Moussa Balde
Foto: Moussa Balde © Centro sociale La Talpa e l'Orologio

L’ultimo grido di Moussa Balde al di là delle gabbie del Cpr di Torino

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Terre di frontiera ha ricostruito, con l’ausilio dell’avvocato difensore di Moussa Balde – il giovane che si sarebbe ucciso nell’Ospedaletto del Cpr di Torino il 23 maggio scorso dopo la brutale aggressione subita a Ventimiglia solo pochi giorni prima – tutti i contorni di una vicenda che resta torbida. E che ci porta a interrogarci sul profondo sentire di un Paese, il nostro, che si professa civile. L’appello del legale della vittima, Gianluca Vitale, risuona limpido nelle coscienze: «Mi auguro che la procura di Torino vada a fondo e che si faccia giustizia. E spero che il Pm, nell’accertamento dei fatti, non chieda alla Questura di indagare su se stessa.»

Mentre il video del suo pestaggio diventava virale è stato definito “clandestino”. Poi “extracomunitario”. Infine “migrante irregolare”. Solo il presunto suicidio del 23 maggio scorso nell’Ospedaletto del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Torino gli ha restituito la dignità di un nome.
Moussa Balde, un ventitreenne originario della Guinea, è stato semplicemente “Moussa” solo nelle vive proteste di realtà come quella del centro sociale “La Talpa e l’Orologio” di Imperia e nel ricordo di chi lo ha conosciuto. Ma la sua storia, e il suo tragico epilogo, ci consegnano qualche verità in più sulla civiltà di un Paese, il nostro, in cui la dignità di un essere umano può essere impunemente aggredita due volte. La prima, il 9 maggio a Ventimiglia. Quando tre italianissimi individui lo picchiano brutalmente a sprangate. Se la cavano con una denuncia a piede libero per lesioni aggravate dall’uso di corpi contundenti.
La seconda, quando il giovane viene preso in carico dalle autorità competenti e rinchiuso, a dispetto delle sue evidenti fragilità, nel Cpr di Torino. Anche in questo caso le istituzioni a ciò preposte sono e restano a piede libero. Su di loro, tuttavia, ad oggi non pende alcun capo d’accusa.

IL PESTAGGIO: LA NOTA DELLA POLIZIA DI IMPERIA
I contorni del pestaggio subito da Moussa Balde restano oscuri. «L’aggressione», si legge in un comunicato stampa diramato dalla Polizia di Stato di Imperia, «scaturiva a seguito di un diverbio intercorso, per cause ancora da accertare compiutamente, tra il giovane straniero ed uno degli aggressori nelle vicinanze del supermercato Carrefour della cittadina di confine. A seguito delle segnalazioni ricevute, sul luogo intervenivano i poliziotti che individuavano la vittima, la soccorrevano e facevano intervenire sul posto il personale medico. Il migrante è stato trasportato presso l’Ospedale di Bordighera dal quale è stato dimesso con dieci giorni di prognosi per lesioni e, successivamente, è stato condotto presso il Commissariato di Ventimiglia per procedere ai provvedimenti amministrativi del caso. L’episodio è stato filmato da un privato che ha riversato sui social il video della brutale aggressione operata con degli strumenti reperiti sul posto. Le immediate indagini effettuate dai poliziotti del Commissariato, attraverso la visione delle telecamere di sorveglianza e l’escussione di numerosi testi, ha portato al rintraccio delle seguenti persone che saranno denunciate a piede libero per lesioni aggravate dall’uso di corpi contundenti, tutti residenti a Ventimiglia e uno di essi con precedenti di polizia. È al vaglio», conclude la nota, «la posizione di una quarta persona che compare nel video al termine dell’aggressione.»

