Foto: Elly Schlein

«La cooperazione internazionale è la chiave della politica del futuro»

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Sviluppo sostenibile, migrazioni, welfare globale e diritti: Elly Schlein, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, commenta la ripresa del conflitto nel Sahara Occidentale e indica la strada di una strategia mondiale che risolva contraddizioni e diseguaglianze alla base degli squilibri attuali.

Elly Schlein, l’Emilia-Romagna sostiene la solidarietà e la cooperazione internazionale con progetti in diversi ambiti. Quale logica ispira questa politica glocale?
Quella dell’Emilia-Romagna è una lunga e robusta tradizione di solidarietà e cooperazione internazionale: un serbatoio di potenziali opportunità per i territori grazie ai meccanismi di reciproco scambio che ne sono alla base. Sono processi che investono non solo le istituzioni ma l’intero sistema regionale: dalle imprese, alle università passando per il terzo settore. Un protagonismo diffuso che arriva dal basso e si alimenta di uno sforzo di relazione costante attraverso cui costruire meccanismi decisionali basati sulla reciprocità e la partecipazione. Un lavoro che non si è fermato nemmeno in questo difficile 2020, con i Tavoli Paese convocati in vista del nuovo bando per la cooperazione internazionale lanciato dalla Regione e orientato dagli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Tavoli virtuali che hanno però visto una grande partecipazione e dimostrano la resilienza del settore. Non si tratta però solo di una “tradizione”, ma di una scelta strategica basta sulla consapevolezza che solo insieme è possibile affrontare e vincere le grandi sfide del futuro. La Regione Emilia-Romagna è prontissima e ha ben chiaro quale può essere il suo ruolo nelle grandi reti di cooperazione europea e internazionale in settori cruciali come agricoltura e ambiente. Ricordo che noi siamo tra i 220 membri della coalizione internazionale per la riduzione delle emissioni “Under2 Coalition” e i nostri partner hanno rinnovato per altri sette anni il nostro mandato come autorità di gestione del programma europeo Adrion, il quale finanzierà 120 milioni di euro di investimenti in campo turistico, della sostenibilità e dell’innovazione digitale.

In tempi tanto complessi, però, l’obiezione potrebbe essere che le priorità sono ben altre e si risolvono entro i confini nazionali, dove sarebbe meglio incanalare tutte le risorse disponibili.
E invece proprio la pandemia ha sfidato il concetto di confine e dimostrato che è vero il contrario e che è una falsa contrapposizione quella tra il nostro benessere e il benessere del mondo intorno a noi. Quando il virus ha cominciato a circolare in maniera massiccia, si è immaginato che bastasse isolarsi dall’esterno per difendersene. Anche l’Italia lo ha fatto ma ha visto ugualmente il contagio diffondersi, prima di dilagare nel resto d’Europa che ha inizialmente preso misure analoghe nei nostri confronti. E, invece, davanti ad una sfida globale serve più cooperazione internazionale, per uscirne insieme senza lasciare nessuno indietro. L’emergenza sanitaria ha visto la nostra amministrazione compiere uno sforzo imponente con misure e risorse a sostegno di persone, famiglie, terzo settore, lavoro e imprese, solo in queste settimane stiamo stanziando 40 milioni di ristori per le attività più colpite. Ma non basta. In un mondo tanto interconnesso non si può prescindere da uno sguardo oltreconfine, rivolto a chi ha più bisogno. Possiamo mettere a disposizione le nostre competenze e imparare anche dagli altri. Al di là della pandemia, viviamo un contesto di profonde diseguaglianze sociali, economiche e di genere, tra gli Stati e dentro gli stessi. Non possiamo uscirne se non riducendo tali diseguaglianze e risolvere così un paradosso inaccettabile: sono proprio i più deboli a pagare il prezzo maggiore. È il caso dei cambiamenti climatici: i principali agenti di tali cambiamenti sono i Paesi economicamente più forti, ma le conseguenze ricadono soprattutto sulle comunità che vivono nell’area sahelo-sahariana e, in generale, in altre aree fragili del mondo. Bisogna lavorare per una maggiore equità e garantire su vasta scala i diritti e la dignità delle persone, la giustizia sociale e ambientale.

