Fuoricampo uno, dal Ghetto Chitomeni
Foto: Fuoricampo uno // Pellegrino Tarantino

I ghetti dell’informazione

in Editoriali di

La differenza tra i «grandi» giornali ed un «piccolo» giornale come Terre di frontiera è nel racconto. Per i primi, raccontare, è divenuto un puro esercizio di stile con un uso politicamente corretto del linguaggio, senza precisi confini, sospeso tra il dissuadere ed il confondere.
Per Terre di frontiera, invece, raccontare equivale a scattare una foto senza filtri. Equivale a disegnare i contorni di un territorio, centimetro per centimetro, a percorrere ogni singola ruga di un viso e accompagnare il lettore in ogni singolo passo.
Raccontare è sinonimo di convivenza con un fatto, con una comunità. Alle immagini patinate, da copertina e da salotto, preferiamo sporcarci le mani. Non dobbiamo essere per forza puliti. Abbiamo l’obbligo di essere sporchi. Dobbiamo essere sporchi.
Da febbraio di quest’anno Terre di frontiera, grazie al lavoro di Emma Barbaro, ha deciso di raccontare chi, arrivato nel nostro accogliente Paese con più d’una speranza di riscatto, si è ritrovato ad essere l’ultimo tra gli ultimi. Emarginato e sfruttato. Senza patria e senza Dio.
Quel Dio che, di recente, ha fatto perdere le sue tracce nel ghetto di Tre Titoli, in Puglia, a Cerignola, in provincia di Foggia. Uno dei tanti ghetti che abbiamo spogliato dei fili spinati in cui Dio sembrerebbe essere morto. Quello stesso Dio che, qualche giorno dopo, è risorto tra le pagine di un quotidiano locale. Ad agevolare la resurrezione ci hanno pensato la Chiesa cattolica, diverse smentite giunte alla nostra redazione, qualche replica e qualche precisazione di comodo.
È bastato guardare oltre l’apparenza e le mura bianche di una cappella per sconvolgere l’equilibrio di un piccolo mondo costruito sul caos, in cui Dio sembrerebbe esistere ancora, ma solo per erigere nuovi ghetti. Consideriamo la solidarietà, il volontariato, l’aiuto umanitario azioni fondamentali ed imprescindibili, ma da soli non bastano se usati, a volte, per coprire e non per far luce. La luce serve a rendere visibili le cose e la luce nei ghetti è necessaria.
Abbiamo peccato nel riportare quello che i nostri occhi hanno visto e che le nostre orecchie hanno udito. Abbiamo peccato nel pubblicare una storia, non una parabola, che esiste per davvero. Ed è fatta di uomini e donne che nella loro quotidiana disperazione e rabbia stanno dando un senso alla loro esistenza. «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati».
Abbiamo peccato nel pubblicare interviste audio ed immagini. Ogni singolo secondo di quegli audio offre il senso dell’eternità della parola, ed ogni singolo pixel di quelle immagini è indelebile alla vista.
È per questi peccati che, oggi, siamo finiti in uno dei tanti ghetti dell’informazione, tra l’indifferenza di colleghi, lettori e caporali del giornalismo. Marginalizzati, mentre all’esterno si continua a far finta di niente. Si continua a confondere, perché la parola d’ordine è cercare «la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello».

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Giornalista, direttore del periodico Terre di frontiera. Reporter per la Terra 2016 e Premio internazionale all'impegno sociale 2015 Livatino-Saetta-Costa. About me

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