La Felandina – Metaponto, comune di Bernalda – è un luogo che racconta il dramma di un Sud sfruttato. Sotto tutti i punti di vista. L’area industriale nella quale insistono gli scheletri del progresso industriale che non c’è mai stato fino al 28 agosto scorso ha ospitato circa un migliaio di migranti. Tra sgomberi senza alternative, caporalato e tragedie annunciate.

Bernalda – e il suo borgo di Metaponto – non vive di solo turismo. A farla da padrone sono le colture intensive che ogni anni richiedono la manodopera di braccianti stagionali, prevalentemente stranieri, impiegati nella raccolta delle fragole, albicocche, pesche, dell’anguria e del melone giallo e, infine, del pomodoro. Alcuni di questi lavoratori si possono definire stanziali: vivono sul territorio e si spostano sulla base della stagionalità delle coltivazioni agricole, toccando i limini della Puglia (a nord) e della Calabria (al sud). Un lavoro continuo, il loro, che richiede costantemente il trasferimento da un’azienda all’altra, da un territorio all’altro. E, spesso, da un’abitazione di fortuna all’altra. Un viaggio perenne fatto di precarietà, sfruttamento e caporalato.

IL GHETTO DE LA FELANDINA NON NASCE PER CASO
La baraccopoli recentemente divelta è, a sua volta, figlia di altri sgomberi e di precise politiche di respingimento ad opera, soprattutto, del primo cittadino di Bernalda – oggi al suo secondo mandato – Domenico Tataranno. Pochi anni fa, infatti, i braccianti stranieri avevano trovato rifugio in micro insediamenti abitativi, nelle scatole di cartone sotto i ponti ferroviari, tra i canali della Bonifica fondiaria, in casolari abbandonati o fatiscenti, all’ex stabilimento di trasformazione agricola Cometa o, ancora, al Vivaio ex Alsia (Agenzia Lucana di Sviluppo e Innovazione in Agricoltura, ndr). Il gruppo più numeroso, composto per lo più da migranti di origine sudanese, nel 2011 è stato ospitato in vecchi container dismessi della Protezione Civile. Una scelta dignitosa almeno, nonostante il degrado alle porte di Metaponto.
Ma nel febbraio 2017 – in piena “era Tataranno” – tutto è cambiato. Lo sgombero predisposto dalle autorità ha spinto i migranti verso la vecchia falegnameria Pizzolla. E ai braccianti stagionali si sono sommati i richiedenti asilo, anche loro in cerca di lavoro e riparo – provenienti prevalentemente dai Cas regionali. Quando viene predisposto lo sgombero, l’ex falegnameria ospita ormai oltre un centinaio di persone, cui vanno aggiunti quelli che avevano occupato l’area del sottopasso ferroviario.

LA BARACCOPOLI
Da un lato, dunque, gli sgomberi si sono susseguiti nel tempo. Dall’altro, l’azione amministrativa è andata nella direzione di limitare l’accessibilità dei luoghi che presumibilmente avrebbero potuto dare ospitalità al popolo dei migranti in cerca di una nuova sistemazione. Porte e finestre di alcuni immobili che costellano l’area vengono così progressivamente murate.
Ma gli sgomberi non fanno che rinfoltire costantemente il numero dei ragazzi alla ricerca di un’abitazione. Ed è così che i migranti si imbattono nell’area industriale de La Felandina. Una delle poche che, nel frattempo, non è stata resa inaccessibile.
A partire dalla primavera del 2019 gli scheletri di una frode che allo Stato è costata oltre 14 milioni di euro – i capannoni sono stati sotto sequestro – iniziano ad abitarsi. Nello stesso momento storico in cui il governo Conte taglia di netto le spese per la cosiddetta “accoglienza”. Così, la chiusura dei Cas, le restrizioni imposte al sistema Sprar, l’impossibilità per molti migranti di accedere ai Cara e, soprattutto, la necessità molto spesso di lavorare per vivere, hanno trasformato l’insediamento de La Felandina ciò che è stato negli ultimi mesi: un’emergenza. Un ghetto che, in piena estate, ha ospitato oltre un migliaio di persone.

