Fiaccola Centro Olio Val d'Agri
Foto: Fiaccola Centro olio di Viggiano // Archivio Ola

Quale futuro per la Basilicata petrolifera?

in Racconti fossili di

Dopo oltre venticinque anni di sfruttamento massivo del petrolio in Basilicata, l’attuale esecutivo giallo-verde potrebbe autorizzare nuove trivellazioni sul territorio lucano. Fin quando, però, il dibattito è condotto esclusivamente sul piano politico, focalizzato sulle prossime elezioni regionali (si andrà al voto il 10 febbraio 2019), diversi progetti fossili rischiano di compromettere ulteriormente il territorio, senza che i ministeri competenti se ne occupino. È, invece, necessario intervenire subito.

Il 7 ottobre 2018, a Potenza, nel corso della presentazione ufficiale del candidato Cinquestelle alla presidenza della Regione, Antonio Mattia, il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, ha dichiarato che «non autorizzerò nuovi pozzi se le royalties non resteranno tutte in Basilicata (restano già tutte in Basilicata, ndr) e se non verrà garantita la salute per le comunità.» In sostanza, niente di diverso da quanto annunciato dai suoi predecessori. Da una parte il refrain sulla tutela della salute delle comunità in un sistema regionale (che andrebbe rivoluzionato) per nulla collaudato dal punto di vista dei controlli e, dall’altra, il persistente ricatto economico che ha tenuto al palo almeno due generazioni provocando disastri ambientali e sociali, condannate dalle scelte scellerate dei governi nazionale e regionale. In una recente intervista rilasciata al Quotidiano della Basilicata, Antonio Mattia, sembrerebbe confermare la prosecuzione delle attività petrolifere e il rilancio di un «modello lucano» stile «modello norvegese», con una particolare attenzione alla tutela dell’ambiente e della salute e ai controlli gestiti da un organismo pubblico ed indipendente. Che sarebbe già qualcosa.
Ancora una volta, nella dialettica politica, le royalties rappresentano una panacea da reperire e dirottare a seconda delle esigenze. Da ambienti vicini al Movimento 5 Stelle Basilicata, in un primo momento, si è appreso che la legge di bilancio del governo Conte avrebbe potuto portare ad una revisione delle franchigie sulle royalties per la produzione di idrocarburi. Al momento, però, di questa revisione non c’è tratta e non è escluso che possa essere emanato un decreto ad hoc. Il fulcro della questione sarebbe nella ricerca di risorse per finanziare il reddito di cittadinanza che, in Basilicata, potrebbe accontentare in tanti, vista la crescita costante della disoccupazione nonostante il petrolio. In caso di una revisione di franchigie e royalties, il nodo da risolvere sarebbe quello relativo all’applicazione delle nuove norme: potrebbero interessare solo le nuove autorizzazioni e non le autorizzazioni già concesse dai governi nazionali D’Alema, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi? In entrambi i casi le estrazioni petrolifere non verrebbero bloccate.

LE SCELTE IN MATERIA DI FONTI FOSSILI DEGLI ULTIMI GOVERNI. UN PO’ DI STORIA
Il disastroso decreto-legge Sblocca Italia, varato dal governo Renzi nel 2014, è il risultato dell’effetto combinato delle politiche e delle scelte dei presidenti dei governi regionali Angelo Di Nardo, Filippo Bubbico, Vito De Filippo, Marcello Pittella e dei presidenti dei governi nazionali Massimo D’Alema, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi.
Con il Memorandum sul raddoppio delle estrazioni sottoscritto nel 2011, si è passati dalla bocciatura da parte della Corte costituzionale dell’articolo n.37 della legge regionale n.16/2012 varata sotto il governo De Filippo, che proponeva una sorta di “moratoria bluff” per le autorizzazioni petrolifere, alle intese rilasciate, all’epoca, dalla Regione Basilicata che, di fatto, hanno spalancato le porte del territorio lucano alle multinazionali del petrolio. La Regione scelse di “far decidere”, assumendo decisioni ambigue e contraddittorie (ad esempio escludendo dalle procedure di Valutazione d’impatto ambientale alcuni permessi di ricerca), passando la palla ai Tribunali amministrativi regionali, ai Consigli di Stato e alla Corte costituzionale le decisioni finali sul petrolio in Basilicata. Un modo pilatesco e non democratico di gestire le vicende legate alle autorizzazioni in materia.
Successivamente, con la risoluzione favorevole allo Sblocca Italia, voluta dall’ex presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, e fatta approvare dal Consiglio regionale nel 2014 sotto la presidenza di Marcello Pittella, è stato consegnato l’intero territorio lucano nelle mani delle compagnie minerarie, nonostante la grande manifestazione, proprio contro lo Sblocca Italia, tenutasi a Potenza il 4 dicembre 2014. Oggi le compagnie petrolifere chiedono al governo nazionale, presieduto da Giuseppe Conte, di autorizzare la trivellazione di nuovi pozzi di petrolio per aumentare la produzione. Dobbiamo forse attenderci una nuova stagione di ricerche e perforazioni? Quali saranno le risposte del presidente del Consiglio dei ministri?