ESCLUSO L’AGGRAVANTE DELL’ODIO ETNICO
«Il decreto di espulsione gli è stato notificato attorno alle 15.30 del 10 maggio scorso», ci spiega l’avvocato difensore di Moussa Balde, Gianluca Vitale. «Quando l’ho incontrato, Moussa mi ha riferito che dall’ospedale è stato condotto nelle camere di sicurezza, poi di nuovo in ospedale, poi nella sede della Questura di Imperia e, infine, al Cpr di Torino. Non conosco la prognosi con cui è stato dimesso dall’ospedale perché sembrerebbe che non gli abbiano consegnato alcun documento ufficiale. O almeno, lui non aveva alcun documento con sé. In riferimento all’aggressione», ribadisce il legale, «è sconcertante che il Questore di Imperia, nel corso di una conferenza stampa indetta all’indomani della divulgazione del video del pestaggio, si sia affrettato a dichiarare che può essere esclusa l’aggravante dell’odio etnico. Onestamente non vedo come, con le indagini ancora in corso, si possa affermare o escludere un presupposto del genere. Ma anche questo è stato fatto.»

MOUSSA ERA IDONEO AL TRATTENIMENTO NEL CPR?
Il 10 maggio, dunque, Moussa Balde viene tradotto nel Cpr di Torino. E, subito dopo la dichiarazione d’idoneità al trattenimento propedeutica alla sua effettiva privazione della libertà, viene spostato in isolamento nella sezione Ospedaletto della struttura.
«Per quanto concerne l’idoneità al trattenimento», sottolinea l’avvocato Vitale, «ad oggi non ci è stato mostrato alcun atto. L’amministrazione del Cpr (la società che gestisce il Centro è la Gepsa S. A., ndr) li tiene ben nascosti. Immagino che in ogni caso la Procura di Torino abbia acquisito la documentazione necessaria perché so che è stato aperto un fascicolo d’indagine, ma non so per quale titolo di reato. Non so nemmeno se, al momento, ci sia un fascicolo d’indagine sulla gestione del Cpr relativa al caso di Moussa. Quel che so, tuttavia», prosegue, «è che esiste un regolamento Cie del 2014 che prevede che l’idoneità al trattenimento di un individuo debba essere accertata e dichiarata da una struttura esterna a quella del Cpr. In sostanza, il giudizio sull’idoneità di una persona ad essere trattenuta in un Cpr spetta a un medico dell’Asl. Questo, a Torino non è mai accaduto. Qui la visita d’idoneità viene condotta all’interno della struttura dal personale che la gestisce. In pratica l’accertamento consiste in una sorta di triage, condotto all’acqua di rose, in cui non vengono svolti né esami strumentali da un punto di vista fisico, né verifiche da un punto di vista psicologico e psichiatrico. Il punto è che in questo caso non era possibile soprassedere. In questi giorni ho lungamente consultato gli esperi psichiatri del “Centro Frantz Fanon” che mi hanno confermato che, in quelle condizioni e a ridosso di un’aggressione subita con quelle modalità violente, è altamente probabile la possibilità che ci fossero conseguenze importanti sul piano psichico. Conseguenze, dunque, che avrebbero dovuto influire sulla determinazione non solo della prognosi, ma anche sulla stessa valutazione d’idoneità al trattenimento nonché sulle eventuali condizioni del trattenimento stesso. Per fare un parallelismo con la detenzione carceraria, in casi analoghi viene predisposta la sorveglianza o persino l’alta sorveglianza del soggetto che, dunque, viene costantemente tenuto sotto osservazione perché c’è il rischio concreto di condotte anti conservative. Ebbene, questo nel caso di Torino non pare sia accaduto. Quindi possiamo solo immaginare che sia stato rilasciato un documento d’idoneità al trattenimento e che quella indagine sia stata svolta dal personale interno alla struttura. Il che, stando al già citato regolamento Cie, sarebbe illegittimo.»

