Una mirror ball e qualche luce a led sono il richiamo. Non si può resistere al canto delle “sirene della notte”. Metà donne e metà schiave, vivono ai margini. Di loro non si parla perché non si deve parlare. Ma esistono. Sono le vittime nigeriane della tratta degli esseri umani. Donne senza volto, senza nome e senza storia. Donne in catene. Per diversi mesi Terre di frontiera ha monitorato mosse e spostamenti di Jennifer, una “Madame” affiliata ai Supreme Vikings Confraternity. Dalla Capitanata al Metapontino, oggi siamo in grado di ricostruire, a partire dai riti e dai metodi d’intimidazione, la complessa geografia dello sfruttamento.

Sono giovani, talvolta minorenni. Sono le vittime della tratta degli esseri umani. Vergini sconsacrate sull’altare dello sfruttamento massivo della prostituzione nigeriana. Gli affari vengono gestiti direttamente dalla madrepatria, da cui le menti del sistema direzionano flussi e validi affiliati. Dai famigerati Black Axe ai meno noti Supreme Vikings, Black Berets, Buccaneers e Red Devil tutti si sono garantiti il proprio raggio d’azione in Europa. Monitorando il traffico di stupefacenti e, in larga parte, svendendo le donne sul mercato del sesso.
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) nel 2016 gli sbarchi di donne nigeriane sono aumentati del 600 per cento rispetto agli anni precedenti. «Circa l’80 per cento di queste ragazze», scrive l’Oim, «sono potenziali vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale.»
Il vero business sono loro.
«Le donne de La Felandina non sono scomparse nel nulla», ci rivela S., un migrante sudanese che accetta di parlare con noi solo dopo la debita promessa di restare anonimo. «Sono vittime del sistema. La grande “Madame” che le gestisce ha provveduto a farle scomparire, facendo perdere le loro tracce. Ma lei, Jennifer, non è affatto scomparsa. E continua a gestire vari bordelli tra Marconia, Metaponto, Castellaneta e Ginosa.»

GLI AFFARI DELLA MADAME
Jennifer ha trentasei anni e fa la madame. Il suo ruolo nella tratta a scopo di sfruttamento sessuale è quello di controllare e gestire le donne nella quotidianità. È lei il contatto diretto con le ragazze. È lei che le sposta, direzionando i flussi e garantendo che la “cassa comune” venga rimpinguata ogni singolo giorno. La sua mobilità sociale e, di converso, il suo riscatto passano attraverso lo sfruttamento di altre donne.
Sul braccio sinistro ha un tatuaggio scolorito, segno inequivocabile di un’appartenenza antica. «Lei fa parte della rete, controlla ogni cosa», ci suggerisce S. «Lei fissa il prezzo, smista le ragazze e si assicura che non si ribellino mai. È una Vikings. Sa come muoversi.»
Per circa dieci mesi, dunque, Jennifer è stata la “Mama” che ha gestito lo sfruttamento della prostituzione nel mega insediamento informale lucano. Ma, a quanto ci confida la nostra fonte, non è una delle tante. «Jennifer gestiva il bordello più grosso de La Felandina. La sua era la sola baracca in cui c’era elettricità grazie a un generatore di corrente autonomo. È riuscita a fare tutto in breve tempo», spiega, «perché qui a Metaponto aveva il supporto di Alì, un sudanese come me. Lui era il protettore, diciamo. Quello che l’ha aiutata a mettere su l’attività. Ma lei è forte da sola. Tiene i contatti diretti con le ragazze. Sa in ogni momento dove sono, con chi sono e cosa fanno. La sua rete arriva fino ai social. Cambia spesso account di Facebook, controlla e smista le ragazze anche da lì. Poi usa app come Telegram, che non lasciano traccia. È così che si è garantita la sua libertà, e se la tiene stretta.»

LA FELANDINA A LUCI ROSSE
Anche Eris Petty, la ventottenne nigeriana rimasta uccisa nell’incendio che agli inizi dell’agosto scorso ha distrutto uno dei capannoni de La Felandina, era finita nella rete. Le parole di S. non lasciano spazio a dubbi. «Era una prostituta come la quasi totalità delle donne che vivevano ne La Felandina», conferma. «Si vendeva, come tutte le altre, al prezzo di dieci euro a rapporto sessuale.»
Secondo le ricostruzioni degli inquirenti l’incendio potrebbe essere stato un valido diversivo per nascondere le tracce. Quelle di un omicidio. In un articolo del Quotidiano del Sud a firma di Antonio Corrado, si legge a chiare lettere che stando alle indagini svolte dal Commissariato di Pisticci l’incendio che ha ucciso Petty potrebbe essere di natura dolosa.
«Non so se Petty sia stata uccisa», commenta S. «Quel che so è che loro, quelli dei culti nigeriani, sono abituati ad agire così. A La Felandina non c’erano solo i Vikings, ma anche esponenti di altri gruppi criminali. Ognuno aveva il proprio rappresentante. Perché loro sono in grado di entrare in ogni ghetto, in ogni insediamento informale, in ogni luogo cardine della raccolta.»
In questo spazio, Jennifer si è garantita la propria autonomia fondandola sul possesso di materie prime da immettere continuamente sul mercato della prostituzione. Il centro di smistamento lucano delle donne, dal quale venivano gestiti gli alloggi per i nuovi arrivi e la cassa coi guadagni giornalieri, era ben riconoscibile. Una grossa baracca, collocata subito all’interno del primo capannone de La Felandina raggiungibile dalla strada, ricoperta da un telone blu scuro. All’interno, le luci al led illuminavano una minuscola sala d’attesa.
«Lì ci si poteva sedere e aspettare il proprio turno con le ragazze bevendo alcolici e consumando hashish o marijuana. Poi alle spalle c’erano delle piccole stanze. Era lì che a turno entravano i clienti. Un vero e proprio bordello in piena regola dal quale Jennifer gestiva tutte le ragazze che battevano dentro e fuori il ghetto de La Felandina», conferma la nostra talpa nel “sistema”.

