Immagini: Sant’Angelo dei Lombardi // © Pellegrino Tarantino

Mi sono domandata quanto pesi, oggi, il ricordo del terremoto in Irpinia. Ma soprattutto mi sono chiesta quanto la memoria, la commemorazione delle vittime, la scarna analisi numerica di ciò che è stato siano in grado di condizionare ancora, nel bene e nel male, il nostro territorio. Perché a distanza di quarant’anni da quella sciagura immane, forse è arrivato il momento di fare una scelta.

Possiamo continuare a discutere di quel che non è stato fatto, degli obiettivi che non sono stati raggiunti o degli errori commessi. Oppure, possiamo scegliere di guardare al passato per provare a ridisegnare il futuro. La ricostruzione materiale si è ormai conclusa. Ma non sono certa che le macerie morali e civili siano mai state effettivamente rimosse.

IL VALORE DI UN RICORDO VECCHIO DI QUARANT’ANNI
Sebbene siano trascorsi quarant’anni, il ricordo resta vivido. Mi basta chiudere gli occhi per rivedere la polvere, le macerie, per riascoltare quelle grida angoscianti. Continuo a ripetermi che non sembrava il 23 novembre. Eppure la storia ha cristallizzato quella data, l’ha scolpita nella memoria delle nostre comunità restituendoci i brandelli di una tragedia. Sarebbe potuto essere un giorno come tutti gli altri. Una calda domenica, preludio dell’estate di San Martino. E invece, alle 19.34 di quel 23 novembre 1980, quegli interminabili novanta secondi hanno sradicato le fondamenta di intere comunità dell’Appennino meridionale. Un boato, come un lampo improvviso, e quel che era non è più stato.
Io mi trovavo nell’Episcopio di Sant’Angelo dei Lombardi, nella parte che fortunatamente non è crollata. Venivo dall’esperienza del sisma in Friuli, quindi ho compreso immediatamente quel che stava accadendo. Ma non ne ho percepito la portata. Mi ripetevo che, tutt’al più, poteva aver ceduto qualche abitazione ubicata nel centro storico di Sant’Angelo dei Lombardi. Del resto, erano case antiche. Una parte di me, in quegli istanti, probabilmente si rifiutava di accettare l’ineluttabile.
Così, insieme al Vescovo e ai giovani seminaristi riuscimmo ad aprirci un varco tra le macerie. La facciata della cattedrale era ancora intatta. Lo sarebbe stata ancora per poco. Subito dopo, un’altra scossa, fece crollare anche il campanile.
Ricordo la polvere. Una nebbia grigia che, nel silenzio dei primi istanti, non ci lasciava intravedere che i contorni delle poche abitazioni rimaste in piedi. Poi, le grida disperate dei superstiti hanno riempito tutti gli spazi. Facevo molta fatica a capire. Non riuscivo a essere razionale.
Il primo pensiero è stato quello di tornare a casa per telefonare ai miei genitori. Ma non ho potuto. E allora, ho fatto una follia. Sono salita in macchina alla volta di Napoli con un giovane conoscente che, nell’immediato, scelse di portare al sicuro la propria famiglia. Lì, da un telefono pubblico, riuscii finalmente a mettermi in contatto con i miei genitori.
Avrei potuto scegliere di restare nel capoluogo partenopeo. La logica sicuramente lo avrebbe imposto. Ma l’esigenza di tornare subito a Sant’Angelo dei Lombardi era più forte di ogni prudenza. Di ogni barlume residuo di razionalità.
Arrivai nel mio paese verso le quattro del mattino. Ma il mio paese non c’era quasi più. La conta dei vivi e dei morti era già cominciata. Mentre, tra le urla disperate, i pochi superstiti tentavano di rimuovere le macerie a mani nude.
Avevo solo trent’anni. E, in pochi attimi, insieme al paese erano venute giù tutte le mie certezze.

