L’articolo 24 della legge di conversione del “decreto Crescita” sancisce la liquidazione Eipli (Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia) e prevede la costituzione di una nuova società alla quale saranno trasferite le funzioni. Ma dietro lo «sblocca investimenti idrici nel sud» ci sono gruppi economici e partiti interessati ad accaparrarsi la gestione dell’acqua pubblica e le istituzioni. Il caso Basilicata.

Nel 2007, sotto il secondo governo di Romano Prodi, per l’Eipli – nato negli anni dell’immediato dopoguerra – è partito il processo di privatizzazione. Una storia travagliata che prosegue nel 2011, con il governo Monti, che ne decide la sua definitiva soppressione. Con la legge di Stabilità del 2018, poi, il governo Gentiloni ribadisce il trasferimento delle funzioni e delle risorse dell’Eipli ad una società costituita dallo Stato e dal ministero dell’Economia e delle Finanze, prevedendo la partecipazione delle Regioni Campania, Puglia e Basilicata.
Da oltre quindici anni l’Eipli è però commissariata, ma gestisce tre grandi schemi idrici nel Sud Italia: schema Ionico-Sinni, schema Basento-Bradano e schema Ofanto, ai quali si aggiunge un quarto schema denominato Sorgenti del Tara.
Nati per scopi agricoli gli schemi idrici costati «lacrime e sangue» per il territorio e l’ambiente lucano, hanno sempre più assunto il carattere di sistema idrico per usi plurimi: potabile, irriguo, industriale ed energetico.
Infatti, le infrastrutture Eipli sono state interconnesse con quelle idriche, gestite dai altri enti che operano nei diversi segmenti del servizio idrico (Acquedotto Pugliese, Acquedotto Lucano, Egrib, Acqua spa) ed alimentano persino l’Ilva di Taranto.
Eipli si occupa inoltre della gestione, dell’esercizio e della manutenzione di dieci dighe costruite in Puglia e Basilicata, utilizzate per usi potabili, irrigui, industriali e per la produzione di energia elettrica, ubicate principalmente in Basilicata (Monte Cotugno, Pertusillo, Camastra, Basentello, Conza, Saetta, San Giuliano, Gannano, Acerenza, Genzano di Lucania) e con una capacità calcolata, nel mese di giugno 2019, pari ad oltre 500 milioni di metri cubi netti (esclusa la diga di Genzano i cui dati non sono disponibili sul sito dell’ente).
Un patrimonio, questo, che fa gola agli interessi di società private interessate fare affari attraverso la gestione privatistica delle tariffe applicate all’acqua pubblica.

IL BILANCIO EIPLI
Il bilancio dell’ente, nel 2017 (ultimi dati disponibili online) certifica uscite per oltre 154 milioni di euro, con entrate (preventivo stimato al 2019) pari a quasi 151 milioni di euro, con un disavanzo di circa 4 milioni di euro che, in apparenza, non giustificherebbe la sua messa in liquidazione.
Eipli possiede inoltre partecipazioni azionarie nella Società Idroelettrica Meridionale spa (20 per cento), Società Mediterranea Energia e Ambiente spa (30 per cento) e nell’Istituto di Edilizia Economica e Popolare srl (7,80 per cento).
Sull’Eipli pesano le relazioni della Corte dei Conti che lamenta una gestione poca accorta alle politiche del personale, e poca trasparenza su ingenti flussi finanziari pubblici ed alcuni progetti. Oltre che una storia di continui commissariamenti.
L’ex ministro all’Agricoltura, Gian Marco Centinaio (Lega), con decreto ministeriale 5 5ttobre 2018, appena insediatosi infatti ha nuovamente commissariato l’Eipli, affidando l’onere gestionale al lucano Antonio Altomonte: docente all’Unibas e con un curriculum che contiene incarichi in società finanziarie, energetiche e quelle dell’eolico, con esperienze amministrative nel centrodestra presso l’amministrazione comunale di Tolve, nel quale Altomonte ha rivestito l’incarico di assessore. L’incarico di primo cittadino dello stesso comune è ricoperto dal senatore della Lega, Pasquale Pepe.