I RITI DI AFFILIAZIONE
I Vikings hanno poche e rigide regole. “Be brave and aggressive, be prepared, be a good merchant e keep the camp in order.
Una vera e propria confraternita, insomma, che negli anni si è rapidamente trasformata in mafia. Come per gli altri culti nigeriani, chi vuol entrare nel gruppo deve superare un rito d’iniziazione. Per le ragazze può consistere in uno stupro di gruppo. “Mondi connessi”, il rapporto ActionAid del 2019 sulla tratta degli esseri umani provenienti dalla Nigeria, ricostruisce minuziosamente ogni tassello dello sfruttamento: «I riti di iniziazione e affiliazione sono estremamente pericolosi, al limite della sopravvivenza, e per le ragazze consistono in stupri di gruppo, anche ripetuti. La contropartita è la “garanzia di protezione”. Il rito juju», prosegue, «rappresenta una forma di giuramento – alla presenza di un native doctor, figura tradizionale di medico guaritore ed erborista – che nei casi di tratta viene utilizzato per soggiogare le ragazze alla volontà del trafficante: il prete juju, dietro compenso e su richiesta del trafficante, in un santuario (Shrine) fa giurare la vittima che mai tradirà la persona che la sta “aiutando” a partire, pena la morte o la follia. La ragazza, inoltre, deve giurare di ripagare il debito di viaggio, una cifra che non corrisponde mai al reale costo della traversata, e che dovrà restituire una volta giunta in Italia, attraverso lo sfruttamento della prostituzione. Per vincolare al pagamento e alla fedeltà, il native doctor si serve di alcune parti fisiologiche della ragazza – peli pubici o delle ascelle, unghie, sangue mestruale, ecc. – conservati negli Shrine e usati come minaccia e dimostrazione di poterla raggiungere, ovunque lei si trovi.»

FIGLIE DI UN DEBITO COL DESTINO
Loro, le vittime, non conoscono l’estensione dello sfruttamento. Figlie di un debito col destino, una volta raggiunta la destinazione finale credono di potersi liberare facilmente. Di poter restituire in breve tempo e per intero la cifra che i trafficanti hanno speso per la loro traversata. Non sanno ancora che saranno costrette a prostituirsi per dieci euro a rapporto sessuale. La clientela europea «preferisce consapevolmente rapportarsi alle straniere o alle vittime di tratta perché hanno un potere contrattuale molto minore e, soprattutto, sono più vulnerabili rispetto a determinate richieste, come il sesso non protetto», si legge ancora nel report ActionAid.
«È la domanda che fa il mercato. È la domanda – prettamente maschile – che forgia la schiavitù delle donne.»
Jennifer, la Madame, è il penultimo anello della catena della tratta. Serva e vittima di un sistema che crea consapevolmente delle gerarchie tra prigionieri. Come per i kapò dei campi di sterminio nazisti, anche Jennifer agisce come una longa manus della cupola. Dispensando protezione e terrore in ogni angolo in cui questa mafia riesce a infiltrarsi.
«Le ragazze», confessa S., «devono mostrare rispetto per la Madame. La “Mama” va salutata ogni volta. La “Mama” esige rispetto. Se vuole, è lei che ti libera. O è lei che ti condanna. Mancare di rispetto alla Madame, passare senza salutarla o presentarsi a fine giornata a mani vuote sono considerati atteggiamenti pericolosi. Le ragazze che si comportano male vengono picchiate e stuprate. O, qualche volta, persino uccise.»

