© Matthias Canapini
Frontiera, Matthias Canapini

Da più di un anno, ogni settimana, decine di migranti passano il confine tra Italia e Francia attraverso i valichi alpini della Valsusa. Vista la parziale chiusura della frontiera di Ventimiglia, infatti, molte delle persone che sono riuscite ad arrivare in Europa ma propense a non rimanere in Italia, proseguono illegalmente il viaggio attraversando le montagne dell’estremo nord-ovest piemontese.
Da fine novembre 2017, malgrado l’inverno rigido, sono stati registrati migliaia di passaggi sia al Colle della Scala, sia raggiungendo il Colle del Monginevro da Claviere, Comune italiano di 210 abitanti, posto a 1760 metri sul livello del mare.
Inizialmente, senza alcuna preparazione e attrezzatura, i migranti si mettevano in marcia con l’intento di oltrepassare il confine e raggiungere la Francia, successivamente l’Inghilterra, il Belgio o l’Olanda, forse.
Molto spesso vengono arrestati e respinti dalla gendarmeria francese, ritrovandosi bloccati in un
territorio di confine: da una parte la Francia che blocca il passaggio attraverso una politica di controllo serrato della frontiera, dall’altra l’Italia, dove le istituzioni continuano a far finta di non vedere.
Ma la frontiera continua a dividere e uccidere silenziosamente: mesi or sono, il corpo di Blessing, ragazza nigeriana di 21 anni, è stato ritrovato all’altezza della diga di Prelles, nella Durance, il fiume che scorre sotto Briancon, primo avamposto francese scendendo dai boschi d’Oltralpe. Era il 2 maggio 2018.
Fino ad ottobre scorso, a Claviere, l’unica struttura d’accoglienza consisteva in un sotto chiesa occupato da alcuni esponenti/attivisti dei centri sociali, ribattezzato “Rifugio Autogestito Chez Jesus”. Per mesi è stato un luogo di passaggio e un laboratorio di convivenza per tanti migranti e solidali. «Un rifugio per chiunque stesse passando la frontiera e per coloro che la combattono. Un riparo per migliaia di uomini, donne e bambini, che per una o un paio di notti hanno sempre trovato un letto, un pasto caldo, utili informazioni per proseguire il cammino», raccontavano gli attivisti presenti prima dello sgombero.
È qui, tra materassi e zuppe condivise, che ho conosciuto Mamoud, detto Memé, 24 anni, una delle tante anime di passaggio. Senegalese, originario di Dakar, Memé ha spalle da rugbista e zigomi alti e levigati.
«Come mai ti trovi qui?», gli ho chiesto una sera limpida di maggio.
«Dopo la morte di mio padre ho ereditato solo debiti che mi avrebbero portato in carcere, o peggio. Sono partito per cercare il mio destino. Viaggiare ti apre la mente, ho conosciuto gente da tutta l’Africa lungo la rotta del Niger. Ma in Libia mi hanno appeso alle travi del soffitto e bastonato, di notte non chiudevo occhio per le cimici. Niente cibo né acqua per due giorni. Mi facevano giusto annusare un bicchiere d’acqua per poi gettarla. Una vera tortura. Sono scappato, mi sono imbarcato per l’Italia senza pensare al domani. Ora sono diretto in Francia dove vorrei sposarmi, fare dei figli, lavorare e tornare un giorno in Senegal per comprarmi una casa tutta mia. But for now, my life is everywhere».

PASSAGGI. LUNGO I CONFINI D’EUROPA
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