Nel ghetto di Borgo Mezzanone
Foto: Scene dal ghetto // Archivio Tdf

Dentro al ghetto di Borgo Mezzanone. Diario dal lager

in Terre di migranti di

Tra gli sterminati campi sipontini, per la prima volta dopo la costituzione del mega assembramento a ridosso del Centro d’accoglienza per richiedenti asilo, una giornalista ha avuto l’opportunità di vivere l’esperienza di una giornata al campo. Tra le visite dei Medici col camper del Cuamm e le storie degli abitanti del ghetto, Terre di frontiera propone un esclusivo diario di viaggio in presa diretta. All’interno del ghetto di Borgo Mezzanone non è permesso scattare foto e le immagini che vi mostriamo ci sono state inviate da un abitante della baraccopoli. Attraverso i suoi occhi e la sua necessità di mostrarvi il luogo nel quale vive, e lotta ogni giorno, proviamo a restituirvi il ritratto minuto di una storia della sopraffazione ancora tutta da scrivere.

Siete mai stati all’Inferno? Avete mai immaginato di sostare in un luogo in cui bene e male, giusto e sbagliato, si mischiano in un unico, colpevole, calvario? Provate solo ad immaginare: uomini che lavorano nel fango e che dimorano in baracche di cartone e lamiera ricavate tra un campo sterminato di rifiuti; donne con gli occhi ardenti che lavorano nei campi o si prostituiscono nei bordelli del ghetto di Borgo Mezzanone; esseri umani che si saziano del poco che c’è, di quello che riescono a racimolare, che si accontentano di sopravvivere attaccandosi con rabbia o cieca sottomissione a tutte le piccole cose. Se riuscite ad immaginare tutto questo, ecco, forse siete vicini solo a una piccola rappresentazione della realtà. Perché il ghetto di Borgo Mezzanone – la più grande baraccopoli del foggiano e, probabilmente, di tutta la Puglia – è uno degli antri in cui vagano le anime dei sopravvissuti africani. Qui sostano i reietti dell’umanità. Più di 3 mila sono i dannati. Mentre fuori, nell’antinferno, si affollano gli ignavi.

PROLOGO
All’ingresso del ghetto c’è un cancello imponente sorretto da due pilastri in cemento armato. Poco davanti, la nube nauseabonda che si alza dai rifiuti dati alle fiamme sembra avere la presunzione di coprire tutto il resto. Ma non si può coprire l’immensità con la puzza di plastica e di copertoni bruciati. “All Niggers Are Stars”, si legge su una delle baracche in cemento antistante al cancello. Traduzione: tutti i ‘negri’ sono delle stelle. Il meccanismo della segregazione è talmente palpabile che da quel momento in poi mi è chiaro che io sono la ‘diversa’. Entrando nel loro mondo, senza per altro essere parte dello staff dei Medici col camper, avverto subito di violare un equilibrio precario.
Davanti a me c’è il lungo filare di lampioni, eredità di un’ex pista aeroportuale che ha vissuto tempi migliori. Un lascito enorme, nel contesto della baraccopoli che gli sorge a ridosso. La rete metallica che separa il gran ghetto dal centro d’accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Borgo Mezzanone è la pennellata decisiva, il tassello che manca per descrivere i contorni di quel che ha tutto l’aspetto di un lager. E pensare che nel campetto del Cara, al mio arrivo, ci sono dei ragazzi che giocano col pallone. Barlumi di spensieratezza luccicano in un universo grigio fatto di piccoli uomini della stessa età che, subito al di là della barriera metallica, ammazzano polli o si dedicano alla ricerca stanca dell’acqua potabile. Qui vengono internati i derelitti. I migranti regolarizzati, troppo poveri per vivere altrove, e quelli in attesa di un permesso di lavoro. Alcuni hanno già inoltrato richiesta per un regolare permesso di soggiorno. Ma mentre attendono che le istituzioni si accorgano di loro, devono sopravvivere.
Girovago tra le baracche e, prima ancora di fermarmi a parlare con qualcuno, mi chiedo se sia possibile astrarre il male. Se si possa, al di là degli ordinari strumenti dell’orrore, fare del male semplicemente disponendo del destino altrui. Possono una scelta politica inidonea, la decisione di ignorare sopraffazioni per mantenere in vita un sistema economico mendace, il semplice tratto di penna sulla casella ‘espulsione immediata’, sublimare il male al punto da renderlo tanto incruento nell’apparenza, quanto implacabile nella sostanza? Può il senso morale comune capovolgersi così da confondere la causa con l’effetto? Al punto da vedere nel povero, nel reietto o nell’emarginato la causa del male e non l’effetto di un disagio creato e gestito, ad arte, per lucrare sulle spalle di chi non sa e non può difendersi? Che cosa accade se carnefice e giustiziere hanno esattamente il medesimo volto? Cosa capita se italiano e straniero, povero e più povero, si accorgono di essere sullo stesso barcone che va dritto verso il baratro?

