Made in China
Foto: Made in China // Wikipedia Commons

Made in China

in Terre di migranti di

Chen, il sarto di prato

Quanti sono gli artigiani nel mondo? Questa razza di lavoratori a metà tra la mano e la macchina, la caverna e la fabbrica? Quanti sono i cinesi nel mondo? Questa stirpe isolata, silenziosa e penetrante. Tanti sono i primi, tantissimi i secondi, che a contarli hanno lo stesso numero dei granelli di sabbia di una duna gigantesca. Chen è un artigiano operaio, un cinese che sopporta il lavoro di una fabbrichetta aperta da un suo connazionale. Lavora a Prato, ovviamente, ma ha imparato a fare le asole e attaccar bottone con gli italiani a Napoli, nei quartieri spagnoli: dove la contraffazione è la norma e la camorra è la legge.
“Sono uno come tanti, senza pretese. Un cinese non ha mai troppe pretese. Anche i cinesi ricchi imparano a accontentarsi, se cadono in disgrazia…” Chen ha una ben radicata morale.
Una conseguenza della sua identità, del suo credo nella grande Cina che ce la sta facendo. Aderisce a quel sogno orientale che ha fagocitato il capitalismo piegandolo alla volontà di uno Stato a partito unico. Visti gli effetti della crescita cinese, il capitalismo sembra andare a nozze con l’imperialismo cinese. Del resto, lo stesso capitalismo ha rotto con le democrazie, non con le dittature.
“In Cina ci sono troppi poveri, per questo ce ne andiamo. Andiamo a vendere dove anche i poveri sono finti poveri”. Finti poveri siamo noi, gli italiani che comperano la roba dai cinesi. Non sempre è roba cinese, a Napoli lo sanno bene, ma è roba poco costosa venduta da cinesi. Sembra che il commercio mondiale al dettaglio della roba sottocosto sia in mano a loro. Perché sono bravi, come i veneziani che ne scoprirono le virtù con Marco Polo e le importarono in Occidente.
“In Cina io ero già un sarto, ma qui ho imparato a cucire all’italiana. Serve sempre saper cucire all’italiana, perché riusciamo a vendere di più.” Chen non si schermisce.
È al contrario orgoglioso della sua capacità. Ha studiato, si è fatto le ossa, il suo padrone è contento perché lo può usare per formare altri come lui.
“Insegno agli altri a fare le asole. Mica è facile fare le asole.”
Lo so bene, perché un mio amico è andato in Cina a insegnare a farle. E ora vive lì, in un distretto sartoriale tra i più grandi del mondo. Non si è arricchito, ma…
“I particolari fanno la differenza, perché una cosa che dura di più, anche se costa poco, accontenta tutti.”
Il suo ragionamento pecca in un punto ben preciso: il costo. Nell’indifferenziata corsa al ribasso dei prezzi, nessuno si fidelizza a una marca, a un marchio, men che meno a un marchio cinese.
“I clienti italiani poveri sono esigenti. Vogliono pagare poco ma avere roba buona, allora se vedono che un negozio vende roba come si deve, ci tornano. E noi riforniamo quel negozio sempre.”
Adesso il ragionamento fila. Sembra di sentire i primi sarti italiani del novecento, al servizio di una borghesia nascente. La differenza con l’attualità è che la nostra borghesia sta morendo, non ha prospettive innanzi a sé, consuma per mantenere in vita il ricordo dei fasti che furono, che non saranno più.
“Per questo lavoro tanto. Faccio le cose per bene.”
È orgoglioso di sé, Chen. Fa due lavori, cuce e insegna a cucire. Si spacca la schiena. Sente di avere un futuro, forse.
“Non so se tornerò in Cina adesso. Ci tornerò da morto, sicuro. Ma non so.”
Con i suoi settecento euro Chen è tutto sommato contento. Sta dentro una comunità. Ha un mestiere. Sa fare qualcosa. E lo fa in questa Italia.

Vado in Cina con furore

“Che ci sono andato a fare, in Cina? A fare quello che non posso fare in Italia. A vivere!”
Giacomo è uno dei tanti italiani che, ogni anno, sceglie di mollare il Paese. Nel 2015 sono stati 107 mila. E lui è partito proprio in quell’anno lì. Ha meditato molto, prima di fare le valigie. Si è iscritto a un sito dove reclutano italiani che vogliono andare all’estero e ha scelto di rispondere a un annuncio per un posto da sarto.
“Io ho quasi cinquant’anni e una buona formazione. Ho fatto questo lavoro per una vita, a Firenze, ma mi hanno licenziato. Son belli quelli che vanno sui giornali a raccontare la sartoria fine fiorentina. Perché non dicono quanto pagano i sarti come me? Da fame! Non ci campavo più.”
In effetti, perfino sui cataloghi mensili di Alitalia è sempre più spesso pubblicizzato il ritorno al made in Italy di marca toscana. Una contraddizione con le parole di Giacomo.
“Ho preso a dare lezioni a dei cinesi. Poi questi hanno imparato e mi hanno chiesto se volevo andare laggiù. Sai, all’inizio non è che ci pensi davvero. Poi l’idea è cresciuta e mi son deciso. Mi hanno fatto iscrivere su questo sito, perché bisogna passare per forza da lì, e son partito. Ora sto bene…”
Sta bene, e si vede. Sta come dovrebbe stare nella sua città, che gli manca, sì, ma che non rimpiange più di tanto. “Firenze è un covo per turisti. Tutti in centro. Intanto il lavoro vero non c’è più. Tutto è industriale e non è prodotto in Italia. Tanto vale andare dove si produce, dico io. E l’ho fatto!”
L’ha fatto, per uno stipendio di 2 mila euro, perché è una specie di capo-sarto, e un appartamento. Presto si porterà la famiglia. Sta solo aspettando che sua figlia decida se vuole studiare lingue all’università.
“Così posso pensare di metter su un’impresa mia.”
Il suo sogno è aprire una scuola di sartoria in Cina, con sua figlia al fianco.
“In Italia son tutti bravi a dire che si deve fare impresa. Ma quando arrivi all’atto pratico, chi la fa questa impresa? I figli dei figli. Io, a cinquant’anni, che impresa posso fare in Italia? La faccio qui, che c’ho tutto a portata di mano. C’ho già i clienti. Le aziende. Pensano in grande, amico mio. Non come da noi, che parla pure quello che non conta un ca…”
Gli sorrido, perché ha perfettamente ragione. L’Italia è arrovellata su un dibattito inutile, sterile, improduttivo. Un dibattito che non pesa le parole, che non muove l’economia.
“In Cina sanno fare le cose, perché a furia di sbagliare si raddrizzano.” Appunto. A furia di sbagliare, imparano a non commettere più errori. Noi, invece, sugli errori apriamo i talk show e riempiamo inutilmente i congressi di categoria.
“Non ci torno più, in Italia. Sto bene così”, chiude prima di salutarmi.
Il caro Giacomo ha trovato la sua strada. E forse è questa la lezione: in questa epoca, la vita vera è altrove.

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Scrittore e sociologo. Presiede la cooperativa editoriale Radici Future Produzioni. Ha pubblicato Ghetto Italia (Fandango Libri, 2015) e Mafia Caporale (Fandango Libri, 2017).

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