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Nell’ottobre del 2019 un tribunale di New York ha portato alla sbarra la ExxonMobil – poi assolta – con l’accusa di aver ingannato gli azionisti proponendo una contabilità fasulla, pare con “libri paralleli”, relativa ai rischi di business legati all’effetto serra. Non per disastro ambientale, non per danni irreversibili alla natura, non per inquinamento prolungati ai danni dell’umanità, pur essendo a conoscenza degli effetti della CO₂ almeno dal 1977. E la ExxonMobil non sarebbe la sola.

Il tema del surriscaldamento climatico non rappresenta una novità. L’idea che l’atmosfera agisca «come le finestre di una casa riscaldata» risale addirittura al 1827, avanzata dal fisico francese Jean-Baptiste Fourier. Per trovare, invece, le prime enunciazioni – nero su bianco – sulla CO₂ come causa dell’innalzamento delle temperature, bisogna tornare soltanto al 1965: James Garvey, presidente della Bituminous Coal Research, in un articolo comparso sul Mining Congress Journal dal titolo “Inquinamento dell’aria e l’industria del carbone”, chiosa senza mezzi termini che «la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera è in forte aumento, dovuta alla combustione dei fossili. Se il futuro tasso di crescita continua con gli attuali livelli, è prevedibile che la temperatura terrestre aumenti, con enormi cambiamenti dal punto di vista climatico.» Garvey conclude senza minimizzare l’apocalisse, parlando di scioglimento di ghiacciai, e di conseguenza inondazioni, e quindi addio città costiere come New York. Sempre nel 1965 si scomodò persino il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson, che ebbe a dire: «L’inquinamento dell’aria non è più da ritenere in aree confinate. Questa generazione ha alterato la composizione dell’atmosfera su scala globale, attraverso materiali radioattivi e un considerevole aumento dell’anidride carbonica dovuto alla combustione dei fossili.»
Garvey e Johnson non erano tra l’altro soli: in quegli anni sono tanti gli scienziati che hanno confermato le stesse teorie, in una conformità di conclusioni che poco spiega la totale mancanza di provvedimenti e di corsa ai ripari negli ultimi cinquanta anni. Anzi. Gli odierni allarmi e l’imminente “baratro del non ritorno” sono ben più ampi delle previsioni degli addetti ai lavori degli anni Sessanta, con impennate nell’utilizzo dei fossili in percentuali astronomiche. Chiedersi come mai nessuno sia intervenuto a mitigare la catastrofe, a invertire la rotta quando ancora si era in tempo, è un gioco che in ultima analisi favorirebbe soltanto il più bieco dei complottismi. Ma a pensar male, si sa.

IL CASO E EXXONMOBIL
Lo scorso ottobre un tribunale di New York ha portato alla sbarra la ExxonMobil, tra le principali compagnie petrolifere del pianeta. Disastro ambientale? Danni irreversibili agli equilibri della natura? Inquinamento prolungato ai danni dell’umanità tutta? Nulla di tutto ciò. O meglio, di inquinamento si tratta, ma «di informazioni presentate agli investitori di Wall Street». Gli azionisti, in sostanza, hanno accusato la compagnia di averli ingannati, proponendo una contabilità fasulla (pare, con “libri paralleli”) per i rischi di business legati all’effetto serra. Andando oltre i paradossi e le ironie della sorte possibili, ciò che viene fuori di importante da tale processo – conclusosi tra l’altro con l’assoluzione della ExxonMobil – sono i documenti presentati come prove. Tra questi, alcuni file che confermano inconfutabilmente che la società sapesse degli effetti nefasti della CO₂ almeno dal 1977.
Lo confermano alcune note interne a firma di scienziati pagati dalla Exxon per studiare gli effetti dell’estrazione e la combustione di petrolio. Ma la Exxon non è sola: grazie al lavoro di inchiesta del giornalista olandese Jelmer Mommers, si è venuto a conoscenza che anche la Shell sapesse, e che avesse commissionato ricerche ai propri scienziati sugli effetti della combustione dei fossili, dal 1981 al 1986, arrivando alle medesime conclusioni dei colleghi americani.
Eppure, tutto questo, non è altro che la punta dell’iceberg del noto, ipotizzando che ci sia pure una punta di un iceberg di un non-noto. Nonostante le compagnie petrolifere sapessero dei danni causati dai loro affari, molte di loro si sono prodigate in tutta una serie di campagne atte a negare la scienza, confondere l’opinione pubblica e ritardare gli interventi. Le metodologie sono delle più disparate, alcune delle quali raccolte e documentate in diversi dossier redatti dalla Union of Concerned Scientists.

