Il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa
Foto: Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa // Luca Signorelli

«Al centro ci sono le persone, non il profitto»

in L'intervista di

Intervista al ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Sergio Costa.

Quello di Sergio Costa è stato, se non il primo, tra i primi nomi pronunciati da Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 Stelle, nel toto nomine per quello che poi è diventato il governo giallo-verde con la Lega di Matteo Salvini. E in effetti, Sergio Costa – Generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri e Comandante della Regione Campania dei Carabinieri forestali – oggi si ritrova a ricoprire lo scranno più alto del ministero dell’Ambiente.
L’intervista che il ministro ha concesso a Terre di frontiera è nata più di un mese fa, con l’obiettivo di far luce su una serie di temi che rappresentano i punti fermi del nostro lavoro quotidiano. A distanza di oltre trenta giorni ci ritroviamo con un racconto depotenziato dell’efficacia dell’attualità in cui l’intervista è stata pensata, risultando più un documento d’intenti, obiettivi e prospettive che di approfondimento.
In ogni modo pensiamo di aver tracciato una piccola rotta da seguire. Il punto di partenza è una corretta informazione ambientale basata sui fatti che, oggi, invece, risulta abbandonata agli slogan o totalmente eliminata dai programmi elettorali.
Il nostro, come quello del ministro, è un compito molto difficile, sospeso tra la garanzia di trasparenza, il compito di trovare delle soluzioni e il dovere di porre delle domande, anche scomode, che meriterebbero sempre delle risposte.

Ministro Costa, molti la conoscono per il suo impegno sul campo nella Terra dei fuochi e per quanto è riuscito ad incidere in un contesto difficile, tra traffici di rifiuti tossici, predominio dei clan ed omertà. Oggi, di fronte ad una sfida altrettanto importante come quella di trovare delle soluzioni alle tante problematiche in materia ambientale del nostro Paese, quali saranno le priorità del suo ministero?
Ritengo che tutti, dalle istituzioni ai cittadini, dobbiamo iniziare a pensare verde, cioè a ragionare sulle questioni quotidiane in termini di impatto e rilevanza ambientale. Attuare politiche di efficienza delle risorse che si basano su una prospettiva virtuosa di promozione dei princìpi ambientali significa moltiplicare le occasioni di crescita per il sistema Paese. Pertanto, per semplificare, sono sei i principali obiettivi della mia azione di governo: 1) la lotta ai cambiamenti climatici attraverso la leva di uno sviluppo diverso basato sulla riduzione, fino all’eliminazione, dei fattori inquinanti, specialmente nel settore della mobilità; 2) la salvaguardia della natura, il contrasto alla perdita della biodiversità e la valorizzazione dell’acqua come bene comune; 3) il contrasto alla spreco del suolo e al dissesto idrogeologico; 4) la sicurezza del territorio, il contrasto dei danni ambientali e la lotta alle tante terre dei fuochi presenti nel nostro Paese; 5) la promozione dell’economia circolare, con l’obiettivo di medio-lungo periodo di raggiungere il traguardo rifiuti zero e rivedere il ciclo dei rifiuti; 6) la riduzione, fino all’azzeramento, delle infrazioni inflitte al nostro Paese dall’Unione europea.

A proposito della Terra dei fuochi si è reso promotore di un decreto ad hoc su bonifiche e messa in sicurezza permanente. Una misura normativa che, non dobbiamo escluderlo, necessita anche di azioni correlate: vigilanza sugli appalti, controlli sull’esecuzione dei lavori, lotta alla corruzione. Cosa può dirci su questi aspetti?
Ho in programma diverse azioni di governo per garantire al cittadino una vita migliore in un ambiente salubre che gli permetta di non ammalarsi per cause dovute alla gestione criminale dei rifiuti. Penso innanzitutto al rafforzamento delle misure già previste nell’ordinamento per prevenire e reprimere i reati ambientali, attraverso un “tagliando” della legge 68/2015, e l’implementazione delle attività di contrasto alle ecomafie e alle “terre dei fuochi” che esistono non solo al sud, ma su tutto il territorio nazionale, operando a livello normativo con il meccanismo del “chi inquina paga”. Su questo siamo andati anche oltre, e vogliamo un “daspo” ambientale per chi inquina. Chi avvelena il proprio territorio deve andare via. Inoltre, per tutelare i cittadini e gli imprenditori, ho chiesto al ministro dell’Interno di considerare i siti di stoccaggio dei rifiuti al pari dei siti sensibili. La mia richiesta è stata accolta: è stata mandata, infatti, una circolare a tutte le Prefetture affinché i siti siano inseriti nei Piani coordinati di controllo del territorio, coordinati dal Prefetto e gestiti dalle forze di polizia e il piano sta partendo. Questo consentirà controlli maggiori e costanti. Dobbiamo altresì lavorare seguendo una visione più ampia, e di lungo periodo: in un’ottica di costruzione di un sistema sano lavoreremo alla riduzione della produzione dei rifiuti e alla concretizzazione dell’economia circolare attraverso una normativa end of waste e la realizzazione delle piattaforme del riuso e del riciclo.

