La protesta dei lavoratori del Protocollo e archiviazione della Provincia di Taranto

Oltre l’Ilva, i diritti negati nella città dei due mari

in I danneggiati di

A raccontare e vivere storie di diritti negati sono uomini e donne di frontiera. Per i lavoratori del Protocollo e archiviazione della Provincia di Taranto arriva la fine della mobilità.

«Non abbiamo più nulla. La mobilità termina il 21 luglio. La gogna della disoccupazione torna nella nostra vita ma questa volta non abbiamo speranza. Per le aziende siamo troppo vecchi, per loro però!» Quel mezzo sorriso di Salvatore apre il nostro incontro.
È un revival che scandisce il quotidiano. Gente che resta senza lavoro, da un momento all’altro. Senza un minimo di diritto a cui appellarsi. Questa volta sono i dipendenti Protocollo e Archiviazione della Provincia di Taranto.
Vagano da ben cinque anni alla ricerca di qualcuno che possa ascoltarli e che possa aiutarli a trovare una soluzione. Sì aiutarli, perché loro un rimedio l’hanno già individuato: «che ci assumessero all’Ilva», così ci dice Salvatore un po’ provocando. In realtà si chiama disperazione.
La grande industria – mentre il Governo sta decidendo sulla chiusura o no – continua ad essere l’unica speranza per il diritto al lavoro. Quel diritto che resta ancora esistenziale. A Taranto le speranze si perdono. I troppi cavilli politico-amministrativi, cambi di governo, cambi di poltrone, creano lavoratori di serie A e di serie B. Si chiama clientelismo.

