realmente così?
Il digestato è il prodotto della fermentazione di biomasse convogliate in opportune strutture chiamate digestori (o fermentatori) afferenti ad una specifica impiantistica incentivata da leggi statali. Trattasi di impianti alimentati da biomasse per la produzione di biogas, a sua volta utilizzato per la produzione di energia elettrica (tramite sistema di cogenerazione) e/o energia termica, oppure per la produzione di biometano previa opportuna depurazione che prevede anche la desolforazione.
Ebbene sì, occorre ripulire il biogas anche dall’idrogeno solforato quale gas incolore, ma dalla puzza inconfondibile (uova marce) che può arrecare danni anche a ridottissime concentrazioni e percepibile, con conseguenti molestie olfattive, già a bassissimi valori pari a 0.02 parti per milione. Tanto ci sarebbe da dire sull’idrogeno solforato (acido solfidrico) e sui problemi di corrosione degli impianti ad esso strettamente correlati con conseguenti incidenti già dopo pochi anni di funzionamento. La questione dei rischi e degli scenari incidentali, connessi agli impianti per la produzione di biogas, rende necessario un approfondimento al fine di far comprendere che la parola “bio” è solo un aspetto del processo industriale al quale andrebbe affiancato il rovescio della medaglia rappresentato dal possibile ed altamente probabile inquinamento delle matrici ambientali. Questione, quest’ultima, che potrebbe essere bilanciata solo tramite una impiantistica di ridotte dimensioni (impianto avente una potenza elettrica di circa 100 kilowatt, ndr).

BIOGAS E BIOMASSE
Le biomasse utilizzate per il funzionamento degli impianti di biogas possono essere agricole, zootecniche, industriali, agrozootecniche e agroindustriali, fino ad arrivare all’impiego dei rifiuti urbani ed in particolare al famigerato Forsu (Frazione organica di rifiuti solidi urbani).
Quali sono, quindi, le problematiche connesse al digestato? Si rende necessario innalzare il livello di sicurezza sul suo utilizzo in agricoltura?
Non poche sono le segnalazioni circa l’utilizzo del digestato su terreni agricoli favorendo lo sviluppo di microrganismi dannosi per le produzioni alimentari, con ripercussioni per la salute umana. È indiscutibile che nei digestori, durante la fermentazione con conseguente produzione di biogas, si selezionano comunità microbiche in seguito a fenomeni di competizione e resistenza, soprattutto se il funzionamento avviene in regime di termofilia (> 55 gradi), assicurando pertanto temperature maggiori rispetto al regime di mesofilia (35-37 gradi).
Desta preoccupazione la specie batterica appartenente al genere Clostridium che potrebbe costituire un evidente pericolo per la salute pubblica in quanto associato a casi di botulismo per la sua capacità di generare tossine botuliniche.
In uno studio condotto dall’Istituto superiore di sanità [B. Auricchio, F. Anniballi, A. Fiore et al., Il biogas: spunti per una serena riflessione, Nota ISS, 2014; 27[5]:3-6], si perviene alle seguenti conclusioni: «La produzione di biogas costituisce un’importante risorsa economica per le aziende agricole, che devono però garantire la sicurezza d’uso dei digestati. Desta una significativa preoccupazione la capacità di alcune specie microbiche, in particolare Clostridium botulinum, di sopravvivere in condizioni di anaerobiosi e alle temperature utilizzate nel processo di digestione. Tuttavia, al momento in Italia non è stata dimostrata in laboratorio alcuna correlazione tra i focolai di botulismo e lo spandimento di digestato sui suoli agricoli. Per una completa valutazione del rischio si ritiene necessario e auspicabile affrontare dal punto di vista scientifico alcuni aspetti del processo di produzione del biogas, che contribuirebbero ad aumentarne la sicurezza. In particolare, sarebbe necessario avviare approfondite ricerche volte a: valutare qualitativamente e quantitativamente la composizione delle comunità microbiche che si selezionano nell’impianto in funzione della tipologia del substrato utilizzato; approfondire i rapporti ecologici che si instaurano tra i componenti le diverse comunità microbiche, che popolano i diversi siti presenti nel processo produttivo del biogas, nonché l’eventuale competizione operata da alcune specie nei confronti dei clostridi produttori di tossine botuliniche; valutare l’impatto dei digestati utilizzati come fertilizzanti agricoli sulla flora microbica autoctona del terreno e i loro risvolti sulla fertilità del suolo».
