La vicenda che ha portato agli onori della cronaca il ghetto La Felandina, nell’area metapontina, ci ha lasciato in eredità più di una considerazione.
Innanzi tutto, La Felandina – prima che un accampamento invisibile alle istituzioni fino allo sgombero di agosto – va rubricato alla voce fallimento. Infatti, il ghetto, ha preso il posto di un consorzio industriale eretto su una truffa ai danni dello Stato di portata milionaria (14 milioni e 220 mila euro, ndr).
La Felandina è stato un luogo – come tanti in una regione madre di ricatti occupazionali, occasioni mancate ed illusioni – pensato per rilanciare opportunità di sviluppo, ma divenuto per alcuni la porticina di accesso ad un lavoro e per altri il portone di accesso a sfruttamento, caporalato e malavita. Sotto gli occhi di tutti. Occhi più chiusi che aperti, come la propaganda sui porti.
Un luogo che mette a nudo la mancanza di cultura dell’accoglienza. La stessa cultura approdata, invece, a pochi chilometri di distanza in quella Matera che da vergogna nazionale oggi mette in condizione un territorio di issare la bandiera della Capitale europea della cultura.
Come se la cultura non fosse anche un vessillo di dignità, rispetto ed amore per il prossimo.
La Felandina che raccontiamo nello speciale Uomini e no – piuttosto caporali, aggiungerei – nasce guardando negli occhi, aperti, alcuni di quei migranti che l’hanno animata.
Nasce scavando a fondo, andando oltre l’esodo estivo e cercando di posizionare ognuno di quei quasi mille vaganti, molti dei quali volatilizzatisi in una nuova condizione di invisibilità, oppure nella cenere.
La Felandina è stata una piccola Torre di Babele inserita in un sistema molto più ampio, dalla cui disgregazione hanno preso forma, o si sono palesati, vecchi e nuovi meccanismi di un ingranaggio illegale che si muove attorno ad una vera e propria trasmigrazione di anime, di sfruttati e sfruttatori, che pone la Basilicata al centro, o quanto meno punto nevralgico.
Da Palazzo San Gervasio a tutto il Vulture Alto Bradano, fino al Tavoliere, alla Capitanata, al Salento, alla Calabria e la Sicilia.
Non luoghi che trovano definizione negli affari di pochi e nella disperazione di molti, quelli che «acquistavano dai caporali impenitenti il diritto di scaldarsi al fuoco di una bombola di gas fatiscente o di dormire al coperto.»
E noi – la presunta civiltà – cosa facciamo? Accogliamo nell’indifferenza, erigiamo nuove barriere e nascondiamo la realtà.
Lo scorso 10 settembre il governatore lucano Vito Bardi e il prefetto di Potenza, Annunziato Vardé, nel corso di un sopralluogo al Centro di accoglienza adibito nell’ex Tabacchificio di Palazzo San Gervasio hanno sancito proprio questo. E le foto che abbiamo ricevuto lo dimostrano.

 

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