“Agli occhi dello Stato il migrante costituisce un’anomalia intollerabile, un’anomalia nello spazio interno e in quello internazionale, una sfida alla sua sovranità”.[1]

Parlare della legislazione in tema di immigrazione mantenendo una corretta prospettiva è divenuto sempre più complicato. Accade, infatti, troppo spesso di sovrapporre considerazioni tecniche a giudizi politici, ma tutto questo è abbastanza naturale vista l’attualità del dibattito politico sul tema. Diventa allora quasi inevitabile far coincidere i piani della discussione legando l’analisi della legislazione italiana in materia agli sviluppi di cronaca e alle evoluzioni fattuali.
Dopo questa doverosa premessa, possiamo dire subito che la legislazione italiana in materia di immigrazione è una legislazione “protettiva”, nel senso che contiene prevalentemente norme dirette ad affrontare il fenomeno come un problema di sicurezza statale e a introdurre pertanto misure per garantire la sicurezza dei cittadini.
Nella prospettiva dello Stato il migrante che si affaccia ai nostri confini (sia esso regolare o irregolare, “migrante economico” o di altra specie) deve fare i conti con una vera e propria “barriera culturale e politica” prima ancora che normativo-amministrativa costruita con l’intento dichiarato e non di proteggere i cittadini italiani.
Nell’ultimo anno, questa tendenza è divenuta ancora più evidente con l’esperienza del Governo Conte e l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico dei cosiddetti decreti sicurezza. Si tratta di interventi legislativi di urgenza, fortemente voluti dal Governo, che hanno introdotto modifiche molto significative partendo proprio dal binomio immigrazione/sicurezza. Un legame che suona logico proprio alla luce di quel principio ispiratore di cui abbiamo parlato in precedenza che vede nello straniero un’aporia, un pericolo. Infatti, la trattazione congiunta di immigrazione e sicurezza (non necessitata da ragioni tecniche o pratiche) ha l’evidente obiettivo di indurre (o consolidare) la convinzione che i responsabili dell’insicurezza diffusa siano i migranti, idea che ha preso sempre più consistenza nel nostro Paese in seguito a una campagna di disinformazione spregiudicata e criminale condotta ad arte.
Guardando da vicino i decreti Sicurezza si comprende facilmente quale sia l’obiettivo di tali interventi, ovvero quello di ridurre la presenza di cittadini stranieri sul territorio statale attraverso limitazioni alla possibilità del migrante di ottenere un permesso di soggiorno nel nostro Stato, unitamente alle restrizioni alle ONG di compiere azioni di salvataggio in mare.
Obiettivi non celati che sono stati oggetto di proclami televisivi e che sono stati sin da subito evidenti ai commentatori dei testi normativi in questione.
Come osservato da più parti, infatti, le linee di tendenza (tecniche e politiche) che caratterizzano i decreti sicurezza sono [2]: 1. l’incremento massiccio dell’uso della penalità e delle contestazioni come strumento di governo della società; 2. l’introduzione di nuovi meccanismi giuridici per spostare l’accento normativo dal fatto alle caratteristiche soggettive del suo autore; 3. una crescente delegificazione e il conferimento di nuovi poteri a istituzioni e organi esecutivi.
Se questi sono i principi guida che genericamente ritroviamo nella nuova normativa introdotta con i Decreti sicurezza, sinteticamente possiamo aggiungere che nello specifico le principali novità di disciplina riguardano l’eliminazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e una serie di modifiche al Sistema per l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Accade così che mentre fino all’autunno del 2018 l’Italia riconosceva tre tipi di protezione a chi ne facesse richiesta (status di rifugiato, protezione sussidiaria e protezione umanitaria), a seguito del Decreto Sicurezza è venuta meno la possibilità di riconoscere la protezione umanitaria che, di fatto, era anche quella maggiormente riconosciuta dai Tribunali italiani.
Inoltre, con la introduzione della nuova normativa sono state previste anche norme che modificano sensibilmente l’intero mondo dell’accoglienza, restringendo fortemente la rete del sistema SPRAR gestito da enti locali e caratterizzato da piccoli numeri e da un tipo di accoglienza diffusa su tutto il territorio nazionale.
Per completezza e correttezza, va anche detto che questo nuovo impianto normativo è oggetto in questi giorni di ulteriori modificazioni e di interventi che mirano ad eliminarne le maggiori storture sulla scorta di quelli che sono stati i rilievi del Presidente della Repubblica e le critiche mosse da parti politiche e associazioni che si occupano da tempo di queste tematiche.
