Fuoricampo sette
Foto: Fuoricampo sette // Pellegrino Tarantino

L’esilio del cuore

in Terre di migranti di

Fuoricampo è un diario pensato per dar voce agli invisibili. Un viaggio a puntate alla scoperta delle storie dei nuovi schiavi, dei nuovi emarginati d’Italia. A parlare sarà la realtà. Nessuna costruzione, nessun archetipo. Come Caronte, Ibrahim – un ragazzo senegalese, uguale a tanti altri, che vive nel ghetto Chitomeni, uno dei tanti del Sud Italia – ci traghetterà nell’Inferno di una quotidianità che non ci appartiene. Perché solo quando l’intangibile si può toccare, diviene reale. E solo raccontando queste storie i loro protagonisti potranno finalmente avere un volto, un nome e una voce. Un grido di speranza che raggiunga le coscienze, fuori dal campo.

Io vivo / nei quartieri oscuri del mondo / senza luce né vita. / Lungo le strade vado / a tastoni / abbarbicato ai miei sogni informi / inciampando nella schiavitù / se appena desidero essere. /
Sono quartieri di schiavi / mondi di miseria / quartieri oscuri / Dove le volontà si dissolsero /
e gli uomini si confusero / con le cose / Cammino incespicando / per le strade senza luce /
sconosciute / sature di mistica e terrore / a braccetto di fantasmi. /Anche la notte è oscura.
(“Notte” di Antonio Agostinho Neto, Angola)

PROLOGO
Una nube aspra si alza lenta dai cumuli di rifiuti dati alle fiamme. Gli avanzi giacciono inermi come cadaveri narrando vite fatte di stenti, di sudore, di fatica. Non restano che lampi di cenere. Sono le sei del mattino e il ghetto Chitomeni è come un teatro di guerra senza vincitori. Dall’alto di un megafono una voce canta un triste richiamo alla preghiera. Un tam tam che risuona adagio, incalzante, per svegliare le anime intorpidite da una notte illuminata dai bagliori delle fiamme. Questa musica è un fiume che trascina via impurità e miasmi, come acqua che purifica da un inesistente peccato originale. Si canta un’ode alla vita in un luogo che, in una perenne apocalisse, prepara lentamente alla morte. È domenica e nella moderna chiesa pentecostale, tra qualche ora, la funzione religiosa si svolgerà regolarmente.
«No, no fare foto! Tu non può fare foto, smettere, smettere subito!» mi grida un uomo in lontananza. In quella nebbia di fumo, riesco appena a intravederlo. Si avvicina a capo chino, imprecando. Si avvicina per farsi ascoltare anche se non vuol lasciarsi vedere. Poi, finalmente lo scorgo.
«Ascolta, donna! Qua no fare foto. Noi no animali, capito? Tu no fare foto noi come animali, capito?»
Il suo volto è segnato dal tempo e dalla memoria. Il suo volto narra un male passato e presente. Agita un solo braccio mentre mi intima di andare via. Vorrei rispondergli qualcosa. Vorrei dirgli che per me lui non è un animale. Che il luogo in cui vive, quell’antro che gli uomini con la memoria corta chiamano ‘ghetto’, non è degno di una vita. Di qualsiasi vita. Ma non faccio in tempo. Ibrahim, come sempre, è accanto a me.
«Devi lassiare stare lei, Youssef. Lassia stare. Lei no può fare foto, lei deve fare. Così dice fuori come noi stare qua. Questo suo Paese, lei fare foto. Questa casa sua, no casa nostra. Qua noi ospiti che nessuno vole. Lei fa foto, così aiuta…»
«Nessuno aiutare noi, fratello!» lo blocca immediatamente Youssef. «Suo Paese…suo Paese!» sussura. «Pure Eritrea mio Paese. Italia tanto tempo fa prendere mio Paese, sai? Tu di Senegal, da te franscesi. Da me italiani, poi inglesi. Si lei aiutare come fare suo Paese, allora…» aggiunge con sdegno.
«Lei cuore pulito. Parla con lei, lei brava persona», gli risponde immediatamente Ibrahim.
«Ti chiami Youssef, giusto?» gli chiedo intervenendo nel loro acceso diverbio. «Youssef, lascia che mi presenti», provo tendendogli la mano. Ma lui si ritrae immediatamente.
«Ascolta», tento ancora. «Io non sto facendo delle foto perché penso che tu, o Ibrahim, siate degli animali. Penso solo che non sia giusto che viviate così. E penso che chi sta fuori da Chitomeni debba saperlo. Con le foto è un po’ più semplice parlare. Con le foto io posso far vedere alle persone che questo è un inferno, anche se loro non ci sono mai state. Anche se non vi hanno mai ascoltati. Anche se non hanno mai provato a prendervi per mano», aggiungo riuscendo finalmente a intercettare la sua esile mano bendata.
«Vivere così… vivere così!» ripete come se non avesse ascoltato tutto quel che gli ho appena detto. «Che sapere tu, donna, di vivere così? Guardare me. Guardare mia fascia, mie mani, mio tutto. Guardare bene che no dimentica. Tu parlare me di vivere, io come morto che cammina. Vivere così…»