LA STORIA
Il 13 maggio 2013 si concretizza ciò che aleggia già da tempo nei corridoi della Provincia di Taranto: i 28 ex Lsu vanno a casa. Hanno tante cose in comune: partenza, percorso, preoccupazioni, gioie, attese. Hanno in comune l’esperienza. Sono classe ’55. Sono over 50 a spasso ma che in un mondo normale godrebbero di una pensione, o meglio dovrebbero essere al traguardo e pronti a festeggiare la fine dei loro sacrifici. Invece non è così. Intrecciano mani all’unisono, si guardano, più che raccontare vorrebbero urlare i numeri, tutte le volte che hanno lavorato con l’acqua alla gola, tutte le volte che hanno accettato di svolgere funzioni extra dal loro compito, tutte le volte che hanno dato l’anima per quel lavoro specializzato. Il lavoro dà dignità.
Tutto ha inizio nel 1998. Superano una selezione presso il CTI di Taranto (Centri Territoriali per l’impiego) bandita dal ministero del Lavoro. Ciascuno di loro proviene da Lista speciale Welfare to work o da Platea storica (disoccupati di lunga durata). Il progetto di sostegno al lavoro prevedeva un numero di cento persone. A seconda del proprio titolo di studio vennero smistati, in qualità di Lavoratori socialmente utili. Nel 2001 da Lsu ministeriali diventano Lsu provinciali. Con i relativi certificati di servizio vengono transitati, a sostegno del riassetto organizzativo e delle competenze in funzione del decentramento istituzionale, con nota dell’allora presidente della Provincia, Domenico Rana, su indicazione della Direzione provinciale del lavoro di Taranto, ufficialmente a pieno titolo presso il Centro per l’impiego di Taranto divenuto nel frattempo a carico dell’Ente provincia. È qui che inizia l’agonia dei 28 lavoratori, definita da loro “sfortuna”. Da qui, oltre che lavorare fisicamente presso gli uffici della Provincia, venivano trasferiti di volta in volta, a seconda delle necessità di personale: chi presso l’Avvocatura, chi presso gli uffici dell’Ispettorato del lavoro.
Ognuno di loro svolgeva mansioni relative al personale quali archiviazione, banca dati e sportello consulenza al pubblico. Insomma, le loro competenze erano divenute fondamentali per il CTI, ma questo fu per loro un danno, perché mentre per altri ci fu l’assunzione a tempo indeterminato, per loro iniziò una continua accettazione di contratti che rafforzavano il precariato, di promesse al vento.
Nell’agosto 2001 alcuni colleghi Lsu vennero direttamente assunti dall’ente Provincia di Taranto, mentre a loro viene comunicato di essere stati inseriti nell’elenco delle unità lavorative da avviare al Progetto di protocollo informatico. E passa pochissimo tempo che firmano un contratto di assunzione con la Tecnogest srl, società facente parte del Consorzio general services appaltatrice della fornitura del servizio indicato. La Provincia di Taranto decise così di internalizzare la prestazione di Informatizzazione dell’Archivio e del Protocollo al Consorzio di cui faceva parte anche il CNI, una società di capitali fondata nel 1974 con un capitale sociale di 1.549.500 di euro. La stessa erogava servizi archivistici, tecnici e operativi nell’ambito della gestione documentale, dell’outsourcing evoluto di processi di business e della conservazione informatica a norma. Quindi poteva essere una manna dal cielo, una certezza per la stabilizzazione. Invece l’assunzione prevedeva un impegno lavorativo di 30 ore settimanali disposte su 6 ore giornaliere dal lunedì al venerdì per una media di 130 ore mensili. Il contratto di riferimento era il CCNL Metalmeccanico di terzo livello part-time a tempo indeterminato, bensì le funzioni svolte erano amministrative. Qui il prezzo da pagare è stato la perdita di continuare ad essere Lavoratori socialmente utili con tutte le conseguenti misure a loro tutela. Fin qui tutto passa. Frequentano corsi di formazione e fanno pratica presso il Palazzo di governo.
Il 2001 e gli anni a seguire diventano gli anni della sognata certezza. Invece si è davanti solo a concreti incentivi alle aziende – ben 18 milioni di euro – e di sgravi fiscali: il cosiddetto Piano d’impresa. I 28 lavoratori restano appesi alle vincite di appalti.
«Dal 2 novembre 2001 fino ad ottobre 2003 noi operatori – ci racconta Fiona – siamo stati sottoposti a lunghi ed estenuanti corsi di formazione a volte intervallati da pause prolungate durante le quali venivamo “isolati” in un salone al sesto piano del Palazzo del governo. A volte si trascorrevano le sei ore giornaliere, previste dal nostro contratto, senza davvero fare nulla.»
La formazione si svolgeva in sedi diverse ed era a carico dell’azienda aggiudicatrice del bando.
«Ora non siamo più buone. Ne abbiamo fatte tante», ci dice Chiara. «Per mesi, anzi anni, siamo state costrette, per mantenere il nostro lavoro, a lavorare all’archiviazione nella polvere, con insetti di ogni specie, a recuperare faldoni con guanti e mascherine. Gli unici strumenti di lavoro erano due sedie e una scrivania, penna e alcuni fogli A4.»
Dal 2004 al 2013, amministrazione Gianni Florido (presidente della Provincia di Taranto), le aziende insourcing partecipanti ai bandi per l’Archiviazione e il Protocollo informatico cambiano in parte. Scompare la Tecnogest e al suo posto troviamo la SMA, CNI e la Global Service.
A questo punto il personale ormai formato veniva collocato secondo le esigenze negli stessi uffici della Provincia di via Anfiteatro. «Svolgevamo mansioni che possono definirsi di illecita somministrazione del lavoro. Noi usavamo i nostri estremi per gare d’appalto, avevamo tra le mani dati sensibili. Ognuno di noi era responsabile pur non essendo pubblico ufficiale, ma semplici dipendenti con contratto da metalmeccanico.»

SEMPRE E SOLO MOBILITÀ
Intanto un gruppo cospicuo di Lsu passa ad Isola Verde, società in house. Unico azionista è la Provincia di Taranto. La società si occupava di lavori per conto dell’ente di strade di competenza provinciale, verde, edilizia scolastica e controllo delle caldaie. La Isola Verde è fallita nel luglio 2016 perché in forte perdita. Contagiano passione: «Il nostro ultimo appalto risale ad aprile 2009 dove vinse la General Service, sempre con lo stesso Consorzio in cui si inserì la SMA al posto della Tecnogest, e il nostro contratto prevedeva quattro anni più uno e il Protocollo Informatico era diventato obbligatorio per legge. Passavamo dal sottoscala dell’archivio storico ai piani alti fino a svolgere mansioni delicate come le gare d’appalto. In Provincia venivamo spostati in continuazione. La mattina da una parte e il pomeriggio in un’altra. La nostra presenza e il fine giornata erano scandagliate da e-mail al nostro responsabile. Tutto quasi mai tempistico per forza di cose. Il tempo tecnico di accendere il pc, accedere e via. La parola è onore. E nessuna parola data dal 2001 al 2013 è stata onorata. Da quell’ottobre del 1997 ero orgogliosa di far parte della pubblica amministrazione, oggi ne sono schifata. Lavoravamo sei ore al giorno, sempre con il fiato sul collo del licenziamento, ne abbiamo subiti tre. Nelle stanze dei bottoni si decideva dei nostri destini tra assegnazioni di bandi, eravamo pedine di cambi di governo.»