Ma si tratta di modifiche che non minano in alcun modo l’idea di fondo che ha ispirato i decreti sicurezza e che non supera il pensiero strisciante che vede nel migrante un pericolo per lo Stato. Come non viene superato in alcun modo una seconda idea diffusa nel nostro tempo che è fortemente radicata nell’idea di sistema economico e di globalizzazione che governa il mondo. L’idea cioè che le merci possano circolare liberamente mentre alle persone non debba essere riconosciuto lo stesso grado di libertà.
Ma al di là di un approfondimento tecnico della normativa, ciò che accade nel nostro territorio quotidianamente, può far meglio comprendere i risvolti pratici che le norme emanate hanno. Prendiamo il caso della Basilicata. Una Regione che da anni fa i conti con i problemi legati soprattutto all’accoglienza dei lavoratori stagionali (prevalentemente migranti africani) che prestano attività lavorativa in favore delle aziende agricole del metapontino e del Vulture Alto Bradano.
Da più di vent’anni assistiamo alle stesse scene e facciamo i conti con i medesimi problemi, confrontandoci con l’incapacità delle classi politiche di offrire soluzioni credibili, dignitose, chiare al problema. Vent’anni caratterizzati dalla mancanza di progetti di inserimento lavorativo, dalla assenza di una attenta lotta all’illegalità, dalla completa dimenticanza che accoglienza e integrazione passano attraverso progetti concreti di inserimento abitativo, di rispetto dei diritti e dei doveri, di miglioramento delle condizioni lavorative e di vita.
Così moltissimi lavoratori stagionali (il 90 per cento dei quali in regola con il permesso di soggiorno) sono costretti a vivere di fatto in condizioni disumane e in alloggi di fortuna realizzati nelle campagne per una serie di ragioni molto concrete e semplici che vengono spesso ignorate da chi si dovrebbe occupare di loro.
Una condizione, quella del lavoratore stagionale, aggravata dai suddetti interventi normativi. Uno Stato che richiede ad un cittadino extracomunitario una residenza per rinnovare il permesso di soggiorno per motivi lavorativi e che poi non si pone il problema di comprendere come mai nella nostra Regione tantissimi ragazzi “regolarmente presenti sul nostro territorio” non riescono a trovare una casa in cui vivere per una diffusa diffidenza da parte delle popolazioni autoctone, è uno Stato ipocrita. Viviamo in Comuni caratterizzati da un forte spopolamento e con un patrimonio immobiliare abbandonato al degrado, eppure non riusciamo a far passare l’idea che molte di queste abitazioni potrebbero essere date in locazione proprio a questi lavoratori che cercano una dimora dove vivere. Ecco allora che nascono i “ghetti” come quello di Mulino Matinelle o della Felandina. Luoghi dove il migrante abbandonato a se stesso trova riparo. “Abitazioni” di fortuna prive di servizi essenziali (acqua, elettricità, servizi igienici) ma funzionali alla vita che queste persone compiono e conseguenza della mancanza di alternative.
Ghetti che, seppur irregolari, vivono il paradosso di essere riconosciuti persino dallo Stato come luoghi di residenza ufficiale di tanti migranti. E’ il caso reale, ad esempio, di un giovane a cui nei giorni immediatamente precedenti allo sgombero del ghetto della Felandina a Bernalda sono stati riconosciuti dal Tribunale penale di Taranto gli arresti domiciliari proprio presso una delle tante baracche irregolari.
Un paradosso certo, ma un paradosso che serve anche a far comprendere come sia complicata la situazione che vivono i territori e che non si tratta di problemi che possono essere risolti con l’utilizzo della forza, con lo sgombero, con la politica delle ruspe. Piuttosto servirebbero cooperazione, programmazione, interventi mirati e coordinati con il coinvolgimento della società civile, delle associazioni, delle istituzioni tutte. Un’azione politica sicuramente più complessa e articolata, ma l’unica politica che può dare risultati a medio e lungo termine arrivando anche a invertire la deriva culturale e propagandistica che sembra aver preso il sopravvento negli ultimi anni nel nostro Paese.

[1] “Stranieri residenti” di Donatella De Cesare- pag. 20
[2] “Le nuove norme su immigrazione e sicurezza: punire i poveri” di Livio Pepino – già consigliere della Corte di cassazione)

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