Sappiamo che le bonifiche urgenti non riguardano – e non dovranno riguardare – solo la Terra dei fuochi. Da anni, troppi, parliamo di emergenza permanente nelle aree Sin. Quali iniziative intende intraprendere per la bonifica dei Siti di interesse nazionale?
Stiamo avendo una serie di incontri con la Direzione competente del mio ministero per riorganizzare la programmazione delle attività, nell’ottica della valorizzazione di quanto è stato già fatto e di quanto si può fare per procedere in modo efficace e spedito. Perché, purtroppo, come sa, le bonifiche dei Sin sono spesso rallentate da lentezze burocratiche e amministrative e da contrapposizioni politiche tra gli enti locali che fanno solo male ai cittadini e al territorio, che da anni – e giustamente – attendono risposte. Noi vogliamo porci al fianco dei territori, lavorare insieme per garantire ai cittadini dei Sin di tutta Italia la garanzia che si sta lavorando nell’ottica della tutela dell’ambiente e quindi della salute.

In una recente intervista rilasciata al Fatto Quotidiano ha dichiarato che la Sogesid – società in house del ministero dell’Ambiente – dovrà tornare ad occuparsi di bonifiche. In questi anni la Sogesid è stata al centro di inchieste giudiziarie (come ad esempio la vicenda della bonifica dell’ex Sisas di Pioltello, alle porte di Milano), impelagata in giri di consulenze milionarie e subappalti, che hanno determinato ritardi nel completamento degli interventi di bonifica (o inadempienze totali) e aggravi economici per lo Stato. Il ministero dell’Ambiente dovrebbe pensare ad una riforma della Sogesid più che ad una sorta di riabilitazione, come prospettato. Cosa pensa?
Ribadisco che la Sogesid ha tutti i requisiti per occuparsi di bonifiche e riqualificazione ambientale, e anzi va rivalutata: il personale, dunque, che è competente e formato, non può essere distolto da questa importante mission, come invece sta avvenendo attualmente con centinaia di dipendenti distaccati al ministero. Come ho già avuto modo di spiegare in audizione sia alla Camera sia al Senato, mi batterò affinché chi vorrà lavorare al ministero dell’Ambiente sia individuato, per la prima volta in trentadue anni di vita del dicastero, tramite concorso pubblico. Inoltre, ritengo che il ministero debba essere una casa di vetro in cui tutto sia visibile e comprensibile: ogni cittadino deve poter conoscere gli interessi che interloquiscono con esso e capire come si è formata la decisione pubblica. Per questo proprio in questi giorni ho emanato il decreto ministeriale Trasparenza: dal primo settembre chi siede nelle posizioni apicali dovrà rendere pubblica l’agenda degli incontri e il rispettivo contenuto. Così qualunque cittadino, comitato, associazione, saprà cosa sta avvenendo al ministero. Ecco che diventa, come detto, la “casa di vetro” dei cittadini.

Parliamo di inquinamento delle coste e del mare, patrimonio essenziale. L’Italia è inadempiente su vari fronti, tra i quali la gestione della depurazione che è “in alto mare”. Sono centinaia gli enti locali dichiarati fuorilegge dall’Unione europea, con gravissime responsabilità amministrative. Da questo punto di vista il ministero dell’Ambiente che intenzioni ha?
Come dicevo all’inizio, tra le mie priorità c’è la graduale riduzione delle infrazioni Ue. L’obiettivo è migliorare il percorso virtuoso di contrazione delle procedure di infrazione a carico del nostro Paese, passate dalle 117 del 2014 alle 59 di oggi. Tredici di queste, ovvero il 22 per cento, sono di natura ambientale e riguardano l’inquinamento dell’aria, i rifiuti e il trattamento delle acque reflue urbane. Per quanto riguarda l’inquinamento delle coste e del mare, si inseriscono in questo contesto le campagne #iosonoambiente e #plasticfree, che ho voluto lanciare subito, appena mi sono insediato al ministero, per sensibilizzare i cittadini e le pubbliche amministrazioni sull’importanza di bandire l’uso della plastica, dando il buon esempio anche durante le vacanze estive al mare o nelle aree marine protette. E stiamo realizzando un disegno di legge proprio sulla plastica e sul mare, per ridurre la produzione di questo rifiuto che inquina massicciamente i nostri mari. Non solo: non lasciamo le regioni da sole in questi interventi importantissimi: seguendo il percorso intrapreso già con la Regione Campania, ci affiancheremo con una task force di esperti per lavorare insieme, in coordinamento continuo, per trovare di concerto le migliori soluzioni. L’Europa ci chiede interventi strutturali e di visione ed è proprio quello che intendiamo fare programmando insieme con gli enti locali linee di intervento coraggiose e concrete, sempre nel rispetto delle autonomie e delle competenze regionali.