La Danimarca, la Svezia, l’Austria, la Germania e la Gran Bretagna si sono dotate di uno specifico regolamento che obbligano i gestori degli impianti a biogas (estendibile anche agli impianti per la produzione di compost) a prevedere trattamenti di sanificazione dei substrati di biomasse che alimentano i digestori oltre a prevedere specifiche caratteristiche impiantistiche (come ad esempio i pastorizzatori) con mirati e severi controlli microbiologici sul digestato che si vuole venga utilizzato in agricoltura.
Il dottor Gian Piero Baldi, medico Isde e presidente di Bio Ambiente, ha più volte ricordato i rischi per la salute degli impianti a biogas, nonché come gli aspetti microbiologici rappresentano un punto debole del biogas tanto da sottolineare l’importanza di adottare, in Italia, precauzioni molto più stringenti per il trattamento di sanificazione delle biomasse in entrata e dei digestati in uscita.
Per il dottor Mauro Mocci, medico di famiglia e decano dell’Isde, gli impianti a biogas sono da considerare industrie insalubri in quanto trattano anche rifiuti e l’output del processo è, verosimilmente, un rifiuto. Uno dei punti deboli degli impianti a biogas è la fase anaerobica della frazione organica dei rifiuti nella quale non sono utilizzati solo quelli urbani, come spesso sostengono le imprese.
È del tutto evidente la necessità di seri approfondimenti sull’utilizzo del digestato in agricoltura e – in attesa di dati certi circa il suo utilizzo in piena sicurezza escludendo le negative ricadute sulla nostra salute – sarebbe necessario invocare il Principio di precauzione (articoli 3-ter e 301 del Codice dell’Ambiente, in recepimento dell’articolo 191, parte 2 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea).
Un principio che non si basa sulla disponibilità di dati che provino la presenza di un rischio, ma sull’assenza di dati che assicurino il contrario. Un principio di buonsenso cristallizzato in una specifica norma da cui deriva l’esigenza di un’azione ambientale consapevole e capace di svolgere un ruolo teso alla salvaguardia dell’ecosistema in funzione preventiva anche quando non sussistono evidenze scientifiche conclamate che illustrino la certa riconducibilità di un effetto devastante per l’ambiente ad una determinata causa umana [cfr. Tar di Lecce, Sez. I – 14 luglio 2011, n.1341].
Tuttavia, qualora un’amministrazione pubblica volesse invocare il Principio di Precauzione, occorre che lo faccia non con un banale e semplicistico annuncio o con una riduttiva ed inefficace invocazione bensì con uno specifico atto motivato e circoscritto al coso caso di specie.
Infatti, l’applicazione del Principio di Precauzione richiede una valutazione quanto più possibile completa dei rischi, che tenga conto dei dati scientifici più recenti e che faccia emergere il pericolo di un pregiudizio significativo per l’ambiente e per la salute dell’uomo. A fronte di una valutazione rigorosa del rischio si potranno adottare le misure strettamente necessarie per evitare un siffatto pregiudizio.
Non è dunque accettabile un approccio meramente ipotetico del rischio, che induca a limitare o vietare determinate attività sulla base di semplici supposizioni [cfr. Urbanistica e Appalti, n.5 maggio 2014, p.551 – Consiglio di Stato, Sezione V, 27 dicembre 2013, n.6250].

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