«LE RISORSE ERANO SCARSE RISPETTO ALL’ENORMITÀ DELLA TRAGEDIA»
Il primo ad arrivare, in tarda mattinata, fu mio padre. Nella sua esperienza umana e professionale, c’era già stato il coordinamento degli aiuti in Friuli, nel 1976. Ma quando giunse a Sant’Angelo dei Lombardi, il suo sgomento fu incredibile. Anche lui, nei primi momenti, faticò non poco a rendersi conto di quanto era appena accaduto. La verità è che le tragedie, fino in fondo, le comprendi solo quando hai avuto il tempo di metabolizzarle. Ma quel tempo, nel 1980, non faceva sconti a nessuno. In quegli istanti, ognuno provava a fare quel che poteva. Sant’Angelo dei Lombardi non era il Friuli. Non c’erano nelle vicinanze forze dell’ordine attrezzate e ben equipaggiate. E, soprattutto, le vie di collegamento erano compromesse, quasi del tutto impraticabili.
Da Avellino, arrivò uno sparuto gruppo di soldati che iniziò a fare tutto quel che poteva. Furono questi i primi aiuti che ci vennero offerti dalle istituzioni. Che, loro malgrado, solo qualche giorno più tardi sarebbero riuscite a raggiungere in maniera compiuta i nostri territori per avviare effettivamente la macchina dei soccorsi. I soldati avellinesi, poverini, erano terremotati anche loro. E la Protezione Civile, come siamo abituati a conoscerla oggi, ancora non esisteva. Non c’erano strumenti e uomini a sufficienza per intervenire. Le risorse erano scarne rispetto all’enormità della tragedia.
Oggi dovremmo ricordare soprattutto cosa siamo stati. Come eravamo quarant’anni fa. Perché, nel giro di una manciata di secondi, era stata spazzata via un’area grande quanto il Belgio. Come potevamo rendercene conto? Nei primissimi istanti, la conta dei morti era diventata l’unica incrollabile certezza.
E, ben presto, scoprimmo che il terremoto, qui a Sant’Angelo dei Lombardi, si era portato via anche ciò che restava delle istituzioni locali. Erano morti il sindaco, Guglielmo Castellano, il parroco, il capitano dei Carabinieri, e moltissimi tra consiglieri e assessori.

“IL SINDACO DEL TERREMOTO”
Fui eletta sindaco sotto una tenda. Avevamo bisogno di restituire alla comunità di Sant’Angelo dei Lombardi almeno la dignità di un assetto istituzionale che potesse fungere immediatamente da coordinamento per gli aiuti alle famiglie colpite dal sisma. Forse sono stata eletta perché non avevo perduto i miei familiari più diretti. O forse perché, anche attraverso l’ausilio di mio padre, avrei potuto fare pressione per ottenere più in fretta i generi di prima necessità per far fronte all’emergenza. Non lo so. Quel che so è che, se fossi stata razionale, almeno per un momento, sarei dovuta fuggire via. Il mio compito era immane, difficilissimo. Assumersi quella responsabilità non è stata una faccenda di poco conto. Il fardello da portare era enorme. Ma è prevalso, comunque, un fattore emotivo. Ero sopravvissuta, potevo dare il mio contributo. Eravamo un gruppo sparuto di reduci eppure, fin da subito, abbiamo cercato di dare il massimo.
La mia prima azione da sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi è stata quella di assicurarmi che i morti avessero una degna sepoltura. Può sembrare paradossale. Eppure, se ci si riflette un attimo, ci si ritrova a chiedersi: quale comunità poteva avere bare a sufficienza? Quale cimitero di paese avrebbe mai potuto contenere tutti quei morti? Ricordo ancora, quasi come se lo avessi davanti agli occhi, l’Ufficiale dei Bersaglieri addetto al riconoscimento delle salme, al conteggio dei morti e alle sepolture. Il suo viso, giorno dopo giorno, portava i segni di un’operazione sempre più tragica.
Poi, chiaramente, ci siamo occupati dei vivi, razionalizzando gli aiuti che arrivavano a poco a poco. Si doveva allestire la tendopoli, stare attenti perché non sorgessero problemi di ordine sanitario, garantire i generi di prima necessità e, soprattutto, monitorare gli atti di sciacallaggio che comunque ci sono stati. Allo stesso tempo, bisognava assolutamente preservare le istituzioni. L’ospedale era crollato, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi aveva subito danni importantissimi.
Ricordo ancora che il procuratore Franco Roberti e il giudice Ernesto Aghina tentarono di salvare i fascicoli processuali, difendendo le istituzioni con le unghie e con i denti.