Quello della depurazione è in parte un problema gestionale. E la cattiva gestione riguarda anche altri settori e competenze del suo ministero, come i parchi nazionali. L’innegabile crisi delle aree protette, a nostro avviso, riguarda in primis la loro mission – spesso incagliata nei localismi – e la responsabilità di chi è stato indicato a dirigerle. Cosa intende fare per indicare alla guida dei parchi presidenti e direttori competenti non collegati agli interessi dei partiti?
I parchi nazionali e le aree protette rappresentano un capitale ambientale su cui investire, sia in termini sociali sia – per quanto possibile – in termini economici legati alla sostenibilità. Per questo è importante salvaguardare la biodiversità assicurando una gestione più coordinata delle aree protette. Per raggiungere questo traguardo bisogna stabilire piante organiche per gli enti parco e una nuova governance, introducendo i parametri di contabilità ambientale ed ecologica nel bilancio. Vogliamo essere molto ambiziosi, nel senso positivo del termine, e alzare l’asticella della competenza e della professionalità. Valuteremo i curricula migliori e sceglieremo solo coloro che abbiano il massimo livello di competenza e professionalità. Occorre riformare la legge n.394/1991 – la cosiddetta Legge Quadro sulle aree protette – per rafforzare il punto focale della conservazione della natura nell’ambito di un modello innovativo che valorizzi anche le realtà territoriali per un forte sviluppo ecosostenibile. Inoltre, è necessario rivedere il Testo unico forestale secondo una visione ambientale e non solo economica. Il ministero dell’Ambiente eserciterà le sue prerogative di vigilanza che sarà esercitata con rigore e con canoni standard da Nord a Sud.

I parchi nazionali sono attenzionati, tra gli altri, dagli interessi energetici delle lobbies dell’eolico e del petrolio. È l’esempio della Basilicata (regione che lei conosce bene per il suo ruolo di reggente del Comando regionale del Corpo Forestale dello Stato) e del Parco nazionale Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese che “ospita” attività petrolifere e che presto “ospiterà” nuovi pozzi al suo interno, in procinto di essere autorizzati. Gli attuali vertici del Parco – coinvolti in un’inchiesta della Corte dei Conti con rinvii a giudizio per presunte parentopoli e rimborsi spesa ai dirigenti – non sono stati capaci di garantire l’applicazione delle misure di salvaguardia previste dalla legge quadro e la trasparenza. Ha intenzione di affrontare il problema restituendo ai parchi la loro funzione di valorizzazione e tutela?
Come dicevo prima, i parchi rappresentano un capitale ambientale su cui investire. Per questo, chiederò che tutte le aree protette siano inserite nella tutela Unesco, affinché sia possibile un miglioramento dei servizi offerti ai visitatori, anche attraverso la valorizzazione delle tradizioni delle comunità locali. I territori, la flora e la fauna devono essere conservati e non minacciati. Saremo particolarmente attenti alla preservazione del suolo all’interno dei parchi e delle aree protette, in linea con le finalità di tutela ambientale. Ho anche proposto che nella legge sul consumo di suolo si introduca la possibilità di creare orti urbani al posto di manufatti abusivi abbattuti nelle aree protette, laddove non si possa procedere diversamente.

Lo sfruttamento del petrolio in Basilicata, in via di espansione e al centro di un processo per disastro ambientale, alimenta un vero e proprio paradosso: da una parte uno sfruttamento dannoso per l’ambiente, l’acqua, la salute e dall’altra un parco che, invece, dovrebbe tutelare il territorio e le risorse pulite. È intenzionato a commissariare il Parco nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese?
Quello che in questo momento possiamo dire è che non possiamo più abdicare al primario compito di vigilare. È un concetto strettamente legato alla prevenzione, per far sì che non ci siano danni erariali e soprattutto danni all’ambiente e al benessere dei cittadini.

