Bussi
Foto: Il fiume Pescara e una parte del Sin di Bussi // Corpo forestale dello Stato

I veleni di Bussi

in Inchieste/Rifiuti connection di

In un paese civile, Bussi, 2500 abitanti – con la gola di Tremonti tra le montagne carsiche dell’Appennino e con i due fiumi, il Tirino e il Pescara, che vi si incontrano – sarebbe un luogo protetto. Un’area strategica per la vita, visto che vi scorre gran parte dell’acqua che dalle montagne va verso l’Adriatico. Enormi quantità passano in ogni istante attraverso un imbuto naturale, sia nei corsi superficiali, sia con il lento fluire delle falde. L’acqua sotterranea, quella che non si vede ma che costituisce la parte più consistente del patrimonio, ha purtroppo perso la sua purezza.

Agli inizi del Novecento il sito fu individuato da una società franco-svizzera – poi Società italiana di elettrochimica – per l’installazione di una grande fabbrica di cloro, che sfruttava la copiosa presenza delle acque per la produzione di energia elettrica e, purtroppo, per ricevere gli scarichi degli impianti. Inizia così la storia tragica di uno dei poli chimici più grandi d’Italia, dove per decenni è stata tralasciata ogni precauzione nell’uso delle sostanze pericolose che vi si producevano. La Procura di Pescara, nel procedimento penale di cui daremo conto più avanti, ha accertato che fino agli anni Sessanta del secolo scorso le scorie venivano gettate tal quali nel fiume Tirino in enormi quantità, anche fino ad una tonnellata al giorno. Non deve quindi stupire che ancora oggi, a valle – a 50 km dal sito, alla foce del Pescara – vi siano grandi quantità di mercurio nei sedimenti del fiume. Così come nei capelli dei pescatori e negli scampi pescati nel mare antistante la città. A documentarlo due studi.
[2009. Levels of total mercury in marine organisms from Adriatic Sea, Italy. Bulletin of Environmental Contamination and Toxicology, 83, 244-248 (Perugini M., Visciano P., Manera M., Zaccaroni A., Olivieri V., Amorena M.); Total mercury in fish from the Central Adriatic Sea in relation to levels found in the hair of fishermen.” Proceedings of 10th EAVPT International Congress where published by Blackwell Publishing as a Supplement of the Journal of Veterinary Pharmacology and Therapeutics, 29 Suppl. 1, 176-177 (Perugini M., Dorazio N., Manera M., Giannella B., Zaccaroni A., Zucchini M., Giammarino A., Riccioni G., Ficoneri C., Amorena M.)]

DALLA CHIMICA DI BASI ALLE ARMI CHIMICHE
Negli anni successivi all’apertura, nel polo industriale di Bussi sono state avviate produzioni molto diversificate, a partire dall’impianto clorosoda in cui venivano usate enormi quantità di mercurio. Negli anni Trenta l’azienda fu usata dal regime fascista per assicurarsi la produzione di sostanze per la guerra. Non solo esplosivi, ma armi chimiche. Pochi sanno che a Bussi veniva prodotta l’iprite, il gas mostarda che gli italiani usarono in Africa orientale per gasare ed uccidere migliaia di persone. A partire dagli anni Sessanta si aggiunse l’impianto per la produzione di piombo tetraetile, anti-detonante per le benzine.
A Trento un impianto simile, la Sloi, è stato al centro di grandi lotte per la sicurezza dei lavoratori e di un approfondito lavoro di ricerca storica che, insieme ad inchieste giudiziarie, ha permesso di chiarire il gravissimo impatto delle produzioni sulla salute degli operai, che, per le allucinazioni causate dall’avvelenamento da piombo, impazzivano e si buttavano addirittura nel vuoto. A Bussi nulla. Sulla salute dei lavoratori ancora oggi ci sono solo le parole sfuggenti di storie che si ascoltano tra il pubblico durante le assemblee. Nessuna inchiesta, nessuna documentazione pubblica. Nulla. Se non tanta omertà. Parola che è risuonata nell’aula del processo in Corte d’assise, pronunciata dal pubblico ministero nella requisitoria. Sotto vario nome per quasi cento anni il polo chimico è rimasto nelle mani, sotto varie denominazioni, di un unico gruppo industriale, quello della Montecatini-Montedison, la cui eredità è oggi riconducibile al gruppo Edison. Migliaia di lavoratori erano impegnati negli anni Settanta nell’azienda più grande dell’intera provincia di Pescara. In quei lunghi anni l’unica voce che irruppe nel silenzio generale fu quella di un medico, Giovanni Contratti, assessore democristiano del Comune di Pescara, uno dei pochi esseri umani, ancora oggi, ad aver dimostrato di avere la schiena dritta in questa vicenda. Preoccupato dei dati di contaminazione da mercurio riscontrata nei capelli dei pescatori, chiese a gran voce – con lettere ufficiali e articoli di stampa in cui attaccava l’azienda – di interrompere lo scarico delle scorie nel fiume Pescara.
Cosa che riuscì ad ottenere nel 1972. Peccato che Montedison si limitò a sotterrarle a fianco del fiume Pescara, in quella che oggi è nota come una delle discariche di rifiuti tossici più grandi d’Europa, la discarica Tremonti. Oltre alle note interne in cui l’azienda dimostrava il suo fastidio per l’attività del politico, è emersa una straordinaria lettera dell’assessore che continuava a denunciare che sotterrare le peci clorurate rischiava di inquinare le falde e anche l’acquedotto: una vera e propria premonizione.
Oggi a Pescara non c’è neanche una via dedicata al ricordo di questo amministratore che fece il suo dovere in anni dove erano agli albori le lotte per la tutela dell’ambiente e della salute in fabbrica. Nelle segrete stanze della Montedison, negli anni Novanta, oltre a parlare degli scandali della tangente Enimont, portati alla luce da Mani Pulite, si discuteva riservatamente della situazione di gravissimo inquinamento. Un rapporto interno del 1992 diceva chiaramente che a valle del polo chimico c’erano pozzi – inquinati con solventi clorurati – che davano acqua potabile a tutta la Valpescara, comprese le città di Chieti e Pescara. Nessun dirigente ebbe un sussulto di dignità pensando agli ignari cittadini, neonati, donne, malati, che ancora per lunghi anni, fino al 2007, avrebbero bevuto quell’acqua contaminata.