I PRIMI ATTI DI STRAORDINARIA AMMINISTRAZIONE
So che tutte queste azioni amministrative, lette singolarmente, possono apparire confusionali. Ma la confusione era sintomo della complessità di quei momenti.
La prima tendopoli, sede del Comune e del coordinamento degli aiuti, fu ubicata in piazza San Rocco. Poi però, con la prima ordinanza, cercammo di recuperare le pochissime abitazioni rimaste in piedi per svolgere al meglio i nostri compiti istituzionali. Una casa venne adibita a presidio sanitario, un’altra venne destinata alle forze dell’ordine e l’ultima, invece, doveva ospitare temporaneamente le istituzioni comunali. Qualcuno, tra i proprietari delle abitazioni momentaneamente requisite, mi accusò persino di essere crudele. Ma il compito di chi amministra, che a maggior ragione in casi simili è un ufficiale di governo, è quello di soddisfare l’interesse generale. E, purtroppo, non sempre si può essere popolari quando ci si assume determinate responsabilità. Lo avevo messo in conto nel momento stesso in cui ero stata eletta sindaco.
Per fortuna, tuttavia, da un punto di vista strettamente amministrativo nei primi mesi non ci sono state divisioni. Maggioranza e opposizione erano, in qualche misura, garanti dell’unità politica e civile di Sant’Angelo dei Lombardi. E questo lavoro, fatto di grande disponibilità, ha prodotto i suoi risultati.
Allo stesso modo, non posso certo dimenticare la solidarietà nazionale. La Regione Toscana e la Regione Marche, insieme alle province di Livorno e Pesaro Urbino, ci hanno dato una grossa mano. E anche i gemellaggi istituzionali hanno perfettamente funzionato. L’allora sindaco di Firenze, Elio Gabbuggiani, è venuto spesso qui a Sant’Angelo dei Lombardi. Ci chiedeva di cosa avessimo bisogno, ma non ha mai invaso il campo istituzionale. C’è sempre stato un grande rispetto reciproco.
Sul fronte della rimozione delle macerie, abbiamo cercato di procedere in maniera spedita. Anche se, specie nei primi istanti dal terremoto, si doveva essere molto cauti. Gli ultimi bambini morti, infatti, li trovammo la sera di Natale.

ZAMBERLETTI E I PREFABBRICATI
Poi, pian piano, siamo riusciti ad applicare la geniale intuizione di Giuseppe Zamberletti. Il commissario per il sisma irpino, infatti, comprese immediatamente che la ricostruzione non sarebbe stata veloce. E così, attraverso il piano di reinsediamento della prefabbricazione, vennero realizzati questi piccoli villaggi abitativi che restituivano alle vittime la parvenza di un ritrovato valore di casa e di famiglia.
Devo dire che il rapporto con il commissariato è sempre stato molto stretto. C’è sempre stato un coinvolgimento della base, non hanno mai calato decisioni dall’alto. A livello amministrativo, noi potevamo scegliere la tipologia di prefabbricato o le aree in cui insediarli. E lo abbiamo fatto. I progetti li facevamo noi. A loro spettava l’approvazione e il successivo finanziamento.
E abbiamo cercato di stare attenti. Personalmente posso dire di non aver mai ricevuto intimidazioni o minacce di sorta per le scelte amministrative portate avanti. Ma pensare che i flussi di finanziamenti che hanno cominciato ad arrivare nei nostri territori non abbiano attratto anche gli interessi della camorra, equivarrebbe a mettere la testa sotto la sabbia. E, come territorio, non possiamo permettercelo. Qui a Sant’Angelo dei Lombardi le procedure sono state seguite con meticolosità. Ma altrove, purtroppo, non è stato così.
Tuttavia credo che le istituzioni abbiano saputo reagire. Nonostante ci sia stato chi, negli anni successivi, abbia tentato di delegittimare in toto quel clima di grande solidarietà nazionale che per mesi aveva avviluppato l’Irpinia.

SCALFARO MIRÒ ALL’IRPINIA PER COLPIRE UNA CLASSE DIRIGENTE
A distanza di quarant’anni dovremmo avere l’onestà di ammettere che la commissione Scalfaro, formata in un momento storico molto particolare, ha mirato all’Irpinia per colpire, in realtà, una classe dirigente che era al massimo dello splendore. Se si leggessero i risultati di quella commissione con un minimo di sano realismo, ci si renderebbe conto che in realtà i comuni del cratere sono quelli meno toccati dagli sperperi. Tanto per fare un esempio, qui a Sant’Angelo dei Lombardi abbiamo avuto il merito di fermare le ditte che avevano intenzione di distruggere il centro storico anziché recuperarlo. Affidammo il piano per il recupero del centro storico alla Soprintendenza e, per scelta politica, siamo riusciti a preservarlo. Anche per questo, abbiamo ricevuto il Premio Zanotti Bianco di Italia Nostra.
Non siamo stati perfetti, lo so bene. E non siamo esenti da critiche. Ma avere gli occhi dell’Italia puntati addosso, almeno per me, è stato di grande aiuto. Mi ha spronata a fare di più, e a fare meglio. Nell’occasione del terremoto irpino il nord e il sud di questo Paese si sono dimostrati uniti, forse per l’ultima volta. Tutti abbiamo fatto esperienze umane che ci hanno formato per la vita. E tutto questo, ci spingeva a fare del nostro meglio. Quel senso di solidarietà, in qualche modo, andava ripagato con l’efficienza.