LA VAL D’AGRI E I NUOVI POZZI DI PETROLIO IN LOCALITÀ CIVITA DI MARSICOVETERE
Sono cinque i nuovi pozzi di idrocarburi previsti dall’Eni a Marsicovetere, in provincia di Potenza. Se dovessero essere realizzati avrebbero impatti significativi anche per l’ecosistema della Val d’Agri, per i sistemi idrici e potabili, e per le aziende biologiche presenti nel territorio di Marsicovetere. La Regione Basilicata, nel 2015, non avrebbe potuto autorizzare con Valutazione d’impatto ambientale, e successiva Intesa del 2018, i pozzi “S.Elia 1” e “Cerro Falcone” (due dei cinque previsti), poiché era di competenza del ministero dell’Ambiente farlo in base al decreto-legge Sblocca Italia.
Nel 2015, infatti, era già vigente la legge n.164 dell’11 novembre 2014 di conversione del decreto-legge n.133 del 12 settembre 2014 (il cosiddetto Sblocca Italia, appunto). Si sarebbe utilizzato lo stratagemma di aggirare le procedure Via nazionali con la medesima denominazione per i pozzi “Cerro Falcone 7” e “S.Elia 1”, già autorizzati e realizzati sulla postazione idrocarburi in località Case Marinelli di Marsicovetere, come da delibere n.1998/2002 e n.569/2004.
Inoltre, presso il ministero dell’Ambiente pende sul territorio lucano il parere Via – sempre in base allo Sblocca Italia – per il nuovo pozzo idrocarburi “Alli 5”, in merito a cui sono state presentate le osservazioni di associazioni, cittadini e imprenditori turistici della Val d’Agri. Se questa autorizzazione venisse rilasciata saremmo in presenza di una sorta di sanatoria per le varie illegittimità commesse dall’ente regionale e si aprirebbe alle autorizzazioni di oltre dodici pozzi compresi nella concessione Val d’Agri, che garantirebbe nella sua totalità quasi i tre quarti della produzione nazionale e delle royalties incassate dalla Regione. Cosa faranno i ministri dell’Ambiente, Sergio Costa, e dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio? Applicheranno una moratoria per le nuove e le vecchie istanze pendenti? Fermeranno lo Sblocca Italia dell’ex governo Renzi?

UNA NUOVA “SPADA DI DAMOCLE” SULLA BASILICATA: NUOVI PERMESSI DI RICERCA E NUOVE TRIVELLAZIONE DI POZZI IN TERRA E IN MARE
Non è solo su Eni e Val d’Agri che i ministeri competenti sono chiamati a pronunciarsi. C’è, infatti, una richiesta analoga che riguarda il rinnovo delle concessioni per estrarre metano nella zona del metapontino. Le concessioni in questione sono cinque, di cui due già scadute (“Il Salice” e “Serra Pizzuta”) e tre (“San Teodoro”, “Recoleta” e “Policoro”) che scadranno da qui al 2020. Unitamente a queste cinque concessioni c’è il progetto di megastoccaggio di gas russo proveniente dai gasdotti adriatici TAP e Poseidon, ubicato tra Pisticci e Ferrandina, in provincia di Matera, della società italorussa Geogastock, con attracchi in Puglia e stoccaggio in Basilicata, ricadente in un’area Sin (Sito d’interesse nazionale) ancora in attesa di bonifica, dove ci si ammala e si muore per tumore.

CALO OCCUPAZIONALE. I DATI ISTAT SONO EMBLEMATICI
Queste grandi manovre energetiche si svilupperanno in un contesto sociale ed economico caratterizzato dalla perdita di posti di lavoro, soprattutto in agricoltura e nel turismo. Come dimostrano i dati Istat. In Val d’Agri, ad esempio, negli ultimi due decenni, le aziende agricole che hanno chiuso sfiorano il 60 per cento, il doppio rispetto al resto della regione. C’è più emigrazione e più povertà rispetto a dieci anni fa, e i posti di lavoro creati nel petrolio sono poca cosa rispetto a quelli persi nelle economie locali nel lungo periodo. Non servono solo promesse per redditi di cittadinanza: servono scelte rispettose e coraggiose a favore della vocazione territoriali, economiche ed ambientali. Il governo giallo-verde dovrà decidere se rilasciare anche alcuni permessi di ricerca, tra cui il “Masseria La Rocca” a Brindisi di Montagna, che rappresenta uno dei progetti più controversi. Nell’ultimo “round” il Consiglio di Stato ha bocciato l’Intesa negativa rilasciata al governo dalla Regione. Lo Sblocca Italia potrebbe dare, presto, una mano alle compagnie petrolifere anche per il permesso di ricerca “D79” nel mar Jonio, che abbraccia uno specchio d’acqua tra Basilicata, Puglia e Calabria. Inoltre, a breve, potrebbero riattivarsi le istanze dormienti della Shell presso il ministero dell’Ambiente relative ai permessi “Pignola”, “La Cerasa” e “Monte Cavallo”, tra la Basilicata e il Vallo di Diano in Campania.

