Gela profonda. Il petrolchimico di Gela
Foto: Il petrolchimico di Gela // Wikipedia Commons

Gela profonda. L’ombra delle malformazioni

in Gela profonda/Inchieste di

Cosa si prova ad essere bambini e a non poter correre? Cosa si prova a svegliarsi ogni mattina col fiato più corto, come se i respiri affannosi cercassero invano di riconquistare l’aria scappata via dai polmoni? Cosa si prova ad essere un caso medico raro? Magari una delle cinque o sei possibilità ogni 10 mila nati. Magari anche meno. Sono vite rubate, quelle che vivono a Gela.

Bambini, adolescenti, lavoratori. Tutti a Gela hanno versato un pesante tributo sull’altare del progresso. Tutti hanno sacrificato qualcosa. Tutti hanno sofferto. C’è un angolo del cimitero di Gela, una Gela profonda, nascosto allo sguardo dei curiosi. Non ha un nome. Lì riposano i mai nati, i nati morti, quelli che hanno resistito qualche anno. Sono circondati dai giochi a loro cari. Un parco giochi per bambini tranquilli. Presente solo alla memoria dei genitori, non in quella collettiva. Quando si fa riferimento alle malformazioni congenite e non ereditarie riscontrate a Gela, quando si parla dei lavoratori dell’indotto petrolchimico, delle morti “bianche” tra i reparti del cloro-soda – attivi dal 1971 al 1994 – il pensiero corre alle inchieste della magistratura e ai capi d’accusa per l’imputata eccellente: Eni. Pochi ricordano che al di là della raffineria, tra la spiaggia e la vasta Piana, vive una comunità. Fatta di neo-genitori che festeggiano la prima ecografia, quando hanno la certezza che il loro bambino non presenta segni di malformazioni. Di mogli che piangono mariti che non torneranno. Di figli disillusi, che da piccoli avevano coltivato il sogno di lavorare nel petrolchimico perché quello sì, era un posto di lavoro sicuro, una scappatoia dalla fame. Di bambini che sono cresciuti confrontandosi ogni giorno con la propria diversità. Senza poter correre dietro a un pallone. Uno di loro è un ragazzo nato con una malformazione al cuore. Che a soli 2 mesi di vita viene trasferito nel reparto di cardiologia pediatrica dell’Ospedale “Bambino Gesù” di Roma. Una fragile vita scandita al ritmo di interventi, ricoveri, controlli. Nessuno in famiglia presenta patologie cardiache. La madre non ha bevuto, fumato o assunto farmaci durante la gravidanza. Nemmeno l’acido folico. Si è limitata ad acquistare prodotti alimentari al mercato di Gela, dalla carne e il pesce alla frutta e verdura. E a bere e utilizzare l’acqua del rubinetto di casa. Come sempre. Il padre, da operaio petrolchimico col ruolo di manutentore meccanico, dichiara di essere stato esposto all’amianto. Il loro primogenito nasce con una malformazione congenita al cuore piuttosto rara. Oggi chiedono giustizia. Ma a chi? La verità è che il polo petrolchimico di Gela, nel corso degli anni, è stato composto da un variegato assetto multisocietario che, per larghe linee, ha fatto capo a Eni. Un indotto di ditte specializzate per l’impianto di raffinazione, le strutture chimico-industriali, la centrale termoelettrica. All’interno di esso lavoratori che spesso hanno prestato servizio per 5, 6, 10 società nel corso della propria carriera. Come si può accertare la verità dei fatti? Chi può affermare che quella piana non fosse già contaminata? E se più di cento lavoratori si ammalano, se molti di loro non arrivano all’età della pensione, se le matrici ambientali risultano inquinate al punto da riverberarne gli effetti persino sulla popolazione locale, come si fa a ripartire le responsabilità tra tutte le aziende che a vario titolo hanno contribuito ad accrescere le potenzialità di quel polo petrolchimico?