LA SOLVAY DI AUTODENUNCIA
La situazione di grave inquinamento dell’area industriale emerse solo nel 2004 quando la società Solvay – che nel 2001 aveva rilevato il sito produttivo – si autodenunciò al Comune di Bussi come proprietario incolpevole della contaminazione avviando le procedure di messa in sicurezza. Quell’anno Solvay attivò nella parte meridionale del sito industriale un sistema di “pump and treat” per cercare di evitare la fuoriuscita dall’area industriale dei contaminanti.
A fine 2015 questo sistema ha evidenziato ancora forti limiti, rivelandosi inefficace. In falda sono presenti cancerogeni con valori migliaia di volte superiori ai limiti di legge.
Sempre nel 2004 l’Arta (Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente) scoprì quello che Montedison sapeva fin dal 1992: i pozzi “S. Angelo”, posti 2 chilometri a valle del sito industriale, erano inquinati da tricloroetilene, tetracloroetilene, cloroformio, tetracloruro di carbonio, sostanze tossiche e, alcune di esse, sospette cancerogene. Ma gli enti decisero di non chiudere i pozzi inquinati e di non avvertire mezzo milione di persone che hanno continuato a bere ancora per tre anni quelle acque dal rubinetto di casa.
Un caso clamoroso di omertà diffusa, dove nelle note della Regione si leggeva testualmente di mantenere il riserbo per evitare “inutili allarmismi nei cittadini interessati dal fenomeno di inquinamento in atto”.
Ma la magistratura mette gli occhi sulla faccenda e l’indagine avviata nel 2007 arriva a processo. Conclusosi nel 2016 con la prescrizione. Ad essere coinvolti, a vario titolo, un medico della Asl responsabile di aver certificato la potabilità dell’acqua, i direttori dell’acquedotto, i presidenti dell’Ato e dell’acquedotto.

IL CASO ESPLODE NEL 2007
Si arriva al sequestro di alcune aree esterne al sito industriale, della discarica “Tremonti” sul fiume Pescara e delle discariche “2A e 2B” sulla sponda del fiume Tirino. La questione dei pozzi dell’acqua potabile inquinati emerge, però, solo grazie alle associazioni di cittadini e al Forum dei movimenti per l’acqua che con analisi private dimostrano la contaminazione ai rubinetti. L’agosto 2007 è senz’acqua per intere città. I movimenti – dopo essere stati tacciati di allarmismo – riescono a far chiudere i pozzi dimostrando che gli enti sapevano da tre anni e che avevano tenuto all’oscuro i cittadini. L’Istituto superiore di sanità con una durissima relazione depositata al processo nel 2013 ha confermato tutte le preoccupazioni dei cittadini sulla contaminazione dei pozzi, sostenendo che ben 700 mila persone sono entrate in contatto con sostanze pericolose. La Procura però non sequestra il sito industriale, nonostante i dati indichino che l’inquinamento esca anche da lì attraverso le falde. Vengono coinvolti una ventina di ex dirigenti della Montedison ma il processo di primo grado in Corte d’assise, dopo numerosi rinvii, si conclude nel 2014 escludendo il dolo con la prescrizione del reato di disastro ambientale colposo. Dopo alcuni mesi “Il Fatto Quotidiano”, con un vero e proprio scoop, fa emergere le testimonianze delle giurate della Corte d’assise che denunciavano pressioni sul verdetto che era stato annunciato addirittura venti giorni prima a diverse persone. Un fascicolo è stato aperto presso la Procura di Campobasso. Nel mentre la giustizia non fa giustizia. Dovrebbero andare avanti le procedure di bonifica sul campo.
Nel 2008 una vasta zona comprendente sia il sito industriale, sia le discariche viene perimetrata come Sito nazionale per le bonifiche. Che passa sotto la competenza del ministero dell’Ambiente. In realtà il governo Berlusconi, nel 2006, quando non era ancora esploso pubblicamente il problema, aveva provveduto a Commissariare l’intero bacino dell’Aterno-Pescara per un’emergenza sociale ed ambientale, nominando Adriano Goio – ex sindaco democristiano di Trento – come commissario con pieni poteri. Il commissario dopo dieci anni muore a 79 anni, non avendo bonificato nulla.

