Foto: Inside Carceri, Regina Coeli (2012) / di Pietro Snider per Associazione Antigone e Next New Media
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Carceri romane, dalla campagna vaccinale ad una visione futura

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12 minuti di lettura

Se la campagna vaccinale nelle carceri romane può dirsi quasi completamente conclusa, almeno per quanto riguarda la somministrazione delle prime dosi, allora forse è arrivato il momento di provare a immaginare “il domani”. Perché c’è tutto un mondo oltre la pena da scontare dietro le sbarre di una cella. Un mondo fatto di vissuti, storie e fragilità che esulano da qualsiasi linea guida ministeriale. L’intervista di Terre di frontiera a Gabriella Stramaccioni, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Roma, è uno squarcio sull’avvenire. Oltre il giustizialismo, oltre le ristrettezze, oltre le privazioni.

Dottoressa Stramaccioni, la campagna vaccinale nel Lazio procede a gonfie vele. Infatti, il 70 per cento delle persone detenute ha già ricevuto la prima dose del vaccino anti-Covid. Le stesse proporzioni valgono anche per gli istituti penitenziari di Roma?
Sì, sta andando davvero molto bene. Pensi che a Rebibbia femminile, Rebibbia Terza Casa e nelle sezioni penali la prima dose è stata somministrata a tutti, salvo rarissime eccezioni, già qualche giorno fa. Anche nella casa circondariale Rebibbia Nuovo Complesso è andata altrettanto bene. E, in quel caso, dovevano essere vaccinate circa 1300 persone. Lo stesso discorso vale per il personale della polizia penitenziaria. Quindi, ora possiamo dirlo, l’obiettivo è quasi raggiunto.

Anche i numeri delle adesioni sono altrettanto soddisfacenti?
Assolutamente sì, l’adesione alla campagna vaccinale è stata molto alta. Tuttavia, penso che abbia inciso in tal senso anche la tipologia di vaccino utilizzata. Qui sono state somministrate principalmente dosi di Moderna. Dopo il tam-tam mediatico su AstraZeneca e Johnson&Johnson, il fatto di aver distribuito Moderna, che pare essere abbastanza efficace, ha tranquillizzato tutti. Quindi salvo rarissimi casi, tutti hanno ricevuto la prima dose e ora attendono il richiamo.

Quindi sono stati tutti vaccinati a prescindere dalla confusione sui target di vaccinazione per età o fragilità emersi, a più riprese, nelle linee guida ministeriali?
Non c’è stata alcuna suddivisione per categorie. Sono solo state monitorate con maggiore attenzione tutte le persone fragili che, come era opportuno, sono state sottoposte a specifici accertamenti medici. Per il resto, si è proceduto uniformemente. La questione anagrafica, insomma, non è stata presa in considerazione.

Anche alle persone fragili sono state inoculate dosi del vaccino Moderna?
Sì, solo Moderna. Per la Regione Lazio erano state messe a disposizione circa 10.500 dosi di Moderna. O almeno questi sono i dati che ci hanno fornito. La maggior parte di queste dosi sono state utilizzate per il personale della polizia penitenziaria, per i detenuti, per i preti e i cappellani delle carceri e, per fortuna, in qualche caso anche per i volontari che entrano con maggior frequenza negli istituti penitenziari. Insomma, anche loro sono riusciti a vaccinarsi. E questa è un’ottima notizia.

Soprattutto perché vaccinare i volontari significa pensare di riprendere tutte quelle attività trattamentali che la pandemia nelle carceri ha sostanzialmente annullato.
La speranza è questa. Per quindici mesi gli istituti penitenziari sono stati totalmente chiusi al mondo esterno. Questo ha significato la sospensione delle attività scolastiche e del comparto educativo, comprese le università, delle attività sportive, teatrali, musicali. Di ogni cosa. Questo ha creato un disagio notevole perché i detenuti non hanno svolto alcuna attività. Dal punto di vista psicologico e formativo è una situazione pesantissima. Quindi mi auguro che al buon andamento delle vaccinazioni si accompagni una ripresa effettiva delle attività trattamentali in carcere a tutto tondo.

Quali attività si prevede di riprendere a partire dalla seconda metà di maggio?
Innanzitutto la scuola e l’università. Più della metà delle donne recluse a Rebibbia femminile va a scuola e frequenta i corsi regolarmente. Sono circa 200 i detenuti iscritti regolarmente all’università. Quindi la ripresa delle attività didattiche rappresenterebbe non soltanto un bel segnale per le persone recluse, ma soprattutto una degna ripartenza del sistema penitenziario. Sono tante le attività rimaste ferme al palo in questi lunghi mesi contrassegnati dalla pandemia di Covid-19. Da un punto di vista educativo e trattamentale, questo purtroppo è stato un anno perso.