PERCHÈ MOUSSA FINISCE IN ISOLAMENTO?
Come illegittima, o quantomeno particolarmente incomprensibile, appare la decisione dell’Ente gestore del Cpr di Torino di collocare Moussa Balde in isolamento. «La tesi», prova ancora a chiarire l’avvocato, «è che Moussa sia stato trasferito in isolamento perché considerato un sospetto caso di scabbia. Rivelatosi, invece, un caso di psoriasi. Ora, su questa questione potremmo aprire un ragionamento davvero molto ampio», arringa Vitale. «Innanzitutto, si tratta di patologie completamente diverse, per cui legittimamente ci si chiede come una psoriasi possa essere scambiata per scabbia, tra l’altro dallo stesso personale medico che ha dichiarato Moussa compatibile con il trattenimento nel Cpr. In secondo luogo, nel regolamento Cie l’isolamento non è contemplato. Ci sono sentenze che affermano che in una condizione lecita di privazione della libertà personale, un peggioramento delle condizioni di detenzione costituisce un’ulteriore privazione della libertà che va regolamentata. E in questo caso, la regolamentazione manca. L’unica ipotesi fatta nel regolamento Cie riguarda l’eventuale dubbio sull’idoneità al trattenimento dell’individuo. In pratica, se c’è il sospetto che la persona trattenuta nel Cpr non sia più idonea a restarvi, il soggetto viene collocato nelle stanze di osservazione in attesa dell’intervento del personale dell’Asl. Dunque, si torna a quella necessità di un accertamento sanitario esterno che nel Cpr di Torino, a onor del vero, non interviene mai. L’ipotesi di scabbia», continua, «non costituisce una ragione d’isolamento valida. Anche perché ci sono stati casi di scabbia accertati per cui non mi risulta ci sia stata una messa in dubbio sull’idoneità al trattenimento.»
Senza contare che, a quanto rileva dalle ricostruzioni esterne circa la vulnerabilità psicologica di Moussa Balde, si era già tentato in più occasioni di inserire il giovane in percorsi di supporto psicologico e psichiatrico ben prima dei fatti di Ventimiglia.
«E va sottolineato», ribadisce il legale, «che gli esperti psichiatri del Centro Frantz Fanon con cui ho parlato mi hanno dichiarato che in quelle condizioni di vulnerabilità in cui si può legittimamente presumere che Moussa fosse a ridosso dell’aggressione era assolutamente sconsigliabile collocarlo in isolamento, perché il rischio che potesse compiere atti anti conservativi era molto alto.»

«DEVO USCIRE, DEVO ANDARMENE DA QUA DENTRO»
L’avvocato Vitale con Moussa Balde ha avuto l’opportunità di confrontarsi due volte nei tredici giorni trascorsi dal trasferimento al Cpr fino alla sua morte. «Moussa era palesemente disorientato, stanco, depresso. Continuava a ripetere come un mantra la frase: “Io devo uscire da qua dentro.” Era qui in Italia da cinque anni, aveva un’istruzione di base con tanto di titolo di licenza media, aveva frequentato presidi antirazzisti, non lo si può definire uno sprovveduto. Eppure», spiega ancora il legale del ragazzo, «negli ultimi tempi, a quanto rileva dalle ricostruzioni testimoniali che stiamo effettuando, aveva manifestato dei disagi di tipo psicologico per i quali non c’è stata alcuna presa in carico da parte delle istituzioni competenti. Tuttavia, nonostante la sua fragilità, Moussa era perfettamente in grado di comprendere quel che accadeva intorno a lui. Peccato, tuttavia, che non sia stato evidentemente informato circa i suoi diritti.»
In sostanza, ad oggi non è possibile stabilire se Moussa abbia o meno denunciato l’aggressione. Quel che è certo, stando alle dichiarazioni della Polizia di Stato di Imperia – che lo ha preso in carico nelle fasi immediatamente successive al pestaggio di Ventimiglia – è che al giovane siano stati fatti firmare tutta una serie di documenti dei quali non aveva alcuna contezza.
«Basti pensare», sottolinea Vitale, «che quando ho parlato la prima volta con lui, Moussa non sapeva che fossero stati identificati i suoi aggressori, né che i filmati del suo brutale pestaggio fossero divenuti virali. Nel Cpr gli è stato sequestrato il telefono cellulare, come accade per tutti i trattenuti. E, da quel momento in poi, il ragazzo non ha ricevuto più alcuna informazione. Solo dopo il nostro primo colloquio mi ha chiesto come fosse possibile che era stato picchiato e le autorità avevano arrestato lui e non gli altri. Il che, chiaramente, è un paradosso. Perché la vittima di un reato deve essere informata di tutte le sue facoltà. Dalla possibilità di denunciare i fatti, a quella di avere un interprete, un legale o, persino, di parlare con un Pubblico Ministero. Tutto questo non è accaduto. O, almeno, Moussa non è stato messo in condizione di comprenderlo, nonostante fosse stato preso in carico dalla Polizia praticamente a ridosso dell’aggressione. Mi ha sempre riferito che gli hanno fatto firmare delle carte, ma denunce lui non ne ha fatte. Nessuno gli ha chiesto come si fossero svolti i fatti. Poi», aggiunge, «non sono in grado di escludere che magari ci sia un foglio firmato da Moussa recante una sorta di denuncia. Ma non sono nemmeno in grado di escludere, allo stesso tempo, che nell’immediatezza dei fatti a Moussa siano stati fatti firmare una serie di documenti senza metterlo perfettamente al corrente di cosa stesse firmando. E credo anche che, viste le condizioni in cui si trovava dopo l’aggressione, sarebbe stato opportuno informarlo al meglio del fatto che era portatore di una serie di diritti fondamentali.»

