Riace, Calabria
Foto: Riace, il paese dell’accoglienza // Francesco Cirillo

Noi che stiamo costruendo un sogno

in Terre di migranti di

Ora sono sotto i riflettori, avrò il mio quarto d’ora di celebrità, come disse Andy Warhol, ma avrò anche chi cercherà di distruggere il nostro lavoro.

Ci ha già tentato Bruno Vespa che ha mandato un suo “uomo” a Riace per cercare di trovare voci contrastanti, scovandone solo uno. Ci tenteranno altro, ma non ci interessa questo aspetto mediatico. Tra poco i riflettori saranno spenti e ritorneremo alla nostra quotidianità, fatta di gente che aspetta il proprio permesso di soggiorno da mesi, di donne da portare all’Ospedale di Locri per visite urgenti, di bambini da accudire, di case da sistemare, di soldi che non arrivano mai dai ministeri competenti. Il fenomeno dell’accoglienza che mi ha coinvolto come una ragione di vita e per il quale mi hanno attribuito questo riconoscimento non può non essere considerato un processo politico globale nel quale il sistema economico ha un ruolo determinante. Ho fatto una scelta di vita, per me e tutti gli altri che mi hanno aiutato, di stare dalla parte dei più deboli, pensando di fare una cosa normale in un paese che considera gli essere umani in fuga dalle guerre merce di scambio dell’affarismo di progetti le cui finalità sono soltanto di natura economica.
Mi sento di comprendere le motivazioni che sono alla base dell’analisi politica di persone come Francesco Cirillo, Sasà Albanese, Mario Congiusta solo per fare alcuni nomi che nel mio immaginario politico appartengono alla dimensione di quella sinistra che non si riconosce in nessun partito ma che sta come missione politica e sociale dalla parte degli ultimi. Francesco Cirillo mi identifica in un Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento della politica e della burocrazia oltre che dalla mancanza di una vera solidarietà che non sia di facciata. Lui e gli altri amici, secondo i racconti di Cirillo, sarebbero i miei Sancho Panza, fedeli servitori, di un’idea diventata nostra e non di me soltanto.
Sì potrebbe sintetizzare che finché nel mondo ci sono esseri umani costretti a vivere con meno di un euro al giorno e l’economia segue le leggi spietate inumane del neoliberismo, le migrazioni globali non avranno mai fine. Le misure antiumane di barriere, fortezze, respingimenti non sono per nulla la soluzione della complessa problematica che sta investendo l’intero continente e che non avrà fine finche l’occidente opulento fa dell’Africa la propria dispensa. A Riace abbiamo immaginato una via alternativa e i risultati nell’immaginario collettivo appaiono straordinari. Ma è poco quello che riusciamo a fare. Potremmo fare molto di più, se solo l’intera nostra Regione prendesse Riace a modello regionale. L’Europa intera ne sarebbe fiera e sarebbe un’occasione d’oro per i nostri disoccupati, i giovani laureati costretti ad emigrare, per quei sindaci rimasti senza ideali costretti ad elemosinare un marciapiede, un campo sportivo, un’illuminazione, una fogna nuova. Creeremmo una nuova dimensione che sceglie in nome di una profonda idealità di stare dalla parte giusta. Fortune nel giro di pochi anni non segnalerebbe un solo sindaco, ma ne troverebbe centinaia. Sindaci che darebbero nella pratica poca considerazione al valore della proprietà privata e all’ accumulo di capitali e tutta la Regione Calabria diventerebbe terra di tutti.
Sento di appartenere a questa idea politica, dando un valore forte e profondo alla parola “politica”, oramai priva di qualsiasi contenuto e sono convinto, l’ho capito in questi giorni convulsi, che tutta questa idealità appartiene anche a persone e intellettuali come Francesco Cirillo, Sasà Albanese, Natale Bianchi, Gianni Speranza, Peppino Lavorato, Ilario Ammendolia, compagni di una missione che a volte sfida l’impossibile. E insieme a loro la gente di Riace che da sempre, checché ne dica Bruno Vespa, mi è stata sempre vicina. Hasta siempre.

Lascia un commento

Your email address will not be published.