Foto: Nel cuore dell’Aquila // Pellegrino Tarantino

«Una “Strategia dell’Abbandono” perseguita non da un’unica entità, ma da tante teste, che per colpa o per dolo, concorrono, anche inconsapevoli l’uno dell’altro, a produrre un risultato che, da L’Aquila 2009, è oggettivamente sotto gli occhi di tutti.»

Il terremoto de L’Aquila, quella notte di dieci anni fa, mi svegliò di soprassalto, nelle Marche, a Jesi. In questi dieci anni ho seguito a distanza quello che accadeva in Abruzzo, o che non accadeva. Tre anni fa ho vissuto i terremoti del Centro Italia da abitante di una piccola frazione del Comune di Genga, che ha riportato non pochi danni. Seguo il post-sisma con i panni dell’abitante e del cittadino attento a tutto quello che riguarda il territorio che hanno chiamato «cratere sismico».
Subito dopo quella notte di aprile del 2009 – del 6 aprile 2009 – fino alle tante notti marchigiane che dal 2016 si succedono, una cosa ho chiara. Che c’è un rapporto diretto tra un terremoto e la democrazia. Non nel senso del sisma inteso come evento geologico catastrofico, ma piuttosto come gestione delle fasi successive all’evento. Da quella immediata dell’emergenza, a quella della ricostruzione, o a quella che dovrebbe essere – ma non lo diventa mai pienamente – la ricostruzione.
Ed entrambe sono fasi che, da l’Aquila all’Emilia-Romagna, fino al Centro Italia, segnano inequivocabilmente un restringimento dei diritti democratici delle persone che sono coinvolte. Niente di coercitivo, per carità. Ma tutta una serie di azioni, che hanno strutturalmente un deficit di informazione, di relazione, di concertazione, con le persone coinvolte nella catastrofe. Che, se da una parte creano disorientamento, sfiducia, depressione, dall’altra allargano la forbice della credibilità e del rispetto tra le Istituzioni, a vario livello, e gli abitanti. A prescindere da quale sia l’appartenenza politica di chi temporalmente rappresenta lo Stato e le sue diverse articolazioni territoriali. Gli abitanti delle città, dei paesi e dei piccoli centri sconvolti da un grande terremoto, si trovano subito a rapportarsi con un “Io” che ha già deciso per tutti. Che sa cosa sia meglio per il bene di ognuno. Da come ci si deve attenere, e comportare nei primi tempi nella tendopoli della Protezione Civile. Alla scelta di spostare, da qualche mese fino ad anni, scomponendole e ricomponendole differentemente, pezzi di comunità prima separate da un pianerottolo o da una strada, in alberghi e strutture ricettive sulla costa, dislocate tra loro a decine di chilometri di distanza, spesso anche in un’altra regione. Al decidere, in chissà quali stanze e con chi, ma mai con gli abitanti, se e quali centri abitati, frazioni, paesi, debbano essere o meno ricostruiti. Fino al ricollocare sui luoghi gli abitanti in lunari new town, o in casette in poliuretano, che ripropongono l’assetto urbanistico dei campi profughi dei conflitti dell’ex-Jugoslavia; a seconda dell’imprinting del Governo di turno e dei capitolati speciali di appalto e sub-appalto. Nel momento in cui la relazione democratica e il processo partecipativo vengono ristretti e ridotti ai minimi termini, si allarga lo spazio per la coltivazione di sempre più spregiudicati interessi affaristici, per vecchie e nuove lobby e cordate. Imprenditori e “prenditori”, da quelli che si telefonano brindando nella notte aquilana, a quelli che si ritrovano a cena con esponenti della politica e delle Istituzioni, in esclusivi ristoranti costieri della costa marchigiana. E’ questa la fotografia dell’Italia dei terremoti, senza una legge quadro sull’emergenza e sulla ricostruzione, in cui ogni volta, poco dopo sepolte le vittime del sisma appena accaduto in un posto, si comincia ad “apparecchiare” per quello che verrà tra qualche anno da un’altra parte. Una giostra che riparte sempre da capo. Che macina vite, relazioni, comunità, diritti delle persone, ed ingrassa appaltatori, costruttori, faccendieri e politici; e che, in diversi casi, spalanca le porte ai business della criminalità organizzata; non più quella della coppola e della lupara, ma quella in giacca e cravatta, e con il rotolo dei progetti sottobraccio. Perché la democrazia, e da L’Aquila ne abbiamo avuto consapevolezza, rispetto ai decenni precedenti, che significa anche presenza di comunità vive, organizzate, rappresentate, è veramente un ostacolo per quello che rappresenta un vero e proprio fenomeno di neo colonialismo predatorio del territorio; sia da parte di gruppi economici multinazionali, sia da imprese nazionali che si presentano con il volto caritatevole delle proprie fondazioni filantropiche.
Gasdotti, infrastrutture stradali costose ed inutili, impianti energetici, strutture commerciali per favorire un turismo di massa da resort egiziano, agricoltura e zootecnia intensiva e per nulla rispettosa della vocazione dei territori. Per tutte queste operazioni, le persone, i cittadini, nell’Aquilano come sull’Appennino centrale a cento chilometri di distanza, sono semplicemente un fastidio. Meglio territori spopolati e desertificati.
Una “Strategia dell’Abbandono” perseguita non da un’unica entità, ma da tante teste, che per colpa o per dolo, concorrono, anche inconsapevoli l’uno dell’altro, a produrre un risultato che, da L’Aquila 2009, è oggettivamente sotto gli occhi di tutti. Per questo, un terremoto, in Italia, è davvero per diversi soggetti, il biglietto vincente della lotteria. E una tragedia, solo per quelli che ci lasciano la vita o che, in pochi secondi, perdono per sempre tutto quello che in una vita hanno realizzato.

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