Foto: Dentro La Felandina. Sullo sfondo un gioco per bambini // Emma Barbaro

I lavoratori stagionali stranieri che da quasi un anno occupano abusivamente l’insediamento industriale fantasma de La Felandina – area che sorge sulla Statale 407 Basentana, in Basilicata, attualmente sotto sequestro – se ne devono andare. E devono farlo entro una ventina di giorni e senza alcuna garanzia circa una soluzione abitativa alternativa. È stato scritto a chiare lettere con un’ordinanza sindacale. È stato ribadito con dei volantini tradotti in inglese e francese, tanto per lasciare il campo sgombero da equivoci. I massimi vertici della Prefettura di Matera, della Questura, della Guardia di finanza, delle stazioni locali di Polizia e Carabinieri di Pisticci, Bernalda e Metaponto sono stati allertati.

Siamo sulla SS407 Basentana, in territorio lucano, all’altezza della stazione di servizio Metapoint Bar. Il consorzio de La Felandina, l’esempio grossolano di una maxi truffa ai danni dello Stato, emerge in tutto il suo splendore. Nato con la promessa di contratti di lavoro per più di seicento persone, si è rivelato un bluff per cui nel 2017 ben ventuno persone sono state condannate dalla Corte dei Conti a restituire al ministero dello Sviluppo economico 14 milioni e 220 mila euro. Parte di un finanziamento milionario con cui si sarebbe dovuto costruire un intero indotto che, nei fatti, è esistito concretamente solo nelle sentenze di condanna e nelle ordinanze di sequestro dei beni. Oggi gli scheletri delle quindici aziende che sarebbero dovute sorgere nel Metapontino accolgono gli insediamenti abitativi di fortuna dei lavoratori stagionali stranieri. Oltre cinquecento persone contribuiscono a dare un senso al deserto industriale con una quotidianità fatta di adattamento alle circostanze ostili, di precarietà per le necessità basilari e, ora, anche di lotta per rivendicare diritti abitativi.
«La maggior parte di noi è regolare, abbiamo un contratto di lavoro», spiega Abdullah, un giovane sudanese che vive nella baraccopoli de La Felandina. «Viviamo qua perché non riusciamo a pagare le spese di un affitto e perché molte volte abbiamo difficoltà a farci fittare una casa. Adesso non ce ne possiamo andare da qui. Ora c’è il lavoro vero nei campi. E a noi serve guadagnare con lavoro onesto per vivere. È difficile così. Loro dicono che noi ce ne dobbiamo andare entro qualche giorno. Ma dove dovremmo andare?»

QUANDO IL MERCATO COMANDA
Li pagano, in media, 3 euro e 50 centesimi all’ora. Sono costretti a lavorare tra le dodici e le quattordici ore al giorno. Lo dimostra, tra le altre, l’ultima operazione di contrasto al caporalato condotta il 19 giugno scorso nel Metapontino. Tra imprenditori indagati e sequestri preventivi, si è dimostrato che lo sfruttamento di manodopera in agricoltura è un problema atavico. Su cui, ora come ora, occorre agire alla radice. Anche se il mercato, che schiaccia l’imprenditoria agricola, comanda l’inasprimento delle tutele lavorative. Ma prima che braccia instancabili per l’economia di mercato, nel Metapontino ci sono persone costrette a soddisfare legittime esigenze abitative in baracche di fortuna. Alcuni degli occupanti de La Felandina negli anni scorsi hanno vissuto nella falegnameria di Bernalda (Pizzolla, ndr), poi in una fabbrica e, persino, sul sovrappasso ferroviario. Subendo, di volta in volta, tutti gli sgomberi. Ora sono sospesi come nomadi che non conoscono la destinazione della prossima tappa del viaggio. Restano perché hanno bisogno di lavorare. Perché, per esistere, il mercato agroalimentare made in Italy ha bisogno anche di loro.

UN’ORDINANZA «CONTINGIBILE E URGENTE»
Il sindaco di Bernalda, il dottor Domenico Raffaele Tataranno, ha disposto lo sgombero de La Felandina con un’ordinanza. Facendosi carico personalmente delle responsabilità e dei riverberi di una decisione politica di questa portata sulle vite di oltre cinquecento persone. Il primo cittadino ha scelto di neutralizzare e prevenire un ulteriore aumento degli occupanti. Nel frattempo ha portato quelli che restano a domandarsi chi e quando gli imporrà di andare via. In teoria, avverso l’ordinanza sindacale «contingibile e urgente» adottata da Tataranno il 17 maggio scorso, si sarebbe potuto promuovere un ricorso al Tar entro 60 giorni dalla sua pubblicazione sull’Albo pretorio di Bernalda. Ma trovare un legale disposto ad avanzare pretese abitative legali in un’area che è ancora sotto sequestro, è pura utopia. I residenti de La Felandina in realtà ci sperano. Alcuni persino ci credono. Quel che è certo è che nessuno di loro, fino a questo momento, ha raccolto le proprie cose per prepararsi ad andare via. Anzi. In attesa che la Prefettura di Matera e tutto il corpo delle forze armate locali diano esecuzione all’ordinanza, i migranti sono aumentati. E all’interno dei capannoni abbandonati hanno realizzato piccoli negozi di generi di prima necessità. Sintomo di una stanzialità che cresce, almeno nelle attese.