FONDI AGLI SCIENZIATI SCETTICI
Alcuni documenti venuti fuori nel 2015 dimostrerebbero che la ExxonMobil e altre società petrolifere avrebbero segretamente finanziato la ricerca di alcuni scienziati presumibilmente indipendenti e contrari alle tesi sul riscaldamento climatico. Nello specifico, i documenti certificherebbero che tale Wei-hock “Willie” Soon, un ingegnere aerospaziale screditato più volte dai suoi colleghi, abbia ricevuto ben 1,2 milioni di dollari in ricerca da parte di ExxonMobil, l’American Petroleum Institute, la Charles Koch Fondation e la Southern Company, in un periodo di tempo che va dal 2001 al 2012. Politici e gruppi di interesse supportati dalle compagnie petrolifere hanno promosso i lavori di Soon per anni, nel tentativo di infondere dubbi sul ruolo dell’azione umana legato ai cambiamenti climatici. Dal contratto di Soon e la conseguente indagine viene fuori che il finanziamento farebbe parte di un quadro ben più ampio di mistificazione e manipolazione dei dati scientifici, con il coinvolgimento di gruppi generalmente restii a fornire i nomi dei propri finanziatori e notoriamente ostili al taglio delle emissioni di CO₂ (come l’Heartland Institute, l’American for Prosperity e il Committee for a Constructive Tomorrow).

CONTRASTO AL PROTOCOLLO DI KYOTO
Nel 1998, un anno dopo la stesura del protocollo di Kyoto, l’American Petroleum Institute (API), un consorzio che comprende ExxonMobil, BP, Chevron e Shell, redige una roadmap con il chiaro intento di confondere e disinformare l’opinione pubblica. Il titolo è apparentemente innocente, “Piano di comunicazione scientifica sul cambiamento climatico”, ma in realtà nasconde una articolata strategia di mistificazione tutt’ora in atto. Secondo il documento, la “vittoria”, la realizzazione del piano, verrà raggiunta solo quando il “cittadino medio” e l’informazione si convinceranno delle “incertezze” legate alla scienza sul clima, nonostante l’abbondanza di prove e la generale condivisione unanime da parte di gran parte della comunità scientifica. Inoltre, il consorzio si sarebbe prodigato a ingaggiare singoli scienziati con poca visibilità, nella volontà di produrre documenti che avrebbero minato la credibilità dell’“opinione comune” sui cambiamenti climatici. La ricerca è estesa anche a docenti universitari, che avrebbero il ruolo di formare le future generazioni “enfatizzando le incertezze”. Il costo totale dell’intera campagna si aggirerebbe intorno ai 6 milioni di dollari.

CREAZIONE DI GRUPPI DI OPPOSIZIONE “DAL BASSO”
Un’altra strategia messa in atto dalle società energetiche e dai consorzi che ne difendono gli interessi è quella di foraggiare organizzazioni popolari che si oppongono alle politiche energetiche legate al cambiamento climatico e alle energie rinnovabili. Da documenti venuti alla luce nel 2014, si scopre che la Western States Petroleum Association (WSPA), tra le principali lobby dell’industria energetica che opera negli Stati Uniti occidentali, abbia investito circa 27 milioni di dollari nel tentativo di organizzare campagne dal basso che si opponessero a innovative politiche energetiche specie nello stato della California (tra tutte, il cosiddetto piano AB32 che prevede una sostanziale riduzione delle emissioni di CO₂ entro il 2020). Nei documenti si legge dell’esistenza di almeno 16 organizzazioni fasulle messe in piedi dalla WSPA e dai suoi alleati. Si tratta spesso di gruppi di semplici cittadini preoccupati di un presunto contraccolpo nei consumi e nei loro portafogli, con l’attuazione di una legge in favore del clima; per diffondere il loro messaggio si affidano a manifestazioni, radio locali o acquistando spazi pubblicitari ai bordi delle strade. Tutti strumenti tesi a influenzare il dibattito sia pubblico che politico, che tendono generalmente a muoversi in maniera locale, all’interno di singoli stati (oltre alla California, esempi di organizzazioni legate alla WSPA sono presenti anche a Washington e nell’Oregon).