“MEZZA FACCIA”
Youssef ha il volto e il corpo dilaniati dall’orrore. Nel campo, non ha più la dignità d’un nome. È oggetto di scherno, di risa sfrenate, di biasimo. Talvolta, di pietà. Quel sentimento che ha portato la teologia morale di Ibrahim ad adottarlo come se avesse con lui un debito d’amore. Le loro baracche sono vicinissime, quasi comunicano tra loro. Quando lui non riesce a lavorare, Ibrahim lo aiuta. Per quasi tutti gli altri, Youssef è “mezza faccia”. Un incendio doloso gli ha portato via l’altra metà.
Ho paura di ferirlo con lo sguardo. Ho timore di indugiare troppo sulle sue ferite dell’anima. Ma da quando ho riposto la mia macchina fotografica è più tranquillo.
«Dammi la mano, facciamo bene le presentazioni», gli dico.
«La mano? No fare paura mia mano?» mi chiede.
Osservo quella fasciatura lercia che contiene a fatica quelle pallide dita bianche, smunte, fatte quasi solo d’ossa. Pelle a carne, scalzate via dalle fiamme, sono solo un lontano ricordo. Quella mano è parte di una storia triste che non so fino a che punto lui sceglierà di raccontarmi. Ma gliela prendo comunque, piano, tra le mie. Quel che avverto non è disgusto, no. È solo paura di fargli del male una volta di più. Una volta di troppo. Poi le sue fragili dita si tendono verso il mio polso. Solo allora alza lo sguardo per la prima volta e dice: «Shukran. Grassie.»