IL COSTO DELL’ACQUA PUBBLICA
Tra i primi interventi pubblici del nuovo commissario dell’Eipli è stata la gestione degli appalti con fondi governativi sbloccati dal ministro Centinaio, con opere presso la diga di Monte Cotugno al fine di aumentarne la portata e il finanziamento degli schemi idrici, per un primo finanziamento di 16 milioni di euro.
È la Coldiretti Basilicata a sostenere l’azione del neo commissario e della Lega Nord in Basilicata, con un bacino di voti risultato decisivo per il centrodestra, per la prima volta al governo della Regione Basilicata.
L’organizzazione agricola, di recente, ha sottolineato come «…l’obiettivo centrale (del commissariamento, ndr) è salvare l’agricoltura dai cambiamenti climatici con nuove strategie di irrigazione» che in termini pratici significa una nuova promessa fatta alle aziende agricole lucane di voler fornire acqua a buon mercato (sono numerose le morosità idriche accumulate in campo agricolo negli anni, che hanno determinato pesanti passivi nella gestione Eipli, ndr).
Nel “ruolino” politico dell’organizzazione agricola c’è anche l’accordo stipulato con Eni, intenzionata ad estrarre più petrolio e gas dai giacimenti lucani e in Val d’Agri, grazie ad un nuovo memorandum che la nuova giunta regionale di Basilicata si accingerebbe a sottoscrivere a breve. Un asse politico-imprenditoriale che apre scenari anche nella gestione economica dell’acqua pubblica e sulle tariffe, dove però i conti continuano a non tornare.
È la Spi Cgil che denuncia l’aumento delle tariffe da parte di Egrib (Ente di governo per i rifiuti e le risorse idriche della Basilicata), con ripercussioni sul gestore Acquedotto Lucano spa, che ha applicato le tariffe calcolate da Egrib con validità retroattiva per tutto il 2018. Tale aumento sta pesando sul bilancio di molte famiglie lucane per un 16 per cento in più rispetto a quanto pagato nel 2017. E la Spi Cgil stigmatizza «l’atteggiamento di Egrib che, senza alcun confronto con le forze sociali, decide non solo l’aumento delle tariffe ma anche la sua retroattività.»

LA MATRIOSKA SOCIETARIA
Si ha l’impressione che gli scenari legati alla gestione dell’acqua siano però in veloce mutazione, con la nascita di nuovi “carrozzoni” politici, sostenuti da lobby imprenditoriali.
Le dichiarazioni di esponenti dell’appena superato governo gialloverde – così come quelle del deputato Cinquestelle Gianluca Rospi – nel rivendicare la paternità della liquidazione dell’Eipli attraverso l’articolo 24 del decreto Crescita rassicura che la società sarà «completamente pubblica».
Per il Coordinamento regionale lucano Acqua Pubblica invece «il problema, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è l’entrata del sistema gestionale nel campo minato delle società per azioni, dove si opera in pieno regime di mercato a prescindere dalla proprietà delle quote […] e il divieto di cedere a privati le quote azionarie è una inutile foglia di fico, in quanto qualsiasi clausola posta a salvaguardia della totale pubblicità delle quote azionarie risulta insignificante soprattutto nel medio-lungo periodo.»
Resta, inoltre, il problema relativo all’assenza di regole nel campo delle tariffe sull’acqua pubblica, gestite attualmente da una miriade di società che, pur sotto l’egida dell’etichetta pubblica, agiscono di fatto in modo privatistico, realizzando utili e profitti che vanno ad incrementare compensi e premi di produzione per consigli di amministrazione e consulenti, sui cui siti non c’è traccia. Nel mentre si pone quindi in liquidazione l’Eipli, la matrioska della politica nazionale e locale che partorisce una miriade di società pubbliche alle quali vengono affidati compiti gestionali e tariffari, talvolta in sovrapposizione e in contrasto tra loro, con il risultato di aumentare il costo dell’acqua pagato dal consumatore finale, imputato dalle stesse società alla fatiscenza delle reti pubbliche e alle perdite per le quali si fa poco o nulla.