LETTERE FASULLE AI MEMBRI DEL CONGRESSO
Nel 2009 negli Stati Uniti si discuteva sul Clean Energy and Security Act, una legge che proponeva l’istituzione di un piano di riduzione delle emissioni di anidride carbonica. A due settimane dal voto, tre membri dello stato della Virginia hanno ricevuto delle strane lettere da parte di organizzazioni no-profit. Nelle mani di Tom Perriello ne arriva una che così recita: «La mia organizzazione, la Creciendo Juntos, rappresenta la minoranza latina nel suo distretto. Le chiediamo di usare la sua posizione per proteggere le minoranze e altri consumatori dalle bollette salate che arriveranno. La preghiamo di non votare a favore dell’emendamento, che porterebbe inevitabilmente all’aumento di costi per noi, che già viviamo una difficile situazione a causa di un’economia così volatile». Soltanto dopo il voto, Perriello viene a sapere che la lettera era falsa, e che altri membri del congresso avevano ricevuto lettere simili da altrettanti gruppi di quartiere. A seguito di indagini si scopre che la frode era stata perpetrata dalla Bonner and Associates, una società di lobbying che aveva un subappalto con la American Coalition for Clean Coal Electricity (ACCCE), di cui fanno parte diverse aziende energetiche del paese. In tutto vengono alla luce ben 13 lettere false, e da alcuni documenti rinvenuti in seguito all’inchiesta si scopre che la ACCCE abbia pagato circa 3 milioni di dollari nel 2009 per “intercettare” gruppi comunitari, con attenzione particolare a organizzazioni di minoranze, anziani o veterani. Le lettere fasulle venivano inviate a specifiche figure del congresso che si erano mostrate dubbiose o in generale più vulnerabili sul voto al provvedimento.

PUBBLICITÀ INGANNEVOLE
Nel 1991 le compagnie carbonifere degli Stati Uniti mettono su l’Information Council on the Environment (ICE), un’agenzia informativa potente seppur di vita breve (fallì nel giro dello stesso anno). Con un investimento di circa 500 mila dollari, la ICE aveva come obiettivo quello di “riportare il riscaldamento climatico a teoria – e non a fatto concreto, accertato” attraverso tutta una serie di campagne pubblicitarie gestite in maniera occulta, sotto i radar dell’informazione. La ICE prese principalmente possesso di spazi sulle radio e sui cartelloni pubblicitari, diffondendo i dati più “freddi” delle oscillazioni di temperatura terrestre con un chirurgico cherry-picking, o mettendo su vere e proprie campagne di marketing, con tanto di scienziati al soldo pronti a sostenere la causa. Fu addirittura portata avanti un’indagine di mercato in cui si identificavano i target della campagna: giovani, donne con reddito basso, persone in generale “più ricettive al tema del surriscaldamento climatico, che con maggiore probabilità possono trasformarsi in consumatori ‘green’, che ritengono che il problema sia serio e possono di conseguenza essere influenzati da nuovi dati”. Nonostante gli sforzi, la campagna non fu di grande successo, con rammarico degli organizzatori, come rivela una lettera del 1999 – scritta dalla Peabody Energy: «Peccato che l’esperienza dell’ICE sia terminata; l’operazione pubblicitaria aveva in effetti generato una vera e propria inversione di marcia nella percezione delle persone sul tema del cambiamento climatico».

LOBBYING SELVAGGIO
Non manca infine tutta una serie di documenti che provano una consolidata opera di influenza lobbistica su amministratori a tutti i livelli, task force e organizzazioni finanziate dai colossi dell’energia. Tra le tante, il lavoro più intenso è senza dubbio quello dell’American Legislative Exchange Council (ALEC), un’organizzazione che sostiene di essere a favore dei principi del libero mercato, che garantisce la possibilità, per i gruppi industriali, di influenzare i responsabili politici in maniera privata. Ad oggi la ALEC continua la sua opera di disinformazione e di offerta di proposte politiche tese a smantellare le azioni di contenimento all’inquinamento. In molti, comprese alcune società energetiche, hanno cominciato a prenderne le distanze. Fu duro Eric Schmidt, presidente esecutivo di Google, quando nel settembre del 2014 ebbe a dire: «Finanziare la ALEC è stato un grosso errore. Google ha una visione netta sulla capacità di prendere decisioni politiche basate sui fatti. E il cambiamento climatico è un fatto concreto, e non può più essere messo in discussione. È sotto gli occhi di tutti, sta succedendo adesso. Non si deve correre il rischio di allinearsi alle teorie di queste persone. Non sono altro che degli impostori».

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