Rifiuti
Foto: Rifiuti // Wikipedia Commons

Rifiuti meridionali. Il Guazzabuglio abruzzese

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La notte tra il 16 e il 17 febbraio 2006 un movimento franoso interessò la discarica “La Torre” di Teramo. L’evento – descritto in un’interrogazione parlamentare presentata il 24 gennaio 2008 dall’allora senatrice dei Verdi, Loredana De Petris – ha rappresentato, con il senno di poi, l’inizio di una mai risolta emergenza rifiuti in Abruzzo.

“Il collasso strutturale dell’impianto ha coinvolto l’intera massa dei rifiuti abbancata (450 mila metri cubi) ed il substrato geologico sottostante. La massa di rifiuti, mista a terra e percolato, è sprofondata sull’intero fronte dell’impianto, scavalcando l’argine di contenimento posto alla sua base e si è riversato nel laghetto sottostante invadendolo completamente, provocando la fuoriuscita di acqua e percolato verso il Fosso della Fece ed il Fosso Trentamano, affluenti del fiume Vomano, principale corso d’acqua della Provincia di Teramo.”
In occasione del decennale del crollo, un locale comitato di cittadini ha attaccato la gestione post-evento della discarica, finita sotto inchiesta della magistratura. “Sono stati fatti pochi lavori ma molte chiacchiere.”
Possiamo considerare quel giorno l’inizio di una mai risolta “emergenza rifiuti” abruzzese. La discarica “La Torre” era l’unico luogo dove l’intera provincia di Teramo poteva conferire i rifiuti prodotti e la sua chiusura costrinse a rivolgersi a siti fuori provincia.
Fu scelta la discarica “Colle Cese” di Spoltore, in provincia di Pescara. Una sola discarica per due intere province ed un vero e proprio effetto domino: mentre l’allora presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, ipotizzava – così come alcuni amministratori locali – la realizzazione di inceneritori, il comandante del Corpo forestale dello stato, Guido Conti, denunciava pubblicamente che gli impianti regionali erano vicini alla totale saturazione. Con una percentuale di raccolta differenziata vicina al 18 per cento.

LA PROVINCIA DI CHIETI E LA CRISI PARTITA NEL 2009
Per la gestione dei rifiuti nella provincia chietina, il 2009 è un anno nero, tra lo scaricabarile delle responsabilità tra gli enti locali e gravissimi ritardi autorizzativi. A chiudere fu la discarica Civeta di Cupello. Un ruolo decisivo, nel merito, fu assunto dall’Arta (Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente) denunciando carenze gestionali. Il consorzio titolare venne accusato anche di gestione clientelare del personale, che avrebbe favorito anche un familiare di un amministratore pubblico). Una “vacca da mungere” per alcuni esponenti del locale partito della Rifondazione Comunista. Il 2011 iniziò con il rischio chiusura della discarica “Cerratina” di Lanciano, a causa del mancato rinnovo dell’autorizzazione provvisoria dell’impianto mobile di pre-trattamento. Secondo dichiarazioni pubbliche dell’epoca l’amministrazione del consorzio non sapeva che avrebbe dovuto chiedere un nuovo rinnovo.
Negli stessi giorni l’Ordine degli ingegneri accusò di “gravi irregolarità nella procedura di evidenza pubblica” gli estensori del bando per la nomina dei nuovi amministratori del Cirsu, consorzio dei rifiuti del teramano. “Gravi irregolarità” seguite dal mancato pagamento degli stipendi ai dipendenti, da scioperi e dalle dimissioni del precedente Consiglio di amministrazione. Ma Lanciano non è solo discarica “Cerratina”. È anche l’attuale gestione della Ecolan, la società pubblica che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti in un comprensorio di 53 Comuni. In tre anni la raccolta differenziata, in 11 Comuni (tra cui proprio Lanciano, il centro maggiore con oltre 35 mila abitanti), è vertiginosamente aumentata toccando la punta massima del 45,99 per cento nel mese di aprile di quest’anno (gennaio 35,14 per cento, febbraio 37,81 per cento, marzo 37,19 per cento).
L’effetto domino si concretizzò l’11 marzo 2012 quando per la discarica “Colle Cese” di Spoltore arriva il “game over”. I pessimi risultati della raccolta differenziata – e l’aver dovuto subire il peso di due intere province – portarono alla chiusura anticipata dell’impianto. Per alcuni giorni, in diverse città, i rifiuti rimasero per strada. La stampa locale diede la notizia che – con un netto aggravio dei costi – “gli scarti derivati dal trattamento dei rifiuti del pescarese” furono conferiti in “discariche del Molise e dell’Emilia Romagna.” Un dato da segnare in rosso e mettere da parte, perché tornerà utile nella nostra cronistoria. Prima della chiusura, l’approvazione dell’ampliamento dell’impianto “Colle Cese” fu rinviato dalla Commissione regionale di Valutazione d’impatto ambientale, con 8 prescrizioni, alcune riguardanti i limiti da un corso d’acqua, la gestione delle acque piovane, le distanze da altri insediamenti.