PETTY
Le baracche vengono su a un ritmo impressionante. Prima è stato occupato un capannone, poi l’altro. Alcuni hanno preferito restare all’esterno, realizzando piccole stamberghe di fortuna. Altri, invece, hanno invaso persino i soppalchi degli opifici. I bambini, finita la scuola, hanno seguito i loro genitori nel ghetto. Senza acqua, come tutti. I numeri degli occupanti crescono costantemente. Finché, all’alba del 7 agosto scorso, non si verifica l’ineluttabile. Eris Petty, giovane mamma che lavora, si stava preparando la colazione quando l’incendio è divampato. Le fiamme si sono immediatamente propagate anche all’esterno, distruggendo uno dei capannoni. Il fatto che moltissimi braccianti fossero già in piedi per andare a lavorare nei campi ha evitato il peggio. Ma Petty, comunque, non ce l’ha fatta.
È una tragedia annunciata. Al punto che i media nazionali non ci fanno nemmeno caso. A nulla sono valse le richieste che il Comitato cittadino per La Felandina – nato spontaneamente per tentare di gestire le emergenze al ghetto – aveva già inoltrato al sindaco Tataranno. Con l’ausilio di Medici Senza Frontiere si era parlato addirittura di un progetto per finanziare l’acqua potabile per i lavoratori stagionali. Non se ne è fatto nulla. Per scelta, ci si chiede, o piuttosto per volontà?
Intanto nella baraccopoli dopo la morte di Petty si respira un’altra aria. Molti vanno via. Adesso si sentono il peso addosso del nuovo sgombero che il sindaco Tataranno – con ordinanza n. 21 del 21 maggio 2019 – ha già disposto per la precarietà delle condizioni igienico-sanitarie certificate dalla stessa Azienda Sanitaria Locale. Peccato, però, che i maggiori deficit sanitari fossero dovuti al mancato prelievo dei rifiuti – poi dati alle fiamme dai migranti – nei luoghi antistanti il ghetto.
Una precisa scelta del primo cittadino di Bernalda che ha più volte dichiarato di non poter procedere alla raccolta della spazzatura nell’area de La Felandina perché i braccianti non pagano la tassa sullo smaltimento. La verità è che ci vuole sempre una morte tragica per toccare con mano la vergogna. Dopo l’incendio le autorità presidiano il posto. E straordinariamente arrivano cisterne d’acqua, cibi caldi e un po’ di umanità.

IL FORUM TERRE DI DIGNITÀ
L’agricoltura scandisce il ritmo di vita giornaliero di molti uomini e donne de La Felandina e i suoi tempi non rispettano quelli del cordoglio. Furgoni, pullmini e auto strapiene continuano a fare la spola tra il ghetto e i campi. Con la differenza, rispetto a quanto accadeva in precedenza, che ora c’è bisogno di non dare troppo nell’occhio. Il ghetto è praticamente presidiato. E i caporali preferiscono “scaricare” i lavoratori a distanza di sicurezza dagli sguardi indagatori delle forze dell’ordine.
Le associazioni territoriali, nel frattempo, si danno da fare. Si decide di intervenire, di recuperare tutti i generi di prima necessità per quelli che nell’incendio hanno perso tutto. Persino le scarpe. Una gara di solidarietà che non trascura l’aspetto organizzativo. Dall’unione di una quarantina di associazioni e privati cittadini nasce il Forum “Terre di Dignità”. Che si coordina direttamente con il neonato “Comitato braccianti de La Felandina”, creato direttamente dai migranti che vivono in ciò che resta del ghetto. Il fermento sociale, in quei giorni, pare inarrestabile. Alla manifestazione a Serra Marina – a pochi chilometri dal ghetto – partecipano persino gli agricoltori di “Altagricoltura”.

SI SGOMBERA
Ma serve a poco. Il sindaco Tataranno ha approfittato della tappa a Policoro dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini per incontrarlo “istituzionalmente” sulla spiaggia assolata. Mentre la questura di Matera, da diversi giorni, fa circolare un volantino – redatto in più lingue – in cui invita gli abitanti del ghetto a raccogliere le proprie cose e a ritirarsi autonomamente in buon ordine. Per chi se ne va è prevista la possibilità di tornare nel proprio Paese d’origine, ottenere un biglietto per raggiungere la provincia nella quale si vuol risiedere – se si è regolari – o il trasferimento in qualche Cas ancora attivo nella provincia di Matera. Ottanta migranti partono. Per gli altri arriva inesorabilmente il giorno dello sgombero.
Il 28 agosto alle prime luci dell’alba i mezzi antisommossa circondano i luoghi d’accesso a La Felandina. I migranti hanno già iniziato a raccogliere le proprie cose. Alcuni si avviano verso la statale. Chiedono come è possibile ottenere i soldi per un biglietto per andare via da qui. C’è chi fa la spola per accompagnarli alla stazione o alla più vicina fermata dell’autobus. Qualcuno, invece, continua a dormire senza curarsi di quanto gli accade intorno. Altri ancora elaborano complesse strategie che prevedono l’occupazione abusiva dell’acquapark che sarebbe dovuto sorgere sulla statale per Matera. Nel frattempo per tutta la mattina un elicottero sorvola l’area.
Partono le camionette. In tarda mattinata, la maggior parte dei ragazzi sono stati scortati verso la stazione ferroviaria di Metaponto. Si disperdono. Il ghetto de La Felandina, a poco a poco, scompare. Con 160 mila euro l’amministrazione predispone la messa insicurezza e la sorveglianza costante dell’area. Un nuovo ghetto, almeno lì, non ci sarà più.

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