Subotica, Serbia

La cosiddetta «rotta balcanica» si è chiusa, teoricamente, tra marzo e aprile 2016, a seguito dell’accordo tra Unione europea e Turchia che prevedeva lo stanziamento di tre miliardi di euro al governo di Tayyip Erdoğan per bloccare, arginare e gestire i migranti o profughi in transito.
Con l’inasprimento dei controlli alle frontiere europee, le migliaia di persone in cammino – rimaste bloccate in Serbia, Montenegro, Albania o Macedonia – stanno provando, da svariati mesi, una rotta alternativa che passa per la Bosnia, quasi inviolata fino all’inverno scorso per via della sua posizione geografica: passare per il territorio bosniaco, infatti, significa allungare il percorso per raggiungere la Croazia, il primo paese dell’Unione europea che si incontra arrivando da sud. Dopo la costruzione del “muro di Orbán” (una barriera di filo spinato e telecamere alta 3,5 metri e lunga 175 chilometri presidiata da militari e polizia), così come i respingimenti e la deportazione nei campi governativi a centinaia di chilometri dal confine croato-ungherese, si è riscontrato un progressivo allontanamento dei migranti dalla Serbia.
Nella primavera 2018, in centinaia – comprese famiglie e minori non accompagnati – hanno cominciato a spostarsi da est verso ovest, congelandosi per settimane e/o mesi nei campi ufficiali e informali di Bihac e Velika Kladusa. Chi tenta il passaggio illegale – il cosiddetto “game” – spesso fa marcia indietro, privato di soldi, dignità e rispetto, con il cellulare rotto e qualche bastonata ricevuta dai poliziotti croati di guardia al confine.
Un’eterna, incerta odissea durante la quale ti abitui alle umiliazioni, ai pidocchi, alla spazzatura, ai fornelli improvvisati con assi marce, ai canali d’acqua rafferma che circondano le tende, agli sguardi vecchi dei bambini, alle mani alzate in cielo, in segno di compassione, pietà, rispetto.
Ogni volta, sradicati, rilanciati, cacciati, braccati, tentando di fare gruppo, squadra, comunità, pur di non sopperire agli eventi.
«Tre mesi in Serbia, tre mesi in Macedonia, tre mesi in Grecia. Può sembrare grandioso crescere viaggiando, ma ti assicuro che non è così romantico come sembra. Non è semplice nascondersi dalla polizia, restare a digiuno nel bosco per giorni, in attesa del trafficante pagato, bere acqua piovana, sai?», sussurra Hena, occhi vispi e capelli castani legati a treccia, dall’alto dei suoi dieci anni, con l’inglese acerbo di chi mastica la polvere della strada.

PASSAGGI. LUNGO I CONFINI D’EUROPA
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