CRISI CLIMATICA E ACCAPARRAMENTO DELL’ACQUA
A fronte del diritto all’acqua pubblica accessibile a tutti, si assiste anche in Italia, ma soprattutto al Sud, ove più gravi sono gli effetti della crisi climatica, un aumento crescente del costo dell’acqua per i cittadini e gli agricoltori. La privatizzazione attraverso le spa rischia di peggiorare l’accesso all’acqua di vasti strati della popolazione favorendo interessi privati. L’acqua è stata tra le prime risorse a veder applicato in funzione della crescente scarsità, il processo di “mercificazione” del bene, in contrasto con le risoluzioni dell’Onu che invece definiscono l’acqua un elemento necessario per la vita umana e pertanto non mercificabile. Concetti che hanno portato gli italiani ad esprimersi sul referendum sull’acqua pubblica in tal senso. Un referendum disatteso, da tutti i governi, anche da quello gialloverde.

REFERENDUM PUBBLICO E DIVIDENDI PRIVATI
Paolo Carsetti del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, che ha promosso e vinto il referendum sull’acqua pubblica nel 2011, per dimostrare la contraddizione referendaria ha ribadito come «negli ultimi dieci anni le tariffe del servizio idrico sono aumentate di oltre il 90 per cento a fronte di un incremento del costo della vita del 15 per cento, dati della CGIA di Mestre alla mano
E ancora: «se analizziamo i bilanci delle quattro grandi multiutility quotate in Borsa che gestiscono anche l’acqua – A2a, Acea, Hera e Iren – rileviamo come tra il 2010 e il 2016 si è passati dal 58 per cento dell’impatto degli investimenti sul margine operativo lordo al 40 per cento. Evidentemente l’aumento degli investimenti assicurato non c’è stato. E di tutti gli utili prodotti da queste quattro società, oltre il 91 per cento sono stati distribuiti come dividendi.»
I fautori della privatizzazione farebbero forse meglio ad utilizzare altre argomentazioni per giustificare le loro scelte.

A CHI GIOVERÀ LA LIQUIDAZIONE DI EIPLI?
In questo scenario la liquidazione di Eipli rischia di ingigantire i problemi idrici nel Sud Italia. Per fare un esempio delle contraddizioni esistenti tra crisi climatica causata dallo sfruttamento fossile, gestione idrica e tutela dell’ambiente, emblematico è il caso della Val d’Agri in Basilicata.
È l’associazione No Scorie Trisaia a puntare l’indice contro lo sfruttamento petrolifero e quello idrico: «Basterebbero 20 centesimi al mc, sui 150 milioni di acqua disponibili mediamente nell’invaso del Pertusillo, per compensare con milioni di euro una valle e le loro istituzioni locali in quest’anno abbagliate dal miraggio del petrolio.»
Secondo queste stime, condotte da esperti ai quali l’associazione No Scorie Trisaia si è rivolta, ai nuovi posti di lavoro stabili derivanti dall’utilizzo durevole dei beni di cui è ricca la Val d’Agri (acqua, centri storici, agricoltura, monumenti) potrebbero aggiungersi quelli che si creerebbero con le bonifiche petrolifere dei pozzi di petrolio da dismettere e del Centro olio di Viggiano, quest’ultimo divenuto ormai una bomba ecologica a cielo aperto, pronta ad esplodere ancora una volta (il processo presso il Tribunale di Potenza lo testimonia).
Secondo No Scorie Trisaia la Val d’Agri rischia di riempirsi di reflui e rifiuti petroliferi difficili da smaltire e trattare in loco, che finiscono in fiumi e laghi, come la cronaca quotidiana dimostra, impoverendo e inquinando acqua, suolo e aria.
«La recente privatizzazione dell’Eipli – secondo No Scorie Trisaia – aggrava il rischio che questo ente venga spolpato e privatizzato, per poter poi prosciugare il futuro di in territorio che si vorrebbe trasformare in una nuova terra dei fuochi, asservita agli interessi e agli affarismi del petrolio e dell’acqua. È necessario invece ritrovare la volontà di uscire dal petrolio in Basilicata, attraverso la tutela di un bene di gran lunga più raro e più prezioso del petrolio, rappresentato dall’acqua conclude No Scorie che viene utilizzata da ben quattro regioni del Sud Italia.»

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