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    Foto: Un dettaglio de "Il muro di Orban", barriera composta da ferro, filo elettrico e spinato, pattuglie militari, telecamere e speaker. Il muro, assemblato nel luglio 2015 lungo il confine tra Serbia e Ungheria, è stato costruito appositamente per respingere i migranti in transito nei Balcani. Alto 3,5 metri, si estende per 175 chilometri (Subotica, agosto 2018) // Matthias Canapini
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    Foto: Manifestazione cittadina nata per protestare contro il pessimo coordinamento dei fondi europei dati alla Bosnia per gestire i flussi migratori (Bihac, agosto 2018) // Matthias Canapini
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    Foto: Hassan, 38 anni, racconta di essere stato picchiato dai poliziotti croati di guardia al confine. Nella fuga precipitosa è caduto a terra rompendosi il braccio sinistro in due punti (Bihac, agosto 2018) // Matthias Canapini
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    Foto: Bilal, un ragazzo pakistano di 27 anni, cucina il pranzo all'ultimo piano del Dom (Bihac, agosto 2018) // Matthias Canapini
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    Foto: La scarsa attenzione e gestione dei flussi migratori ha portato la municipalità di Bihac a relegare - fino a settembre scorso - centinaia di profughi e migranti di passaggio in una vecchia casa della gioventù ormai fatiscente, chiamata Đački Dom (Bihac, agosto 2018) // Matthias Canapini
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    Foto: Quotidianità all'interno del campo profughi di Viachori (Grecia, agosto 2018) // Matthias Canapini
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    Foto: Veduta notturna del campo profughi di Viachori, allestito per i profughi di passaggio - in maggioranza siriani, curdi e afgani - provenienti dalla Turchia via terra (Grecia, agosto 2018) // Matthias Canapini
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    Foto: Bambini in attesa dei documenti che attestino lo status di rifugiati, giocano all'interno del campo di Bogovadja sostenuto da Ipsia, Ong delle Acli (Bogovadja, agosto 2018) // Matthias Canapini

Lungo il muro di Orbán

in Fotoreportage di

La cosiddetta «rotta balcanica» si è chiusa, teoricamente, tra marzo e aprile 2016, a seguito dell’accordo tra Unione europea e Turchia che prevedeva lo stanziamento di tre miliardi di euro al governo di Tayyip Erdoğan per bloccare, arginare e gestire i migranti o profughi in transito.
Con l’inasprimento dei controlli alle frontiere europee, le migliaia di persone in cammino – rimaste bloccate in Serbia, Montenegro, Albania o Macedonia – stanno provando, da svariati mesi, una rotta alternativa che passa per la Bosnia, quasi inviolata fino all’inverno scorso per via della sua posizione geografica: passare per il territorio bosniaco, infatti, significa allungare il percorso per raggiungere la Croazia, il primo paese dell’Unione europea che si incontra arrivando da sud. Dopo la costruzione del “muro di Orbán” (una barriera di filo spinato e telecamere alta 3,5 metri e lunga 175 chilometri presidiata da militari e polizia), così come i respingimenti e la deportazione nei campi governativi a centinaia di chilometri dal confine croato-ungherese, si è riscontrato un progressivo allontanamento dei migranti dalla Serbia.
Nella primavera 2018, in centinaia – comprese famiglie e minori non accompagnati – hanno cominciato a spostarsi da est verso ovest, congelandosi per settimane e/o mesi nei campi ufficiali e informali di Bihac e Velika Kladusa. Chi tenta il passaggio illegale – il cosiddetto “game” – spesso fa marcia indietro, privato di soldi, dignità e rispetto, con il cellulare rotto e qualche bastonata ricevuta dai poliziotti croati di guardia al confine.
Un’eterna, incerta odissea durante la quale ti abitui alle umiliazioni, ai pidocchi, alla spazzatura, ai fornelli improvvisati con assi marce, ai canali d’acqua rafferma che circondano le tende, agli sguardi vecchi dei bambini, alle mani alzate in cielo, in segno di compassione, pietà, rispetto.
Ogni volta, sradicati, rilanciati, cacciati, braccati, tentando di fare gruppo, squadra, comunità, pur di non sopperire agli eventi.
«Tre mesi in Serbia, tre mesi in Macedonia, tre mesi in Grecia. Può sembrare grandioso crescere viaggiando, ma ti assicuro che non è così romantico come sembra. Non è semplice nascondersi dalla polizia, restare a digiuno nel bosco per giorni, in attesa del trafficante pagato, bere acqua piovana, sai?», sussurra Hena, occhi vispi e capelli castani legati a treccia, dall’alto dei suoi dieci anni, con l’inglese acerbo di chi mastica la polvere della strada.

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Nato nel 1992 a Fano, in provincia di Pesaro-Urbino, nelle Marche. Quando può viaggia in Italia e nel mondo per raccontare storie a passo d’uomo, con taccuino e macchina fotografica. Tra il 2015 e il 2018 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell’altro", "Terra e dissenso" e "Il Passo dell'Acero Rosso".

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