UNA LEGGE UGUALE PER MOLTI, MA NON PER TUTTI
Moussa muore, probabilmente suicida – questo dovranno accertarlo le indagini condotte dalla Procura di Torino – domenica 23 maggio. Martire di un paradosso burocratico per cui lui, da vittima di un’aggressione brutale, si ritrova improvvisamente colpevole di una forma d’irregolarità amministrativa talmente grave da causarne la reclusione immediata. Senza appello. «Quel che infastidisce», commenta Vitale, «è che il tema dell’immigrazione continui ad essere trattato secondo un’accezione paternalistica e, se vogliamo, neocolonialista. Le leggi stabiliscono che il migrante che non è in possesso di un regolare permesso di soggiorno possa essere allontanato dal Paese. Anche con la forza, se necessario. Ma le leggi stabiliscono anche che gli ingressi nei Cpr debbano seguire un determinato iter, che l’idoneità al trattenimento debba essere accertata da sanitari esterni all’amministrazione della società che gestisce le strutture, che il trattenuto abbia diritto alle comunicazioni con l’esterno, che la vittima di un reato sia debitamente informata delle proprie facoltà. Perché questo non accade? Mi fa abbastanza rabbia questa schizofrenia per cui “noi” la regola a vantaggio del migrante possiamo violarla tranquillamente, magari anche calpestando i suoi diritti fondamentali, ma poi esigiamo il rigido rispetto di quelle stesse regole da parte di chi giunge in questo Paese. Eppure, lo leggiamo in ogni aula di giustizia: la legge è uguale per tutti.»
Già, ma la domanda è lecita: per tutti chi?