ISTANZA DI PERMESSO DI RICERCA MASSERIA LA ROCCA A BRINDISI DI MONTAGNA
Nel mese di settembre di quest’anno il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del Comune di Brindisi di Montagna e della Regione Basilicata contro la sentenza del Tar Basilicata favorevole alla compagnia titolare. Con questa decisione le ricerche petrolifere, in base alla sentenza del Consiglio di Stato, potrebbero presto arrivare alle porte del capoluogo di regione con il permesso di ricerca “Masseria La Rocca” (della Rockhopper, della Total e di Eni). L’area è contigua al permesso di ricerca “Serra San Bernardo” che vede come titolari le stesse compagnie minerarie intenzionate a realizzare il pozzo “Montegrosso 2” (dopo aver inquinato l’area pozzo “Montegrosso 1”) ed estrarre, secondo progetti segreti ben 40 mila barili al giorno, con un possibile nuovo Centro olio da ubicare vicino Potenza. Oltre all’istanza “Masseria La Rocca”, le altre mancate intese rilasciate dall’ex governatore Vito De Filippo, oggetto di analoghe sentenze del Tar favorevoli alle compagnie minerarie, riguardano altre cinque istanze: “Satriano di Lucania”, “Anzi” e “Frusci” dell’Eni; “Grotte del Salice” della Shell; “Palazzo San Gervasio” della Aleanna Resources LLC.
A tal proposito, in attesa di una decisione urgente del nuovo governo, la Regione Basilicata ricorrerà alla Corte di Cassazione entro il 19 novembre 2019, così come chiedono i movimenti No Triv?

TEMPA ROSSA: ECCO COME SCAVERANNO LA FOSSA ALLA BASILICATA
Dopo lo stop alle prove di produzione da parte della Regione Basilicata della Total, nell’area del giacimento della concessione Gorgoglione, per inadempimenti gravi legati alle prescrizioni regionali ed ai monitoraggi che riguardano l’ambiente, cosa faranno i ministri all’Ambiente, Sergio Costa, e allo Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio? Applicheranno uno stop definitivo all’entrata in produzione del giacimento Tempa Rossa? Autorizzeranno la messa in produzione di otto pozzi, tra nuovi e vecchi, tra i quali il pozzo “Gorgoglione 3” sul quale la Total è in attesa del parere Via da parte del dicastero dell’Ambiente?

INCHIESTE GIUDIZIARE, PROCESSI SU RIFIUTI E REFLUI PETROLIFERI E SALUTE DELLE COMUNITÀ
Dopo un avvio promettente, l’ultima inchiesta della Procura di Potenza – l’Oilgate – sull’affaire petrolio in Basilicata registra le prime prescrizioni e nuove battute d’arresto. Nel frattempo, in Val d’Agri, della Valutazione di impatto sanitario (Vis) si sono perse le tracce. Il governo giallo-verde – di Movimento 5 Stelle e Lega – applicherà la Vis per i giacimenti di idrocarburi garantendo la partecipazione dei movimenti e dei comitati dei cittadini che lamentano, tra le altre cose, l’assenza dell’applicazione dei Piano di emergenza delle opere petrolifere in base alla normativa Seveso? Verranno bonificate le aree petrolifere e quelle dei pozzi, così come per il pozzo “Pergola 1”, situato nel comune di Marsico Nuovo, risultato inquinato già nella fase iniziale di trivellazione? Il ministero dell’Ambiente rilascerà per questo pozzo il parere Via favorevole per la messa in produzione, oppure lo fermerà perché ha già inquinato le falde ed il suolo che insistono su sistemi idrici che interessano il bacino idrografico interregionale del fiume Sele, tra la Basilicata e la Campania?

Giornalista, direttore del periodico Terre di frontiera. Reporter per la Terra 2016 e Premio internazionale all'impegno sociale 2015 Livatino-Saetta-Costa. About me

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