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Eruzione dolosa

in Fotoreportage di

Reportage fotografico dal Parco nazionale del Vesuvio, in fiamme.

L’Italia brucia. Settantaquattromilanovecentosessantacinque ettari. Sì, proprio 74.965 ettari dall’inizio dell’anno. È questo l’ultimo dato che abbiamo, aggiornato al mese di luglio. Settantaquattromilanovecentosessantacinque ettari equivalgono a 105.000 campi da calcio. Campo più, campo meno.
Brucia il Parco nazionale del Vesuvio. Brucia per più di un terzo. Quasi 2.000 ettari. E brucia ancora il 17 luglio quando ormai si pensava non fosse rimasto più nulla da bruciare. Brucia per mano della criminalità organizzata, per ritorsioni personali, per la pazzia dei piromani, per piani criminali.
Il rapporto “Ecomafie” di Legambiente dice che, nel 2016, tra piromani, eco-criminali, ed eco-mafiosi, sono state denunciate 322 persone per 4.635 roghi. In carcere ne sono finite solo 14.
Quasi nessuno paga per il veleno e la desolazione intorno. Più ci si avvicina all’area degli incendi più diventa difficile respirare. Quando chiedo di salire su, qualcuno mi consiglia una mascherina con il filtro. Ha ragione. L’aria è pesante, permeata da un odore chimico, come di plastica bruciata.
Ma questo, però, non sembra scoraggiare i turisti che già dal 29 luglio possono salire al cratere grazie alla strada riaperta a tempo di record – due settimane – dal Comune di Ercolano.
È necessario favorire le visite al turistiche al cratere. Del resto, il parcheggio di quota 800 metri costa 5 euro; la navetta per salire a quota 1000 metri costa 2 euro; la visita al cratere, invece, costa da 8 a 10 euro.
Intanto i danni al Parco non sono quantificabili nell’immediato. Soprattutto per la fauna. Gli incendi hanno sorpreso gli animali subito dopo i periodi di nascita e/o gestazione. Le nuove generazioni, o quelle appena nate, sono morte tra il fumo e le fiamme. I sopravvissuti devono affrontare un ambiente fortemente antropizzato come quello che circonda il Parco nazionale del Vesuvio.
Alcuni volontari organizzano giornate per la distribuzione di bacinelle d’acqua e mangimi, sperando di salvare gli animali superstiti rifugiatisi nelle poche aree verdi rimaste intatte. Ma la situazione è disperata. Salendo nel bosco c’è solo silenzio. Non si sentono uccelli se non in lontananza.
Le scarpe sprofondano nella cenere. Le sagome nere dei tronchi che si stagliano fanno paura. Il panorama è inquietante. Quanto tempo ci metterà il bosco a ricrescere?
Tra la vegetazione bruciata spuntano rifiuti e bidoni, come un’enorme discarica, e tra le persone che vivono nelle case lambite dalle fiamme il “non vogliamo parlare” è consuetudine.
I canadair per spegnere le fiamme hanno usato acqua di mare. Acqua salata.
Ora in questi boschi, su questi terreni c’è il sale. Come Cartagine.

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Photoreporter. Si interessa di ambiente, sociale e folklore. Sempre alla ricerca di una nuova storia da raccontare attraverso i suoi scatti.

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