ADEGUAMENTO ALLA DIRETTIVA EUROPEA 98 DEL 2008 E IL DECRETO-LEGGE SBLOCCA ITALIA
A giugno del 2013 la Regione Abruzzo avviò il processo di adeguamento alla direttiva europea 98 del 2008 del Piano regionale di gestione dei rifiuti.
La proposta fu formulata, una prima volta, cinque mesi dopo e rivista nell’ottobre del 2014. Un ritardo che costò l’avvio di una procedura d’infrazione. Il Piano nel 2013 prevedeva l’obiettivo della completa autosufficienza nel 2020, ma i risultati, ad oggi, non ci sono. Nel mezzo, il governo Renzi vara, il 12 settembre 2014 il decreto legge Sblocca Italia che riapre, anche per l’Abruzzo, la partita degli inceneritori. Alla fine di agosto del 2015 la Giunta regionale rende pubblica la sua opposizione sottolineando che la previsione di costruzione di un inceneritore in Abruzzo è in conflitto con quanto previsto dal redigendo Piano regionale dei rifiuti. Il 4 febbraio di quest’anno c’è un colpo di scena. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, e il ministro all’Ambiente, Gian Luca Galletti, annunciano che il fronte delle Regioni favorevoli si è ampliato. Tra queste compare anche l’Abruzzo. Il sottosegretario alla Presidenza regionale con delega all’ambiente, Mario Mazzocca, in un comunicato ha afferma che il parere favorevole è alla “possibilità di utilizzare l’attuale capacità del termovalorizzatore attivo in Molise, che potrebbe accogliere le idonee e necessarie frazioni di rifiuto di entrambe le regioni” , non ad un nuovo inceneritore in Abruzzo.
Il Molise però è già approdo di rifiuti abruzzesi. A chiudere il cerchio, infatti, è l’inceneritore di Pozzilli, in provincia di Isernia, di proprietà di Hera Ambiente. Un impianto al centro di proteste da parte di associazioni, comitati, sindacati e partiti politici che portarono l’anno scorso ad uno stop dell’ampliamento dell’inceneritore. Ma per un cartello di associazioni (Forum abruzzese dei movimenti per l’acqua pubblica, Pescara “Punto Zero, Comitato “No Inceneritore” in Val di Sangro, Collettivo “UallòUallà”, Zona22 e Nuovo Senso Civico) è un bluff. Il Governo ha previsto per l’Abruzzo una quota di 121.000 tonnellate annue di rifiuti da incenerire, basata sull’obiettivo di una raccolta differenziata al 65 per cento, basata sull’attuale soglia abruzzese del 46 per cento. L’inceneritore di Pozzilli è autorizzato per 93.500 tonnellate annue di cui 35.428 già impegnate a regime dalla quota molisana (anche in questo caso calcolata dando per scontato il raggiungimento dell’obiettivo del 65 per cento, basata sull’attuale soglia molisana del 22,3 per cento). Rimangono quindi scoperte 62.928 tonnellate all’anno da bruciare. Per le associazioni – che considerano la dichiarazione di strategicità di “preminente interesse nazionale” speculare ad un piano nazionale degli inceneritori sovraordinato ai piani regionali – le ipotesi di un nuovo inceneritore anche in Abruzzo non appaiono infondate.
Sandro Di Scerni, esperto di progettazione e pianificazione del ciclo dei rifiuti, ci ha evidenziato che “oltre il 60% dei rifiuti prodotti nel 2012 (ultimi dati validati dalla Regione) è stato destinato alle discariche, appena il 16% è stato inviato agli impianti di compostaggio e il 20% ai centri di smistamento degli imballaggi (altre due quote del 2% ciascuna corrispondono ai rifiuti elettrici/elettronici e ad altri scarti da destinare a un’impiantistica di smaltimento specifica).” Questa carenza impiantistica porta al conferimento fuori Regione di rifiuti “in impianti localizzati in almeno 25 province oltre le 4 abruzzesi”
Nel dettaglio, ci riporta Di Scerni, “sul totale dei rifiuti prodotti, il 6% è stato esportato ma il dato è ben diverso se si fa riferimento ai rifiuti compostabili: il 21% di quanto raccolto ha lasciato le province abruzzesi per essere trasferito in altre 12, con distanze in taluni casi eccessive (si pensi ai 450 chilometri tra l’Abruzzo e Padova). Poco più dell’8% degli imballaggi, materiali completamente riciclabili, è stato trasferito oltre regione in altre 13 province fino a raggiungere Milano.”
In questa situazione, sottolinea in conclusione Sandro Di Scerni, dal confronto tra il primo e il secondo “Rapporto Compost Abruzzo”, si evidenzia che “il numero degli impianti esistenti e previsti si è dimezzato” (da 14 a 7).

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