Forse è stato un anno perso anche sul fronte dei trattamenti sanitari da destinare alle persone con fragilità psichica o con vere e proprie patologie psichiatriche. Lei che ne pensa?
Sto cercando di intervenire quasi quotidianamente per sbloccare questioni ferme da tempo. Per trovare, cioè, soluzioni praticabili per tutti quelli che avevano e hanno bisogno di cure immediate. I ritardi, purtroppo, ci sono stati. Adesso si sta cercando di recuperare in ogni modo il tempo perduto anche perché, in questi mesi, si sono rarefatte se non azzerate le prenotazioni per cure esterne agli istituti di pena. Ci sono persone le cui condizioni di salute, soprattutto da un punto di vista psicologico e psichiatrico, sono decisamente peggiorate. Quel che è accaduto all’esterno delle carceri, dietro le sbarre di una cella si è amplificato.

È di circa un mese fa la notizia del detenuto di Velletri, malato di cancro, che si è dato fuoco tra le mura del carcere. Possibile che in determinati casi le misure alternative non trovino alcuna applicazione?
I disagi psichiatrici nelle carceri sono in drastico aumento. Molte persone vengono recluse per reati commessi proprio a causa dei problemi psicologici o psichiatrici che hanno. Ma il problema reale è un altro. Le strutture non ci sono e l’assistenza del personale qualificato scarseggia. Ci sono casi riguardanti persone che dovrebbero essere alloggiate nelle Rems (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, ndr) ma restano in carcere perché non ci sono posti disponibili. Altri ancora dovrebbero aver accesso a servizi psichiatrici ad hoc, ma ciò non accade. E tutto questo chiaramente crea dei problemi sia alle persone che vivono con difficoltà la propria fragilità psichica, sia a coloro i quali stanno loro vicino. Perché la stessa polizia penitenziaria spesso non riesce a contenerli e, soprattutto, non sa come gestire l’interazione con loro. So che il Garante nazionale Mauro Palma quest’anno, nella propria relazione, dedicherà un focus proprio alla questione sanitaria psichiatrica nelle carceri. E questo mi conforta perché se ne sente davvero la necessità. Perché questo è il problema di tutti i problemi.

Quanto incidono le singole Asl sulla capacità trattamentale sanitaria di ciascun istituto penitenziario?
Incidono moltissimo. Guardi, personalmente penso che il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale fosse doveroso. Insomma, la riforma è giusta. Ma questo tuttavia ha provocato anche una scarsa collaborazione. Le faccio un esempio banalissimo: la casa circondariale di Regina Coeli gode di un servizio sanitario e medico tutto sommato efficiente, presente e funzionale. A Rebibbia, invece, ci sono problemi in più. Sono due Asl diverse, con metodi diversi di lavorare e due approcci totalmente differenti. Non c’è uniformità di trattamento. E a rimetterci sono le persone detenute.

A rimetterci, talvolta, sono persino i bambini. Come hanno vissuto questa doppia chiusura al mondo esterno, per il carcere e per il Covid-19, i bambini che vivono con le proprie madri nel nido di Rebibbia?
L’hanno vissuta malissimo, anche se i numeri dei bambini reclusi al nido di Rebibbia per fortuna sono piuttosto bassi. Qualche mese fa è stata reclusa una donna, proveniente da un campo Rom, insieme al proprio bambino di un mese. Questa donna, purtroppo, è risultata positiva al Covid-19. Quindi è rimasta in quarantena, completamente isolata insieme al proprio bambino, finché non si è negativizzata. Poi, per fortuna, scontata la propria pena è ritornata a casa. Potrei raccontarle di donne incinte che dovevano essere trasferite da Civitavecchia a Rebibbia femminile per le quali, fortunatamente, siamo riusciti a ottenere misure alternative al carcere. Il punto è che il sistema dovrebbe intercettarle prima di arrivare negli istituti di pena, e non dopo. Perché la si dovrebbe finire con questa oscenità dei bambini reclusi, insieme alle proprie madri, fino ai sei anni. A Roma ci sono realtà che ospitano donne con bambini, come Casa di Leda, che funzionano davvero molto bene. E ora, con la proposta di legge firmata dal parlamentare Siani, sarà previsto anche il finanziamento per queste realtà che si preoccupano di offrire misure alternative al carcere proprio in un’ottica di salvaguardia del benessere dei minori. Quindi spero che il nido di Rebibbia, per quanto sia un’eccellenza, resti sempre più vuoto. Ma la giustizia, talvolta, è un po’ squilibrata. Eppure le regole ci sono, basterebbe applicarle. Sarebbe sufficiente questo per migliorare l’esistente. Trasformare in realtà ciò che la legge astrattamente prevede già.

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