IRPINIAGATE
Ma quando esplose pubblicamente lo scandalo dell’Irpiniagate, la ricostruzione si è bloccata. La commissione Scalfaro, come ho anticipato, perseguì un disegno politico più alto. Colpevolizzando, tuttavia, un territorio già pesantemente martoriato.
La realtà è che il vero errore fu commesso quando si decise di allargare l’area del cratere. Una scelta orchestrata ad hoc per tentare di confondere i problemi della realtà napoletana, che pure dovevano essere adeguatamente risolti, con quelli direttamente derivati dal sisma irpino. Un vero danno per le comunità oggettivamente colpite. Che, anche per questa ragione, hanno pagato un prezzo altissimo in termini d’immagine.
Ancora oggi si è soliti dire che il “modello Friuli” ha funzionato, mentre il “modello Irpinia” si è rivelato un disastro. Per me, non è così. E per salvare la validità di una tesi del tutto generica non si può non riconoscere che sul territorio colpito è stato fatto un grande lavoro, con tutti i suoi limiti. Quando si parla di aree industriali, non si può non valutare che, insieme ai disastri, ci sono state anche le eccellenze. Penso alla Ferrero di Sant’Angelo dei Lombardi, con lo stabilimento speculare che nacque anche in Basilicata, a Balvano. Penso alla Ema di Morra De Sanctis o alla Zuegg, che pure ancora resiste sul territorio.
Ed è verissimo che c’è stato chi ha speculato. Chi è riuscito a insediare stabilimenti fantasma usufruendo del 75 per cento dei finanziamenti a fondo perduto. Ed è altrettanto vero che sono state fatte scelte errate. Ma, ancora una volta, abbiamo dovuto subire senza tregua le critiche di chi ha preferito ricordare che si era scelto di realizzare una fabbrica di barche in montagna. Evidenziando solo ed esclusivamente le negatività.

LA LENTA RIMOZIONE DELLE MACERIE MORALI E CIVILI
Sono sempre più convinta che i problemi che oggi vivono le aree industriali di questo territorio siano stati creati dopo 1980 e non a causa del terremoto del 1980. Se oggi c’è una precarietà di servizi e infrastrutture è perché nel tempo si è scelto di finanziare progetti ex novo senza potenziare e valorizzare l’esistente. Il cominciare processi nuovi, di volta in volta, senza quasi mai concludere quelli precedenti, ci ha danneggiati. La situazione attuale delle aree industriali è francamente pessima. Ma invece di ricostruire, bisognerebbe investire nei servizi da offrire in termini di infrastrutture. Qui restano in piedi solo le eccellenze vere, quelle che possono bilanciare con la propria esperienza la carenza di investimenti concreti. Mentre le piccole e medie aziende, troppo spesso, restano schiacciate.
Non sono in grado di dire se siamo stati o meno capaci di rimuovere le macerie morali e civili. Quel che so è che per costruire il futuro occorre fare un bilancio del presente. Perché i problemi delle nostre comunità sono gli stessi che ricadono sull’intera fascia interna dell’Appennino.
Bisogna fare i conti con lo spopolamento e la desertificazione. Dobbiamo capire come trattenere tutta una nuova generazione che, oggi come oggi, non ha nessuna ragione per restare. E, infine, abbiamo il dovere di preservarlo questo territorio. Rimettendo al centro i temi della sicurezza degli edifici, della prevenzione dal rischio di dissesto idrogeologico, dell’efficientamento energetico e della tutela dell’ambiente.

IL DESTINO DEI FIGLI DEL TERREMOTO
A chi mi ha chiesto se ritengo che il tessuto sociale sia più debole perché le classi dirigenti stanno scomparendo, proponendo una sorta di analisi comparativa col passato, rispondo che oggi questo territorio non è lo stesso di quarant’anni fa. E che, chi è rimasto e vuol essere generoso deve, in primis, aiutare i più giovani a emergere.
Una classe dirigente può nascere o come figlia di un’altra classe dirigente, o attraverso un conflitto democratico. Non mi piacciono i conflitti. Ma credo sia arrivato il momento che i “figli del terremoto” siano messi nelle condizioni di contribuire allo sviluppo delle loro società d’origine. Perché qui ci si spopola, innanzitutto, di idee e di cultura.
A mio avviso, nelle cosiddette “aree fragili”, sarebbe opportuno mettere in piedi un lavoro d’ingegneria istituzionale che coordini questo processo difficile, avvalendosi delle competenze delle giovani generazioni. E del resto, la mia generazione a suo tempo è stata chiamata a fare una scelta di responsabilità per il bene comune. Ora, legittimamente, dovremmo metterli nelle condizioni di fare altrettanto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.