Piattaforma petrolifera
Foto: Piattaforma petrolifera // Wikipedia Commons

Emendamento Liuzzi alla legge di Bilancio 2019, ai tempi del “bancomat petrolifero”

in Racconti fossili di

Dalle dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio all’emendamento al disegno di legge di Bilancio 2019 presentato dall’onorevole Mirella Liuzzi, non è rilevabile alcun segnale di discontinuità col passato. Il ministro ed il suo “cerchio magico” non si esprimono sul “Pacchetto Volontà” del Coordinamento nazionale No Triv.

È trascorso diverso tempo dalle improvvide dichiarazioni rilasciate ai microfoni della Rai dal ministro dello Sviluppo economico (Mise, ndr) in occasione della sua visita nella martoriata Basilicata del 7 ottobre 2018: «Io posso prendere un impegno oggi […] che è quello di non firmare alcuna autorizzazione più finché i soldi andranno fuori dalla Basilicata e non sarà garantito il diritto alla salute dei cittadini lucani.»
Tutto sembrava essersi ridotto, dunque, ad un problema di soldi, giacché le attività legate agli idrocarburi sono per definizione dannose per la salute e per l’ambiente. Nei giorni che seguirono, nel bel mezzo di polemiche sollevate anche da chi aveva scoperto un’insospettabile anima No Triv, Di Maio si forzò di correggere il tiro, mentre trapelavano in privato ed in sordina i commenti imbarazzati di alcuni parlamentari Cinquestelle.
In verità, alcuni di loro, nei giorni che seguirono l'”incidente”, si affannarono a chiedere il destino del lungo elenco delle istanze di permesso di ricerca, di concessione, di coltivazione, di stoccaggio, giacenti sul tavolo romano del Mise in Via Veneto, assicurando che qualcosa avrebbero fatto. Poi il silenzio, pesante, prolungato, inquietante indice di disciplinata obbedienza ad una temuta autorità centrale.
Sempre nei giorni che seguirono – il 16 ottobre, per l’esattezza – il Coordinamento nazionale No Triv notificò al ministro Di Maio ed alla sua segreteria quello che fu definito il cosiddetto “Pacchetto Volontà”, contenente una serie di proposte di misure da adottare a stretto giro per dire stop a nuove attività upstream nel nostro Paese, sia in mare sia su terra ferma.
Da allora – e sono trascorsi quaranta giorni- nessuna risposta.
Last but not least, l’ultima trovata di una “veterana” delle battaglie No Triv a “cinquestelle”: l’onorevole Mirella Liuzzi, giunta al suo secondo e forse ultimo mandato. Cosa ha fatto l’onorevole Liuzzi? Il 21 novembre scorso ha presentato un emendamento – a firma di altri sedici suoi colleghi (*) – alla legge di Stabilità 2019 (articolo aggiuntivo n.88.010 al disegno di legge C.1334 in riferimento all’articolo 88), che prevede quanto segue:

Articolo 88-bis
1. All’articolo 18 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, il comma 1 è sostituito dal seguente:
1. A decorrere dal 1° gennaio 2019, i canoni annui per i permessi di prospezione e ricerca e per le concessioni di coltivazione e stoccaggio nella terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale italiana sono così determinati:
a) permesso di prospezione: 2.000 euro per chilometro quadrato;
b) permesso di ricerca: 3.000 euro per chilometro quadrato;
c) permesso di ricerca in prima proroga: 5.000 euro per chilometro quadrato;
d) permesso di ricerca in seconda proroga: 10.000 euro per chilometro quadrato;
e) concessione di coltivazione: 20.000 euro per chilometro quadrato;
f) concessione di coltivazione in proroga: 25.000 euro per chilometro quadrato;
g) concessione di stoccaggio insistente sulla relativa concessione di coltivazione: 10,329 euro per chilometro quadrato;
h) concessione di stoccaggio in assenza di relativa concessione di coltivazione: 41,316 euro per chilometro quadrato.
2. A decorrere dal 1° gennaio 2019, per ogni anno di mancato inizio delle attività di concessione di cui all’articolo 18, comma 1 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applica la sanzione pecuniaria di euro 4.000 per chilometro quadrato.

«Quasi mezzo miliardo di euro in più per lo Stato e altrettanti in meno per le casse delle multinazionali del petrolio […]», scrive sul suo blog la deputata del M5S e segretaria di presidenza Mirella Liuzzi. Ove fosse recepito, l’emendamento della Liuzzi «[…] porterebbe a circa 441.297.829,80 euro l’entrata per lo Stato per attività di ricerca, sondaggi, perforazioni, estrazioni e coltivazione di idrocarburi operata dai petrolieri. Un incremento di portata esponenziale considerando che la quota attuale secondo l’ultimo dato disponibile da gettito fiscale 2017 è di appena 1 milione e 426.554 euro.» Come dire: «Petrolieri, fate pure, ma non dimenticate di passare alla cassa per lo scontrino.»
Nessun cenno ad una moratoria delle attività upstream nel nostro Paese, resa ancor più urgente dagli ultimi Report dell’Ipcc e della Ieaa, alla reintroduzione della Intesa “in senso forte” tra Stato e Regioni, all’approvazione di un nuovo Disciplinare-tipo, allo stop dei meccanismo di proroga automatica dei permessi di ricerca di ricerca, delle concessioni di coltivazione, delle concessioni di stoccaggio, alla riforma della Via, alla previsione di un piano Aree. Su questo ed altro, buio pesto.
Non c’è dunque spazio per interpretazioni benevole e giustificazioni di bassa lega. Ritornano in mente le dichiarazioni del ministro Di Maio del 7 ottobre scorso: il quadro è drammaticamente coerente: tutto ha un prezzo, anche le trivelle. Peccato che il rischio è che per rimpinguare le casse cittadini e territori soggetti ad estrazioni debbano fare da bancomat.

(*) I firmatari dell’emendamento sono (Liuzzi a parte): Cosimo Adelizzi (Campania), Nunzio Angiola (Puglia), Giuseppe Buompane (Campania), Federico D’Iincà (Veneto), Leonardo Donno (Puglia), Marialuisa Faro (Puglia), Francesca Flati (Lazio), Michele Gubitosa (Campania), Gabriele Lorenzoni (Lazio), Giorgio Lovecchio (Puglia), Teresa Manzo (Campania), Carmelo Massimo Misiti (Calabria), Michele Sodano (Sicilia), Giorgio Trizzino (Sicilia), Adriano Varrica (Sicilia) e Antonio Zennaro (Abruzzo).

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1 Commento

  1. È vergognosa tra le altre la maggiorazione dei costi in caso di proroghe come a dire cari petrolieri fate presto che vi costa di meno

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