LA PROCURA DI GELA CI HA PROVATO
Ha ricostruito gli organigrammi di aziende scomparse da più di vent’anni, tentando di restituire verità agli oltre cento lavoratori che si sono ammalati respirando vapori di mercurio e acidi o a contatto con fibre d’amianto. Nel 2011 il cloro-soda dicloroetano viene riconosciuto come concausa della morte di un lavoratore. La Procura avvia un’indagine per ipotesi di omicidio colposo a carico di 17 ex dirigenti Eni e del comparto del cloro-soda. Alcuni di questi procedimenti sono tuttora in fase dibattimentale. Lo stesso vale per l’amianto. I rinviati a giudizio sono 38, tra dirigenti Eni e imprenditori dell’indotto. Poi c’è l’altro filone, quello degli effetti sulla popolazione. Delle malformazioni neonatali. I genitori dei bambini e adolescenti affetti da queste particolari patologie, avviano un procedimento civile facendo richiesta per un accertamento tecnico preventivo. Il tribunale civile dovrebbe accertare, ai fini di un’eventuale conciliazione, la possibile riconducibilità di queste malattie congenite all’inquinamento delle matrici ambientali. La Procura interviene ancora. Sulla base del disposto dell’articolo 70 del codice di procedura civile il pubblico ministero può intervenire nel processo civile qualora ravvisi un interesse di natura pubblica. E il fatto che le matrici ambientali inquinate abbiano potuto attivare una serie di mutageni e teratogeni tali da compromettere lo sviluppo dei feti in fase prenatale, è di interesse pubblico eccome. L’ex presidente del tribunale di Gela, Alberto Leone, nomina un apposito collegio di CTU composto da sei membri. I periti sono chiamati a rispondere a un quesito fondamentale: c’è un nesso di causalità che leghi indissolubilmente le patologie croniche e non ereditarie riscontrate a Gela con le attività svolte, nel corso degli anni, dalla RaGe, Syndial spa (ex Agricoltura spa, ex Enichem) ed Eni spa? Ma la storia del procedimento sulle malformazioni non è unidirezionale. È come un solido fusto su cui hanno iniziato a innestarsi, volta per volta, una serie di lunghe ramificazioni fatte di esami, inchieste, sopralluoghi, perizie e contro perizie. Vengono analizzati gli impianti primari della raffineria come quelli di Coking (1 e 2) e Fluid Catalytic Craking (FCC). I periti raccolgono materiale anche sull’impianto di cloro-soda, sulla centrale termoelettrica, sugli impianti di trattamento delle acque di scarico (TAS) e sul biologico industriale, adibiti alla depurazione delle acque industriali. Il 5 febbraio 2015 uno dei membri del collegio peritale, il professor Francesco Patania, si dimette. Al suo posto entrano in scena due esperti dalle competenze tecnico- scientifiche inoppugnabili: i professori Benedetto De Vivo e Alessandro Bacaloni. Il 10 luglio 2015 la perizia formulata dal Collegio “dei sette” (prof. P. Mastroiacovo, prof. T. Mattina, prof. A. Bacaloni, prof. B. De Vivo, dott. E. Morselli, dr. F. Nardo, ing. A. Cosenza) entra materialmente a far parte degli atti del procedimento. Trentuno le relazioni depositate, dodici i casi di malformazioni riguardanti i bambini, più di 12 mila le pagine su cui verteranno le prossime udienze del processo guidato dal giudice Valentina Balbo. Tale è la portata della relazione di consulenza tecnica depositata che oggi costituisce un asse portante del ricorso cautelativo d’urgenza presentato da oltre 500 cittadini gelesi per danno da inquinamento ambientale. Chiedono il sequestro degli impianti del petrolchimico, un indennizzo per danni morali ed esistenziali, la sospensione di nuove trivellazioni e, soprattutto, le bonifiche. Le grandi assenti di questa storia.

GELA PROFONDA. IL NESSO DI CAUSALITÀ ESISTE DAVVERO?
Eni sostiene che “tutti gli studi finora eseguiti su tale argomento non hanno fornito evidenze scientifiche apprezzabili […]. Di converso, fin dalla seconda metà degli anni Novanta sono emersi indirizzi concordanti circa il possibile impatto dell’utilizzo di pesticidi nell’agricoltura locale.” C’è chi invece sostiene che le cose non stiano esattamente così. Chi punta su un nesso di causa effetto che, per la dinamica degli eventi, non può essere esclusivo ma solo multifattoriale. Il professor Benedetto De Vivo – ordinario di Geochimica ambientale presso l’Università Federico II di Napoli – da membro del Collegio peritale che fa capo anche all’altro procedimento, quello squisitamente penale sull’inquinamento delle matrici ambientali, sostiene in sostanza che è sbagliato pensare alla RaGe come unica fonte di inquinamento ambientale. “La misurazione di alcuni metalli e metalloidi nei suoli risultava alta già a monte della raffineria: dunque non si può affermare che fosse quella l’unica sorgente di inquinanti. Bisogna considerare che la piana di Gela è un’area circondata da pozzi petroliferi estrattivi. L’alterazione di quelle misurazioni rispetto ai limiti di legge non è imputabile solo alla raffineria, ma anche alla complessità delle attività estrattive che contornano l’area. Se quelle stesse concentrazioni di arsenico – metalloide di sicura provenienza industriale – le trovo invece nell’aria, è chiaro che il soggetto potenzialmente colpevole diventa la RaGe e le sue emissioni”.
De Vivo ritiene che, per la maggior parte, il grosso rischio di contaminazione piova dall’alto ad innaffiare ciò che i gelesi coltivano, mangiano e respirano. A irrorare ciò che vivono, quel che sperano. Tra le strette maglie giudiziarie di una storia che sembra, in buona parte, già scritta. Le ultime notizie che arrivano dalla Piana non sono rassicuranti. Tra lo sconforto delle comunità è in atto lo smantellamento della Procura che si è occupata del caso. Dopo i procuratori D’Antona, Calanducci, Benetti e Lotti, ha lasciato la Sicilia anche il sostituto procuratore Seccacini. Ora i gelesi sono soli.

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