PERCHÈ RESTARE
Qualcuno, con un generatore di corrente alimentato a benzina, ha messo su un mini bar. Alì, un senegalese sulla quarantina, fa la brace con i resti della pecora macellata nella baracca adiacente alla propria. Nel ghetto de La Felandina donne e uomini si aggirano confusi in una Babilonia di baracche. Alcuni sono riusciti ad accaparrarsi il posto all’interno dei capannoni abbandonanti. Mentre quelli che vivono all’esterno, si sono adattati in baracche ricoperte dai teloni di plastica utilizzati in agricoltura. Qualcuno ha scelto di realizzare la propria in legno e lamiera, conservando i cartoni per coibentare i tetti. Tutti vivono in condizioni precarie. Tra cumuli di rifiuti e plastiche date alle fiamme, dove si può. Non c’è acqua corrente. E per ricaricare i catini e le taniche luride spesso è necessario percorrere i due chilometri di distanza che separano il ghetto da Metaponto. I più fortunati vanno in bici. Altri si incamminano a piedi. Non tutti, ad oggi, sono tornati indietro. Per i servizi igienici, invece, si utilizzano a turno piccole strutture in lamiera ricavate all’esterno degli opifici dismessi.
«Io so che qua l’acqua ci sta, loro non ce la vogliono dare perché hanno paura che se ci danno l’acqua noi restiamo», dice Mohammed, un sudanese di quaranta anni. «Ma a noi non interessa l’acqua. Noi ci adattiamo pure senza acqua e senza corrente. Basta che possiamo restare per lavorare. A noi serve lavoro. Qua c’è tanto lavoro. Qua tutti possono lavorare di più e per più tempo.»

JENNY E IL PARADOSSO
Jenny è una ragazza nigeriana di circa trenta anni. In Italia da otto anni, ha deciso di abbandonare la realtà affollata e pericolosa della baraccopoli foggiana di Borgo Mezzanone, per stabilirsi a La Felandina.
«Qua è molto meglio di Borgo», comincia. »È vero che a Borgo c’è acqua ed elettricità, ma qua si sta più tranquilli e poi c’è sempre lavoro. Siamo meno persone. Questa è una cosa buona da una parte, ma non è buona dall’altra. Perché se loro vogliono sgomberare, non abbiamo possibilità di lottare per restare. Siamo troppi per restare, troppo pochi per non andare.»
Quel che Jenny tenta di spiegare è l’essenza stessa del paradosso secondo cui il numero degli abitanti de La Felandina è troppo alto perché si possa legittimamente sperare che le istituzioni li lascino vivere negli antri di uno sviluppo industriale che non c’è mai stato. Ma è troppo basso, al contrario, per sperare di trasformarsi nel più classico dei casi nazionali. Di quelli che fanno discutere e accendono il dibattito. Sono troppo pochi per fare davvero paura. Per decidere di convocare, cioè, vertici d’urgenza in Prefettura che stabiliscano nel dettaglio le operazioni di sgombero e le relative soluzioni abitative sostitutive. Con la straordinarietà e l’urgenza che contraddistingue ogni provvedimento emergenziale, oggi si risponde così a un problema che nel metapontino si ripropone con nuove evoluzioni di anno in anno. In una giostra d’interessi che, se di certo si presta a compiacere una fetta consistente dell’elettorato lucano, condanna inesorabilmente un numero sempre maggiore di persone. Le stesse persone che, quando escono dalle proprie baracche di fortuna, si chinano a raccogliere le primizie italiche per consegnarle in tempo sui mercati del consumo di massa.

One thought on “Dentro La Felandina, il ghetto che nessuno vuole”

  1. Cara Emma, i tuoi servizi giornalistici sono sempre ben documentati anche fotograficamente. hai ragione: quelle stesse persone, politici, per modo di dire, che non hanno mai capito il significato della Politica, persone che, per avere il consenso elettorale, condannano alla invisibilità, alla povertà, allo sfruttamento, alla schiavitù, alla chiususra dei porti di persone che sono costrette ad abbandonare le proprie terre, certamente con dolore, quelle stesse persone, come tu egregiamente scrivi, che lavorano per il nostro benessere, per noi che non ci chiediamo, mai, se qqei frutti della terra costano sangue e sudore. Un bacio cara Emma. Grazie per il tuo impegno

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