In piena estate, in un contesto come narcotizzato nella coscienza critica, lo sgombero della baraccopoli La Felandina ha smosso le coscienze di chi era già sensibile alle vicende umane dei lavoratori migranti. Ma la maggior parte della cittadinanza è rimasta e resta ferma a guardare, come paralizzata da un clima d’insicurezza indotto.

La Caritas diocesana di Bernalda e Metaponto è sempre stata vicina alle persone che ne avevano bisogno fornendo un aiuto di carattere prevalentemente assistenziale. Ma da qualche anno a questa parte, è inutile nasconderlo, ci occupiamo soprattutto di immigrati. Perché l’emergenzialità delle loro condizioni di vita li rende di fatto gli elementi più vulnerabili della nostra società. Ben prima della sgombero de La Felandina e del tragico incendio in cui ha perso la vita una giovane madre, Petty, attraverso il Laboratorio per il Bene Comune di Bernalda abbiamo tentato di sollecitare le istituzioni competenti ad offrire una risposta valida. Non limitandoci alla protesta ma offrendo tempo, energie, disponibilità per ragionare sulle proposte. Con Medici Senza Frontiere stavamo tentando di realizzare un progetto strutturale di aiuti che si è in larga parte arenato dinnanzi agli ostacoli della burocrazia. Un’occasione persa, in assenza di nuove prospettive.
Perché lo sgombero del 28 agosto scorso ha mostrato chiaramente che la risposta a quella che resta un’emergenza di carattere umanitario non la si è cercata né prima, né dopo. Alimentando, di fatto, l’incertezza collettiva. Quella dei braccianti sgomberati che si sono ritrovati senza un tetto sopra la testa e con gravi difficoltà dal punto di vista lavorativo. E, dall’altro lato, quella di buona parte della cittadinanza che continua a guardare con un certo sospetto ai migranti.

RIMETTERE AL CENTRO LA PERSONA
Qualche giorno fa il rappresentante della piccolissima comunità di Serra Marina – frazione di Bernalda – mi ha chiesto se fosse possibile realizzare altrove il progetto, ancora in itinere, che prevede l’accoglienza di alcuni braccianti extracomunitari in una struttura accanto alla parrocchia. La comunità teme che la forte concentrazione di migranti possa favorire lo spaccio di droga o, peggio, attivare i circuiti della prostituzione.
Questo episodio è, di per sé, molto significativo. Fino a questo momento i temi dell’immigrazione e dell’accoglienza sono stati intrisi di sensazionalismo. Si è volutamente giocato sulle emozioni collettive senza affrontare nel merito problematiche che sono profondamente connesse alla nostra società. Si è parlato dell’Altro, individuandolo come un pericolo, senza riconoscergli la dignità d’essere Uomo. Il grande assente, nel caos generato dallo sgombero de La Felandina, è stato il dialogo. L’assenza di concertazione e di progettualità tra le istituzioni e, successivamente, tra i decisori e la società civile. Fatta non solo da braccianti, ma anche da imprenditori agricoli, popolazione, associazioni attive sul territorio.
È questo che va stigmatizzato. La gestione di una vicenda umana complessa operata senza attribuire centralità agli esseri umani, legittimi portatori di interessi. E così, in questo clima d’insicurezza indotto, è fin troppo semplice riconoscere in qualsiasi ragazzo senza fissa dimora che, semplicemente, vaga per la strada, lo spacciatore o il procacciatore di prostitute.

PROGETTI DI COMUNITÀ
Oggi, proviamo a ricostruire dalle macerie. Già prima dello sgombero, abbiamo ospitato alcuni dei ragazzi de La Felandina presso la casa di accoglienza Santa Marta di Bernalda. Una struttura che avevo già reso operativa da molto tempo che ha come obiettivo quello di garantire l’ospitalità agli uomini senza fissa dimora. Ma tanti altri ragazzi, purtroppo, si sono dispersi tra le campagne. Alcuni, non senza polemiche, hanno occupato abusivamente degli appartamenti. Altri, hanno cercato rifugio nei casolari abbandonati in campagna. In una situazione di marginalità a cui, attraverso il Forum Terre di Dignità – al quale come Caritas diocesana abbiamo prontamente aderito – e il Comitato Braccianti de La Felandina stiamo tentando di sopperire. Ma non conosciamo i numeri dell’emergenza. Non sappiamo precisamente quanti ragazzi siano rimasti sul territorio e quali necessità abbiano. La prima esigenza, dunque, è quella di un censimento. Una sorta di monitoraggio della situazione nel metapontino che fotografi la realtà di Bernalda e di tutti i comuni limitrofi. Per consentire, a tutti gli attori sociali e alle istituzioni competenti, di agire finalmente in maniera efficace e in un’ottica che preservi come valore assoluto la dignità della persona.
Agire in rete, fare massa critica, è fondamentale. Per imparare dagli errori e per comprendere, fino in fondo, quanto l’accoglienza sia connaturata all’essere umano.

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