GEOGRAFIA DELLO SFRUTTAMENTO
Jennifer non è un volto nuovo nella geografia della tratta. L’abbiamo incontrata per la prima volta nella primavera del 2018. A quei tempi, la nostra Madame era conosciuta nel ghetto di Borgo Mezzanone col nomignolo di “MamAfrica”. Labbra prosperose, sopracciglia tatuate, abiti sgargianti e sempre puliti rispetto al contesto: Jennifer era già una delle più importanti imprenditrici del sesso della Capitanata. La sua baracca – enorme come quella de La Felandina e realizzata secondo la medesima architettura – era contraddistinta dalla scritta “Food is ready”, il cibo è pronto. Ma, a differenza di altre stamberghe del ghetto in cui era effettivamente possibile consumare cibi o bevande, da lei il piatto del giorno era la carne fresca. Quella delle ragazze che gestiva. A protezione del bordello c’era Sun, un nigeriano che Jennifer ci aveva presentato come suo marito. Nella realtà dei fatti Sun era quello che nel regno di “MamAfrica” svolgeva una funzione d’intimidazione valida tanto per i clienti quanto per le ragazze.
Poi Borgo Mezzanone è improvvisamente divenuto famoso. Dopo l’arresto nel ghetto di uno degli assassini di Desirée Mariottini – la giovane uccisa nel quartiere San Lorenzo di Roma nell’ottobre dello scorso anno – la baraccopoli più grande d’Italia è divenuta improvvisamente una piazza troppo in vista. A partire dal febbraio 2019 poi, con l’avvio degli sgomberi programmati del ghetto nell’ambito dell’operazione “Law and Humanity” – disposta dalla Procura di Foggia – le istituzioni hanno assestato un duro colpo ai gruppi criminali attivi sull’ex Pista.
Ma Jennifer, anticipando le retate degli uomini dello Stato, coi primi freddi era già andata via lasciando a Sun il compito di vigilare sui propri affari in Capitanata. Ancora una volta, è S. a fornirci conferme: «Jennifer si è trasferita qui nel metapontino già tra la fine dell’anno scorso e gli inizi di quest’anno», ci dice. «Aveva e ha tuttora agganci molto importanti. A La Felandina, grazie al supporto di Alì il sudanese, il suo bordello è stato messo su in poco tempo. Lui, come ho già detto, è il suo protettore. O meglio, uno dei suoi protettori. Lei ne ha ovunque e riesce sempre a cavarsela. Non a caso, tutte le donne de La Felandina sono improvvisamente scomparse nel nulla. Dopo la morte di Petty tutti sapevamo che avrebbero sgomberato il campo in tempi brevi. Lei si è preoccupata di spostarle tutte, a poco a poco. Alcune sono nei suoi bordelli nel metapontino. Altre invece, per quanto ne so, sono già state direzionate verso i nuovi centri di raccolta. So che Jennifer», sottolinea, «ha legami importanti nell’area di Foggia. Ma qualcuna potrebbe essere già partita anche per la Sicilia o la Calabria.»

UNA DELLE RAGAZZE DELLA “MAMA”
Sono donne rese vulnerabili dalla povertà, dalla discriminazione e dalla violenza. Donne che imparano ben presto ad avere un prezzo su un mercato nel quale loro, in quanto esseri umani, non hanno un peso specifico. Sono tante, troppe. Se qualcuna si ammala o – come talvolta accade – muore, nuove leve di schiave del sesso sono già pronte per la sostituzione. Il ricambio è continuo e si alimenta al ritmo della domanda. «Loro sono costrette a vestirsi, truccarsi e comportarsi in un certo modo», racconta S. «Devono imparare a vendersi bene perché non possono tornare dalla Madame, a fine giornata, senza aver guadagnato un solo euro. Un giorno, una di loro mi ha avvicinato a La Felandina. Era molto giovane e non l’avevo mai vista prima. Pur di vendersi, visto che io rifiutavo di fare sesso con lei, mi diceva cose come: «se non vieni con me non sei un uomo. Dopo un po’ che andava avanti così, ha capito che non avrei consumato. A quel punto ha iniziato a piangere e mi ha raccontato un pezzo della sua storia. Era arrivata il giorno prima a La Felandina. Era una delle ragazze di Jennifer», prosegue. «Fin da subito le era stato detto che se voleva mangiare doveva prostituirsi e ripagare la “Mama”. Alla fine della prima giornata, questa ragazza era tornata a mani vuote. Non era riuscita a prostituirsi. Non ne aveva avuto il coraggio. Jennifer l’aveva picchiata duramente. Aveva minacciato persino di parlare coi familiari della ragazza rimasti in Nigeria. Quando questa donna mi ha incontrato, il secondo giorno, non era ancora riuscita a prostituirsi e aveva paura di essere nuovamente picchiata. Così ho deciso di regalarle dieci euro. Almeno le avrei risparmiato le botte. Ma, di certo, non potevo risparmiarle le violenze. Il giorno dopo, comunque, l’ho incontrata ancora. Aveva lo sguardo basso mentre si aggirava tra le baracche de La Felandina. Quando l’ho salutata non mi ha risposto. E allora ho capito che ce l’aveva fatta. Era diventata a tutti gli effetti una delle ragazze della “Madame”.»

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