IL BATTESIMO DEL FUOCO
Nella sua vita passata Youssef è un allevatore di bestiame, prevalentemente nomade. La sua transumanza è dettata dalle leggi del clima e da quelle, implacabili, della siccità. Ha una famiglia. Una giovane moglie, di cui non mi rivela il nome, e tre figli: due bambine e un bimbo, il suo piccolo orgoglio. Conosce la dittatura, sperimenta la leva militare obbligatoria, sa cosa vuol dire sognare un domani migliore in un Paese che sembra aver abiurato al futuro. E la fame, quel morso perenne alla bocca dello stomaco che non ti lascia dormire né sperare, è una solida amica fin da quando è solo un bambino. Con la sua “faccetta nera d’Abissinia” – come recita una nota canzonetta fascista – fugge via, di notte, come un ladro di sogni. Vuole qualcosa di più per la propria famiglia. Sa che la crisi alimentare mieterà più vittime del dovuto, sa che la protesta e la lotta lo priverebbero per sempre dei propri cari, sa che per i dissenzienti d’Eritrea la sporca ultima meta è la morte in un campo di prigionia. E allora va. Attraversa il deserto e il mare, insieme ad altri giovani uomini che chiama “fratelli”. Va via augurandosi, un giorno, di veder crescere i propri figli. È troppo povero per pensare di poterli portare con sé.
In Italia lavora come bracciante agricolo. Avvia le pratiche per la richiesta d’asilo, di cui avrebbe legittimamente diritto. Ma i tempi della burocrazia non rispettano quelli della fame. E allora vive in un ghetto, come ultimo tra gli ultimi, sperimentando sulla propria pelle la penuria di dignità pur di guadagnare quei pochi spiccioli che consentono alla sua famiglia, rimasta in Eritrea, di sopravvivere.
Divide la baracca con altri quattro ragazzi. Altri “schiavi” della legge della campagna, del capitale, del sopruso. Quella stessa legge che consente alle moderne élite borghesi, scevre da costrizioni morali, di non chiedersi mai quanto sfruttamento troveranno nei loro rinomati piatti da nouvelle cuisine.
Youssef era fuggito dall’Eritrea dei ragazzini travestiti da soldato, della dittatura sconfinata di Isaias Afewerki, delle privazioni delle libertà civili. Era fuggito per cercare la pace e ha trovato la guerra. Quella della povertà morale, che miete vittime tra i poveri del mondo. Qualunque colore abbiano.
«Vita molto diffiscile qua in Italia, ma in mio Paese più diffiscile. Miei figli deve mangiare ecco perché io vivere così. No è bello, ma io deve aiutare loro», racconta.
Poi, in una notte fredda, Youssef ha conosciuto il battesimo del fuoco. Insieme alle fiamme, volano via le sue speranze di una vita migliore. Uno dei ragazzi che divide la baracca insieme a lui, non salda i propri debiti. E l’incendio doloso è solo una bieca ritorsione.
«Quali debiti?» domando.
«Quando stare in ghetto, delle volte fratelli poveri chiedere soldi da prestare per vivere. Si tu chiedere cinque, poi deve dare loro diesci, capisci? Poi tu dare diesci, loro chiedere venti. E sempre così. Uno di miei fratelli chiedere soldi e no soldi per pagare, perché no avere. Così uomini mettere benzina vicino a baracca e fare fuoco. Loro volere fare paura noi. Ma noi avere stufa con gas, fuoco bruciare e fare: bum! Solo io stare viscino a baracca. Solo io. Io potere morire. Ma forse, io morire davvero.»
«Chi sono quelli di cui parli, Youssef?» provo a chiedergli con un nodo alla gola.
«Sono quelli che noi chiamare capò perché parlare con altri capò bianchi. Quelli bianchi no ghetto. Quelli neri delle volte venire e chiedere soldi. Funsiona così», risponde.
«Non ricordi i loro nomi?» insisto.
«No parlare. Io silensio.»
No, non è reticenza né ignavia la sua. Youssef ha imparato che le parole costano care e sente di doverle risparmiare. Ha saldato con il sangue i debiti dettati dalle implacabili leggi dell’usura. Parlare, adesso, non serve più.

NON TORNARE
L’incendio porta via a Youssef mezza faccia, ma non solo. Braccio, gamba, parte del busto e del dorso sono volati via insieme alle fiamme. Ustioni così gravi lasciano cicatrici enormi. Nel corpo e nell’anima.
«No più tornare in mio Paese, da mia familia. Volere vedere loro…volere sentire ancora caresse di mia molie, risate di miei filii. Ma…», china il capo.
«Cosa è successo Youssef? Ti va di raccontarmelo?»
«Io…io no più tornare. Ora io persona nuova. No più marito, no più padre. No più uomo che potere lavorare come fare prima. No più Youssef. Prima io amare tenere mie filie e mio bambino tra bracci. Amare come mia molie guardare me. Occhi di lei come caressa quando cose no va bene. Capito? Ma occhi di lei no dovere toccare più me. No vedere mezza fascia. Io morire per occhi di lei come io morire per occhi di me», sussurra.
Youssef si copre il volto con la mano che resta. Non può più toccare sua moglie come farebbe un marito. Non potrebbe più prendere in braccio i suoi figli come farebbe un padre. Come se quelle cicatrici potessero violare una vita, un amore, un passato, che sente non appartenergli più. Per questo, ha scelto l’esilio del cuore.
«Questo non è giusto», trovo il coraggio di dire interrompendo un silenzio assordante. «Hai avuto un brutto incidente che ti ha portato via una parte di te, è vero. Ma questo non vuol dire che devi perdere tutto. Così è troppo. Non rinunciare alla tua vita Youssef. Non è giusto. Tu combatti la tua guerra ogni giorno…»
«Ecco mia guerra, ecco qua», mi interrompe bruscamente. «Questa è guerra. Vivere con mezza fascia, respirare da parte sola, lavorare co sola mano. Questa è guerra. Youssef di prima morire, andare via. Ora io guadagnare qualchi cosa e mandare loro. No più tornare. Io essere peso per mia familia e no volere. Io volere vita buona per loro. Si mio filio fortunato, lui venire in Italia ma no dovere restare, dovere andare. Prima io amare vita. Ora io capire quello che amare perché perdere tutto. Uomo no capire cosa avere fino quando non essere più uomo. Capito? Io no uomo, no animale. No più lavorare come prima. Solo un peso. E allora, no tornare. Fuoco portare via tutto. No vuole vedere mia molie piangere. No volio vedere fili che non conoscere più padre. Mia vergognare no può essere loro vergognare. No dire più tornare. Io no tornare.»
Non insisto più. La sua scelta è passata in giudicato e non c’è più appello che tenga. Ha deciso di condannarsi a una pena perenne senza farsi sconti. Vivere o morire. Youssef ha scelto di morire agli occhi della propria famiglia per rinascere come un uomo solo. Un uomo che si aggrappa con tutta la propria forza a un passato che non gli appartiene più. Che è bruciato via, in una notte, sull’altare dell’abbandono.