I respingimenti di Croazia e Bosnia, però, rinnegano quei diritti e denunciano una contraddizione tra dichiarazioni di principio e realtà dei fatti che investe anche l’Europa. Come se ne esce? L’Europa ha già scelto e ha scelto di voltarsi dall’altra parte?
La coerenza delle politiche è un principio fondamentale troppo spesso disatteso, sia sul piano generale che sul piano delle politiche migratorie europee. È inaccettabile la tendenza di Commissione e Consiglio a esternalizzare la gestione delle frontiere comuni, malgrado gli indirizzi di segno inverso del Parlamento. Un orientamento che va contro l’inderogabile principio della solidarietà e condivisione delle responsabilità nell’accoglienza, fissato nei Trattati. Il culmine di tale contraddizione sta nei contenuti del regolamento di Dublino che blocca nel Paese di primo transito i migranti “irregolari”, senza però garantire alcun canale di accesso regolare all’Unione. Bisogna riformare Dublino come proponeva il Parlamento, assicurando che ciascun Paese europeo faccia la sua parte e valorizzando i legami significativi dei richiedenti asilo. Serve anche un piano serio di reinsediamento che investa tutto il territorio comunitario. Bisogna attivare corridoi umanitari e disciplinare le procedure di ingresso per coloro che si spostano in cerca di lavoro e uscire dalla gabbia di quella che è diventata una vera gabbia securitaria. Non è possibile subordinare la cooperazione tra Europa e Paesi africani a politiche di controllo delle frontiere e dei flussi migratori in uscita: tradisce l’essenza stessa della cooperazione con l’unico risultato di approfondire i divari che spingono a migrare. Per questo è fondamentale avere come faro di riferimento i 17 obiettivi, semplici e chiari, dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Un documento che esprime una visione globale delle questioni e sviluppa un approccio di soluzione altrettanto globale. Per accompagnare questa transizione, serve l’impegno di tutti i livelli di governo: da quello locale a quello internazionale, passando per il piano regionale, nazionale e europeo. Da qui nasce l’approccio partecipativo e diffuso della nostra Regione alla cooperazione internazionale, che si richiama costantemente a quell’agenda. Ognuno deve fare la sua parte e una multi stakeholder governance è l’unica via possibile per contribuire a superare le contraddizioni alle porte dell’Europa, spingendo i Governi a condividere le responsabilità sull’accoglienza, rispettare i Trattati e i diritti fondamentali delle persone.

In uno dei fronti di impegno dell’Emilia-Romagna, il Sahara Occidentale, si è riacceso un antico conflitto: quello tra Marocco e popolo Saharawi che attende da 30 anni il referendum per la sua autodeterminazione. La comunità internazionale ha tradito i saharawi?
La situazione nel Sahara Occidentale è un chiaro fallimento della comunità internazionale e per noi, come Regione da tempo impegnata su quel campo, al fianco del popolo Saharawi sia sul fronte umanitario che politico, rispondere alle loro istanze è sfida complessa che investe il piano politico internazionale che quello della pace. Oltre alle violazioni compiute dalle truppe marocchine alla fine di ottobre scorso con la grave ripresa del conflitto, è inaccettabile che a distanza di decenni ci sia ancora un popolo che attende il compimento di un processo di decolonizzazione così come previsto dal diritto internazionale. Noi proseguiamo il nostro impegno sia in seno all’Onu che all’Unione Europea perché sia rilanciato il processo di pace. Insieme alla presidente dell’Assemblea legislativa, Emma Petitti, abbiamo sottoscritto una lettera indirizzata alle Nazioni Unite perché riprendano i negoziati e sia nominato l’inviato speciale. Intanto rinnoviamo e consolidiamo la nostra solidarietà ai saharawi, anche quest’anno con progetti di cooperazione nei campi nei settori dell’assistenza medico-sanitaria, dell’istruzione ma anche per il superamento delle diseguaglianze e della violenza di genere. Siamo con il popolo Saharawi e siamo preoccupati per la situazione attuale.

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