I CPR NELLE PAROLE DEI GARANTI PER I DIRITTI
Recentemente il professor Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, lo ha ribadito ai microfoni di Terre di frontiera. E lo ha scritto, a più riprese, nelle numerose relazioni consegnate in questi anni al Parlamento. A più di vent’anni dalla loro introduzione, i Cpr restano «luoghi non pensati ove la permanenza segue le sorti di un “effetto collaterale” che si vorrebbe evitare e che è sostanzialmente sottovalutato. I profili di maggiore criticità riguardano in particolare le verifiche d’idoneità alla vita in comunità ristretta, la cura delle persone malate o comunque portatrici di vulnerabilità sanitarie, la qualità dei servizi prestati, l’adeguatezza degli ambienti, nonché la vigilanza periodica sulle condizioni materiali delle strutture.»
Per Monica Gallo, Garante di Torino, la vicenda va chiarita. «Mi auguro che venga accertato tutto quel che è accaduto nel Cpr di Torino», dichiara. «Penso che questo caso non possa chiudersi con la mera accettazione della morte di un ragazzo così giovane. Credo ci siano state delle grosse responsabilità i cui contorni vanno chiariti. Se non ci fosse quella sorta di diffidenza istituzionale che talvolta non ci consente di riuscire a intercettare immediatamente le fragilità come quella di Moussa, probabilmente avremmo molti meno casi come il suo. I Cpr, così come li ha correttamente definiti il Professor Palma, sono luoghi oscuri, gusci vuoti e impenetrabili. Se fossi stata tempestivamente informata del fatto che questo ragazzo era stato trattenuto nel Cpr di Torino, mi sarei recata lì immediatamente. Tante volte, invece pare che ci sia un interesse al silenzio. E questo non è più tollerabile.»

L’APPELLO DELL’AVVOCATO VITALE: ASCOLTIAMO L’ULTIMO GRIDO DI MOUSSA
«I fronti d’indagine aperti a questo punto sono due», sostiene Vitale. «Il primo a Imperia, in riguardo all’aggressione subita da Moussa. Il secondo a Torino in riferimento a tutto ciò che è accaduto nelle fasi direttamente successive. Va non soltanto accertata la causa della morte del ragazzo, ma anche se è stato fatto tutto quello che era necessario e propedeutico a evitarla. Bisogna stabilire se le condizioni di Moussa erano compatibili con il suo trattenimento nel Cpr, se l’eventuale suicidio era in qualche modo preventivabile o, persino, evitabile. Si deve capire se a Moussa, nelle condizioni di fragilità in cui si trovava, sono state garantite tutte le cure necessarie per evitare che compiesse atti anti conservativi. Insomma, c’è tutto un cammino d’indagine da percorrere, e mi auguro che la Procura di Torino sia predisposta a farlo. Questa vicenda colpisce perché ha scardinato il silenzio. L’ultimo grido che Moussa ha lanciato con il suo gesto estremo, se di questo si è trattato, è riuscito a superare le gabbie del Cpr di Torino e ha portato la società civile a interrogarsi. In tanti, oggi, si stanno chiedendo se da un punto di vista umano e giuridico Moussa sia stato messo nelle condizioni di sopravvivere. I Cpr sono luoghi spersonalizzanti e disumanizzanti. E la storia di Moussa non è solo la vicenda di un immigrato irregolare. Ma, piuttosto, è il caso di una persona fragile, come tante ce ne sono in un Paese, come il nostro, che talvolta avversa le vulnerabilità. Quando il giorno dopo il presunto suicidio mi sono recato nel Cpr di Torino», ribadisce l’avvocato, «sono rimasto piuttosto sconcertato nel non notare un clima diverso dal solito. Certo, c’era un po’ di nervosismo da parte della polizia in assetto antisommossa. Tuttavia, questo accade spesso. Ma nel personale amministrativo del Centro non ho notato alcun sconvolgimento emotivo, né alcuna tensione. Come se vigesse il senso d’impunità per quanto era appena accaduto e per quanto costantemente accade. Mi auguro», conclude, «che il Pm vada avanti. Purtroppo, in casi analoghi, talvolta si chiede all’Ufficio Immigrazione della Questura di elaborare una relazione, anche se è evidente che si tratti del medesimo personale che opera all’interno di questi Centri. Qui però in discussione non c’è solo un eventuale errore umano, colposo o doloso che sia, ma c’è una prassi, un meccanismo che ha consentito che tutto questo accadesse. È un errore di sistema. E non si può chiedere a un intero sistema di giudicare se stesso. Mi auguro, dunque, che il Pm affidi le indagini a soggetti che non abbiano un co-interesse in questa vicenda. Perché per Moussa giustizia va fatta.»

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