Foto: Inside Carceri, Sollicciano (2012) / Associazione Antigone e Next New Media
Foto: Inside Carceri, Sollicciano (2012) / Associazione Antigone e Next New Media

Ecco cosa possiamo imparare dalla pandemia Covid-19 in ambito penitenziario

7 minuti di lettura

L’ultimo anno è stato, inevitabilmente, marcato dalla pandemia Covid-19 che ha avuto delle pesanti ricadute anche sugli istituti penitenziari. All’interno delle carceri, la propagazione delle malattie infettive avviene molto velocemente in quanto si tratta di luoghi chiusi in cui la promiscuità è molto elevata ed è impossibile mantenere il distanziamento sociale anche in ragione del sovraffollamento del sistema.
Un anno fa, infatti, nelle nostre carceri erano presenti oltre 61.000 detenuti a fronte di circa 51.000 posti ufficialmente disponibili per un tasso di affollamento che si avvicinava al 120 per cento.
Per evitare l’ingresso e la diffusione del virus all’interno delle carceri, l’Amministrazione penitenziaria ha dovuto vietare l’accesso all’interno degli istituti penitenziari e ridurre gli ingressi e le uscite. Ciò ha determinato un’interruzione di molte attività trattamentali, specialmente quelle che prevedevano l’ingresso di volontari, formatori, insegnanti e altre figure professionali. Non si tratta di attività che riempiono il tempo trascorso in carcere bensì di attività che riempiono di senso la pena. Interessante è il caso delle attività scolastiche, che hanno visto una drastica riduzione di ore di lezione in presenza nel corso del 2020 e che hanno incontrato numerosissime difficoltà nel svolgere la didattica a distanza, sincrona o asincrona. L’Osservatorio di Antigone ha effettuato un monitoraggio della gestione scolastica in 61 carceri scoprendo che in meno della metà ​si effettua didattica a distanza.
Oltre alla chiusura del carcere al mondo esterno, era determinante anche fare spazio all’interno degli istituti penitenziari per permettere la creazione di sezioni per l’isolamento dei detenuti che risultavano positivi al Coronavirus. La popolazione detenuta ha cominciato a diminuire già nelle prime settimane di marzo 2020 grazie a un minor numero di arresti a causa del lockdown e a un maggior utilizzo delle alternative alla detenzione da parte della magistratura.
Inoltre, il decreto del Governo del 17 marzo 2020 – modificando leggermente le disposizioni già esistenti in materia di detenzione domiciliare e semilibertà – ha cercato di diminuire la popolazione detenuta, pure incidendo soltanto in minima parte. Grazie alla combinazione di queste misure in pochi mesi il numero dei detenuti è sceso considerevolmente e a oltre un anno di distanza dall’inizio della pandemia (fine marzo 2021) si attesta intorno alle 53.500 unità per un tasso di affollamento ufficiale del 105,4 per cento. Ciò significa che in un anno la popolazione detenuta è calata di oltre 7.700 persone corrispondente al 12 per cento del totale.
In questo caso la pandemia si è dimostrata l’occasione per dimostrare che un maggiore utilizzo delle alternative alla detenzione è possibile senza minare la sicurezza della società. L’auspicio è che questa lezione non venga dimenticata negli anni a venire.
Nonostante queste misure, purtroppo il Coronavirus nelle carceri è entrato lo stesso. I contagi sono stati abbastanza limitati durante la prima ondata con un picco massimo di circa 160 detenuti positivi in un giorno, mentre nella seconda ondata i detenuti positivi sono arrivati ad essere più di 1.000 a dicembre, con diversi istituti dove si sono registrati veri e propri focolai con decine di reclusi positivi. Per i primi mesi del 2021 i numeri dei contagi sono tornati a scendere intorno alle 450 unità, sono risaliti fra fine maggio e inizio aprile superando gli 800 positivi mentre secondo gli ultimi dati al 26 aprile i detenuti positivi sono 492. Per mettere in prospettiva questi numeri è interessante analizzare un’elaborazione di Antigone dei dati del numero dei contagi ogni 10.000 persone. Secondo questi dati, da novembre 2020 a oggi i contagi ogni 10.000 persone sono stati sempre superiori in carcere piuttosto che fra popolazione libera.
Gli ultimi sviluppi sono relativi alle vaccinazioni del mondo penitenziario contro il Covid-19 che in alcune regioni sono cominciate a inizio marzo. È importante sottolineare che anche in carcere, così come nel mondo libero, le vaccinazioni sono organizzate dai Servizi Sanitari Regionali che si coordinano con i Provveditorati Regionali; di conseguenza le vaccinazioni non procedono in maniera omogenea nel paese. Ci sono regioni in cui le vaccinazioni sono cominciate prima per alcune categorie del personale e poi per i detenuti mentre in altre sono partite quasi contemporaneamente; ancora, in alcune regioni vengono vaccinati anche coloro che, pur non facendo parte dell’amministrazione penitenziaria, entrano negli istituti in maniera continuativa per svolgere delle attività. Secondo i dati del ministro della Giustizia, al 26 aprile i detenuti vaccinati (almeno con una dose) erano 15.684, ovvero quasi il 30 per cento dei detenuti presenti.
Una nota positiva è rappresentata dall’utilizzo della tecnologia in carcere per diminuire le distanze fra i detenuti e le loro famiglie, essendo stati vietati o pesantemente limitati i colloqui. L’utilizzo di Skype o cellulari (uno degli oggetti maggiormente demonizzati dal sistema penitenziario) per le videochiamate è stato fortemente incoraggiato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e nel 95,5 per cento delle 44 carceri visitate da Antigone nel 2020 vi è oggi la possibilità di effettuare videochiamate con i propri cari. Nel 2019 questa percentuale era solo del 38,8 per cento. Anche in questo caso la speranza è che questa sia un’opportunità di crescita per il sistema penitenziario e che l’uso della tecnologia non venga meno una volta finito il periodo emergenziale.
Non a caso l’ultimo rapporto annuale di Antigone porta il titolo “Oltre il virus”. Infatti Antigone, a partire dalla tragica esperienza della pandemia, ha provato a guardare oltre l’emergenza, a trarre degli insegnamenti e a fare delle proposte che in futuro, si spera, potranno rendere più vivibile la vita in carcere ed evitare il ritorno del sovraffollamento.

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Laureata in diritti umani all’Università di Vienna. Dal 2017 è ricercatrice presso l’Associazione Antigone e si occupa di progetti europei.

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