Bussi

L’ARTA CERTIFICA L’INQUINAMENTO
Sostanze cancerogene oltre i limiti di legge. A certificarlo è l’Arta nel 2015. L’inquinamento continua a fuoriuscire attraverso la falda da tutte e tre le principali aree del Sito d’interessa nazionale di Bussi: area industriale, discariche “2A e 2B”, discarica Tremonti.
In assenza – ormai da ben 12 anni – di un piano di bonifica approvato per le diverse aree è difficile quantificare il costo della bonifica integrale di decine di ettari di territorio contaminato e milioni di metri cubi di terreno contaminato. Ma si parla di alcune centinaia di milioni di euro. Questo è l’ordine di grandezza delle somme in gioco che potrebbero gravare sulle casse dello Stato qualora non sia individuato il cosiddetto “responsabile della contaminazione”. Infatti, al di là delle tristi vicende giudiziarie, vige il principio “chi inquina paga”, per cui gli enti devono assicurare l’individuazione dell’inquinatore che deve sostenere i costi delle bonifiche.
A cinque anni di distanza dalla perimetrazione del Sin, nel 2013 – e solo per le due aree di discarica – il direttore del ministero dell’Ambiente, Maurizio Pernice, ha individuato in Edison il responsabile dell’inquinamento.
Peccato che l’abbia fatto sulla base di una legge ormai abrogata. Il provvedimento (prot.n. 47512/TRI del 9 settembre 2013), infatti, era fondato sui commi da 24 a 33 dell’art.3 della legge n.549 del 1995 (Finanziaria 1996).
Il Consiglio di Stato nel 2015 annulla il provvedimento per vizio di forma. Per le altre aree a valle, incluse nel Sito nazionale di bonifica tuttora non vi sono i risultati dei relativi Piani di caratterizzazione la cui esecuzione è in ritardo di almeno otto anni. Sorprende che per il sito industriale si continui a parlare esclusivamente di “messa in sicurezza operativa” e non si sia obbligato il responsabile della contaminazione ad avviare i lavori di bonifica almeno nelle aree all’interno del sito non più coinvolte nel processo produttivo che, attualmente, è del tutto marginale visto che Solvay ha progressivamente chiuso molti impianti con ripercussioni sulle maestranze.
L’area industriale risulta per larghe porzioni dismessa per cui la bonifica potrebbe essere svolta per lotti. Per alcuni di questi si è proposta la cosiddetta reindustrializzazione. A tal proposito, i primi accenni risalgono alle Conferenze dei servizi del marzo 2007. Il presidente della Provincia di Pescara, Giuseppe Aldo De Dominicis – tra l’altro originario proprio di Bussi – e l’allora assessore comunale all’Ambiente, Salvatore Lagatta – oggi primo cittadino di Bussi – chiedevano, inopinatamente di evitare l’inclusione dell’area industriale nel Sito d’interesse nazionale.
Da allora sono passati ben nove anni e non c’è traccia di alcuna reindustrializzazione e, soprattutto, di alcuna bonifica, se non per qualche hotspot. Il sindaco Lagatta, ha addirittura proposto di far acquisire dal Comune, a titolo gratuito, il sito industriale inquinato. Una proposta folle, come definita dai comitati locali.
Perché gli enti non hanno promosso la bonifica delle aree non più occupate dalle attività industriali, dove i terreni sono contaminati fino ad una profondità di 10 metri per ridurre progressivamente l’apporto di inquinanti in falda? Non esistono i principi della Direttiva 60/2000 “Acque” che qui appaiono clamorosamente violati?
Il Decreto legislativo152/2006 “Testo unico dell’ambiente” prevede, infatti, la bonifica delle aree come finalità primaria. La cosiddetta “messa in sicurezza operativa” è riferibile esclusivamente alle aree occupate da attività in corso o quelle da occupare in un lasso di tempo tale che da non permettere nell’immediatezza una bonifica.
Siamo di fronte al tentativo di ritardare o evitare l’attuazione degli obblighi di bonifica, con ovvi benefici per il responsabile della contaminazione e gravissime conseguenze sull’ambiente, considerando il persistente flusso di inquinanti verso valle?

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