IL TEMPO DELLA PROTESTA
I 28 operatori, nel tempo ridotti a 23, sono stati vittime di una normale (se così può definirsi) amministrazione, dove conta il riequilibrio degli assetti di potere. Non tutelati dalla compagine sindacale. Dal licenziamento del 13 maggio 2013 iniziarono giorni di protesta, occuparono il Salone della Provincia, occuparono il Lungomare di Taranto, interpellarono tutti, dall’allora presidente della Provincia, al sindaco di Taranto, ai preposti assessori ma nulla si giustificò con la cosiddetta legge Del Rio sugli enti Provincia, che ha portato inizialmente ad un taglio netto delle risorse, ma che in realtà ha trasformato le province in enti di secondo livello, cioè eletti da rappresentanti dei cittadini, in questo caso i sindaci.
«Abbiamo messo su la vertenza contro il Consorzio. C’è chi ha accettato di lavorare, a mesi, a Rutigliano presso il CNI. C’è chi ha dovuto darsi da fare a cercare altro. Abbiamo digitalizzato 1.800 cartelle al giorno, 150 cartelle di diversa provenienza all’ora, battevamo ogni aspettativa di sconfitta, di rinuncia sperata dai colleghi del posto, anche davanti a cartelle dalle calligrafie più illeggibili. Con testa china ce la siamo fatta passare la fatica di una giornata iniziata alle prime ore dell’alba, quasi tutti passeggeri di quel treno delle 4,30 e delle 21 per il ritorno.»
La storia dei lavoratori del Protocollo e archiviazione della Provincia di Taranto ha più di un cavillo burocratico che ha coinvolto la stessa Regione Puglia e l’attuale Comune di Taranto con delibere che sono cadute nel non ricevere nessuna risposta. Forse perché non fanno numero sufficiente a garantire un buon sacco di voti.
«Sono arrabbiato perché ne ho viste tante», conclude Salvatore. «Ho visto aziende nate solo per prendere parte all’avviso del momento, per poi morire col finire dei fondi. Sono state create delle imprese fantasma. Dopo il termine del nostro contratto il CNI, con sedi a Roma e a Noci, ha continuato ad avere rapporti con l’Ente Provincia. Quindi penso che per noi avrebbero potuto chiedere garanzie al CNI, società che vanta un capitale sociale così alto. Almeno per rispetto delle tante parole e rassicurazioni date mentre accettavamo l’ennesimo contratto ingannevole di una stabilizzazione che non c’è mai stata.»

Nata al quartiere Tamburi di Taranto ai piedi dell’Ilva, la più grande ed inquinante industria siderurgica d’Europa. Quelle polveri sottili, quella mancanza di informazioni sulla loro natura destano la sua curiosità e da qui inizia il percorso di attivista del quartiere, segno di fame dove tutto era impossibile a sapersi ma facile da vedere. Inizia a collaborare con testate giornalistiche locali, online e offline, dove mette al centro la comunità, le donne e il forte senso di appartenenza ad un territorio di frontiera il più delle volte con vita a sé. Le questioni sociali, ambientali sono il file rouge della sua attività nella redazione giornalistica di Telerama e di Radio Popolare Salento. Ha collaborato con NarcoMafie. Fondatrice di Donna a Sud, Festival delle culture al femminile del Mediterraneo. Vicepresidente dell’Associazione Iwoman. Creator di In Sommovimento, incontri e appunti tra culture contemporanee.

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