Immagine tratta dal sito ufficiale del Comune di Balvano, uno dei paesi lucani più colpiti dal terremoto del 1980. Il 23 novembre nel crollo della chiesa di S. Maria Assunta morirono 77 persone, di cui 66 adolescenti.

Il 23 novembre 1980, alle ore 19:34, per un minuto e mezzo, un terremoto di magnitudo 6.9 sconvolse l’Irpinia e la Basilicata. I morti furono 2.914, i feriti 8.848, gli sfollati 280 mila.
Si racconta sempre questo, o quasi, di quella domenica di 39 anni fa.
Novanta secondi eterni per i nostri genitori e i nostri nonni, gli unici a conservare una narrazione autentica di quel sisma che ha sventrato due regioni, ha sepolto anime e ricordi, ha messo a nudo il Sud con la sua debolezza cronica e con il suo – nostro – eterno isolamento. «Ho visto morire il Sud», raccontò Alberto Moravia.
Oggi l’ennesima commemorazione delle vittime del terremoto del 1980 è divenuto un ricordo sbiadito, copiato e incollato, sulle pagine di cronaca giornalistica.
Il terremoto dell’Irpinia e della Basilicata non ha fatto tremare solo lungamente la terra. L’ha segnata per sempre. Al di là di qualsivoglia ricostruzione ha creato una diaspora culturale, ha sradicato famiglie.
Non è venuta a mancare solo la terra sotto i piedi. È venuta a mancare, d’improvviso, anche la memoria collettiva. Come polverizzata.
Da tragedia nazionale nelle prime ore, i sismografi hanno rilevato una zavorra per tutto il Meridione. Il sisma e il post-sisma hanno lasciato un’eredità drammatica. Macerie emotive e politiche.
Ed è proprio questa eredità, in dote all’Irpinia e alla Basilicata, che vogliamo raccontare, in un percorso che comincia oggi e va a ritroso fin dentro le aree industriali, vere cattedrali nel deserto, erette grazie alla legge n.219 del 14 maggio 1981 e sgretolatesi nella quasi totalità dei casi. Andremo a ritroso fin dentro i 50 mila miliardi di vecchie lire di fondi statali quantificati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori colpiti.
Un percorso di inchiesta, testimonianza e racconto che cercherà di ridisegnare i confini di quei settanta comuni quasi rasi al suolo, tra i quali Montemurro, Grumento, Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, San Mango sul Calore e Conza di Campania, che abbiamo fotografato dopo 39 anni, accorgendoci che il tempo si è fermato per davvero.

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