EPILOGO
«Cosa farai adesso Youssef?»
«Lavorare, fare quello che può fare e basta. Mandare soldi a familia» risponde.
«Vivere come? Qui a Chitomeni?» chiedo ancora.
«Sì. Ogni parte qui in Italia essere Chitomeni. Io stare qui fino quando può stare. Quando no potere stare, andare in altro Chitomeni.»
«Riesci a lavorare?»
«Qualchi volta padrone no volere me perché io no lavorare come altri. Poi tante persone no dare me rispetto, no dare me mano. Una notte uomo punire me per cosa che io no fare. Ora io vivere co mia fascia nuova. Chi cambiare tutto? Forse tu pensare che essere foco. No foco, essere uomo. Ora io no rispetto, persone chiamare me “mezza fascia”. Quando colcuno dare me mano, guardare male. Perché mia mano no piacere. A volte volere rispetto ma poi pensare: no può avere rispetto di altri, si io no rispettare me. Cosa sono?» Il suo sguardo è intenso. E per la seconda volta, forse l’ultima, riesce a guardarmi negli occhi.
«Sei ancora un uomo Youssef», rispondo afferrandogli la mano smunta.
«Sono quello che rimanere di uomo. Ora io stanco e tu andare. Andare e no tornare.»
Non tornare. Quelle parole mi risuonano nella testa quanto, e forse più, del richiamo alla preghiera che proviene dalla chiesa pentecostale. Youssef ritira la mano fasciata abbassando nuovamente lo sguardo. Non mi guarderà andare via. Vuol essere lasciato andare, per annegare libero nel suo mare di solitudine. Eppure io sento il bisogno di osservarlo ancora. Vorrei dirgli di smetterla di strisciare per iniziare a volare. Ma non posso, non mi ascolterebbe. Mi volto e Youssef, col capo ancora chino, disegna delle strisce sulla terra umida. Chissà cosa sta pensando adesso. Chissà se di notte rivede ancora i volti dei propri cari. Chissà se nei sogni rivede la sua patria, la sua Eritrea. Lui, l’esule del cuore. Ibrahim resta con lui e, per una volta, è giusto così. Io me ne vado imbrigliata nelle redini della tristezza sconfinata.
Oggi ho imparato che ci sono storie che ti restano attaccate addosso. Storie su cui rimugini perché hanno una grandezza tale da schiacciarti e lasciarti inerme alla deriva, alla ricerca delle parole giuste per poterle raccontare. Ecco, quella di Youssef è una di queste. E inizia su un carro di bestiame che vaga lontano nel tempo e nello spazio. O forse no. Probabilmente la sua nuova storia inizia in una notte illuminata da un bagliore rosso fuoco. O forse, ancora, per noi inizia adesso. Perché ho finalmente trovato il coraggio di raccontarla.

Giornalista, caporedattrice del periodico Terre di frontiera. Specializzata in tematiche ambientali. Crede nel cambiamento e nella possibilità di ciascuno di contribuirvi.

2 Commenti

  1. Il mio giornalista preferito è Tiziano Terzani, leggere le tue parole è stato un po’ come rileggere le sue. Il suo dire che un giornalista non può essere obiettivo perché l’anima e il cuore non si possono accantonare, per me è diventato una legge. Tu rispetti pienamente questa umana legge.

Lascia un commento

Your email address will not be published.