Dalla Basilicata passiamo alla Puglia. Prima di affrontare la questione Ilva parliamo del progetto petrolifero Tempa Rossa di Taranto che lega con un filo nero queste due regioni e gli affari di due multinazionali: Eni e Total. Il progetto Tempa Rossa può risolvere il problema energetico nazionale, a scapito ancora una volta dell’ambiente? E in una visione più globale siamo ancora disposti a sacrificare il mare e la terra per interessi di pochi?
In cima ai nostri interessi c’è l’amore e l’attenzione per l’ambiente, quindi mi batterò per tutelarlo e vigilare nell’ambito delle competenze del mio dicastero. Come è anche scritto nel contratto di governo, siamo incamminati verso una de-fossilizzazione del Paese. Non lo dice solo il Ministero dell’Ambiente, ma lo dice il contratto. Quello è il faro ed è la strada. Da questo punto di vista siamo più ambiziosi della Strategia energetica nazionale e abbandonare il carbon fossile è una priorità del governo. Per l’Italia ipotizziamo un futuro rinnovabile senza dimenticare però la nostra grande risorsa che è il paesaggio e che va tutelato dai mega impianti impattanti.

Il governo in materia energetica è, diciamo, obbligato a cambiare passo. Non c’è più tempo: superare le fonti fossili ed accelerare il passaggio alle fonti alternative, pulite. Di mezzo c’è il gas, che come fonte – considerata di transizione – tra hub del gas europeo, stoccaggi sotterranei e gasdotti (pensiamo al Tap) sta creando più di un problema ambientale. Su queste infrastrutture il ministero dell’Ambiente dovrebbe esprimersi con determinazione. A che punto siamo? Qual è la sua posizione?
Come ho detto in precedenza, la via è la defossilizzazione del Paese, senza dimenticare però che il gas è strategico per la fase transitoria. Per quanto riguarda il Tap, limitatamente alla competenza del mio ministero, stiamo verificando se la Valutazione di impatto ambientale è adatta a quella parte di mare sul quale il Tap interviene. In particolare stiamo investigando sulla presenza della cymodocea che secondo la Commissione Ue va protetta come la Posedonia. Il progetto, com’è noto, non riguarda solo il ministero dell’Ambiente. Per quanto riguarda il cambio di passo cui Lei faceva riferimento, dobbiamo spingere sulla decarbonizzazione della produzione e della finanza, puntando sullo sviluppo dei lavori green per una rinascita della competitività del nostro sistema industriale ed economico.

In queste settimane si è parlato della proroga sulla cessione dell’Ilva di Taranto, poi di criticità, ora di annullamento. Reputa fattibile una chiusura dello stabilimento, come richiedono associazioni e cittadini, e al tempo stesso salvaguardare i posti di lavoro?
Io penso che dobbiamo assicurare al cittadino che al centro dell’azione di qualsiasi governo o Parlamento ci sia la tutela piena del bene primario che si chiama vita. Il fatto che l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) abbia acceso i riflettori sugli atti della gara di aggiudicazione è un segnale importante. Io mi occupo di un dicastero, e non di tutta l’azione di governo, ma sull’aspetto ambientale si può e si deve fare di più e molto meglio. E su questo io sono chiamato a vigilare: io, per la mia parte, mi esprimerò dal punto di vista tecnico. Per esempio, dobbiamo capire se i suoli, il sottosuolo e tutto il corpo idrico verranno bonificati. I tempi previsti per coprire i parchi minerari sono troppo lunghi. Chi protegge i cittadini dal polverino? È ancora sotto gli occhi di tutti l’effetto dell’ultimo Wind day: la città, gran parte di essa, coperta dalla nuvola di polvere. Questo non è più tollerabile. C’è tanto da fare sul fronte della tutela ambientale perché quanto è stato finora previsto è, secondo me, troppo poco. Al centro c’è secondo me c’è e deve esserci la tutela della vita del cittadino.

Diritto al lavoro e diritti umani: ritiene che per tutelare l’ambiente, e quindi la salute, si possa pensare ad un sacrificio almeno parziale dei lavoratori? In quale ordine mette la salute e il lavoro?
Io credo nel paradigma ambientale che vede l’ambiente andare di pari passo con la salute e il lavoro. Al centro ci sono le persone, non la massimizzazione del profitto. E l’ambiente sarà il faro di questo governo. È arrivato il momento di far compiere all’Italia la transizione verso la sostenibilità e invertire il paradigma economico, puntando realmente sull’economia circolare. Abbiamo bisogno di tutti – istituzioni, associazioni, comitati, imprese, cittadini – per portare a termine questo importantissimo compito. L’imprenditore che si occupa di gestione dei beni pubblici e di ambiente in generale deve puntare a un giusto guadagno, non alla massimizzazione del profitto, perché in questo secondo caso, esso sarà realizzato a discapito o dell’ambiente, o dei lavoratori, o della tutela dei lavoratori.

Giornalista, direttore del periodico Terre di frontiera. Reporter per la Terra 2016 e Premio internazionale all'impegno sociale 2015 Livatino-Saetta-Costa. About me

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