Nel ghetto di Borgo Mezzanone

SADAT E ALIOU
L’incontro con Sadat, il commerciante, non mi dà molto tempo per rimuginare. Questo ventottenne originario dell’Afghanistan ha un piccolo negozietto di generi di prima necessità all’ingresso del ghetto. Mentre c’è il più classico andirivieni di chi acquista pane, biscotti, latte o sigarette sfuse, gli domando, per gioco, quanto mi farebbe pagare una bustina di Oki. L’unico antinfiammatorio disponibile nel suo bazar.
80 cents, madam”, risponde.
80 cents per una sola bustina?”, chiedo sbalordita.
No no, forse 70, dai. Facciamo 70 cents, madam.
Concludo che gli abitanti del ghetto devono essere spinti da fortissime motivazioni per decidere di acquistare medicinali da Sadat, visto il caro-prezzi. Ma è una lotta per la sopravvivenza. E Sadat ha trovato il modo per adattarsi. Poco distante da me, un ragazzo, appoggiato alla baracca di Sadat, mi guarda e ride.
Italiani sempre arrabbiati. Prima contenti, poi subito arrabbiati.
È così che conosco Aliou.
Io non sono arrabbiata”, gli dico sorridendo. “Quanti anni hai?
24 anni”, afferma orgoglioso, accompagnando la frase con un gesto delle mani.
Lo guardo sbalordita. Aliou sembra molto più anziano dell’età che ha. Quando sorride mostra con orgoglio i pochi denti che gli restano. E le guance, smunte, gli tirano su gli zigomi in una smorfia dolce. Viene dal Senegal, ha lasciato lì sua moglie. In Italia da quasi due anni, in queste settimane lavora nell’olivicoltura nei campi di Andria.
So che avete costruito il forno qui al ghetto”, gli dico. “Me lo faresti vedere?
No, non voglio. Voi italiani sempre arrabbiati, sempre gridare. Non mi va.
Non grido, non preoccuparti”, rispondo. “Se non ti va di farmi vedere il forno, non fa nulla. Puoi portarmi alla moschea, allora?
No, moschea è una parte per chi ci crede, perché io voglio parlare con il mio Dio, non per te. No, non andiamo alla mia moschea.
Va bene, Aliou. Allora, portami almeno a vedere casa tua, dove vivi tu. Vuoi?”, ci provo per l’ultima volta.
Casa mia è in Senegal”, ribadisce con forza. “Posso portarti qua al campo, se vuoi. Ma poi devi andare.
La baracca di Aliou sorge praticamente a ridosso della rete metallica del Cara. Quando arriviamo uno dei ragazzi sta travasando, in una tanica lurida, dell’acqua potabile appena trafugata dal Centro. Un altro, Muhammad, mangia riso da quella che era stata la ciotola di un cane. Mi offre da bere ma, gentilmente, rifiuto. Mi siedo con lui, mentre Aliou mi mostra dall’esterno la baracca. Vedo due materassi logori, accatastati ai lati di una catapecchia in lamiera coibentata col cartone marcio. Forse è questa l’unica casa che Aliou mi avrebbe mai mostrato. Sono italiana, ai suoi occhi non sono degna di guardare con lui le immagini della sua felicità senegalese. Non vuole condividere con me quello che è stato. Mi dice solo che aspetta il permesso di soggiorno per andare in banca a depositare i soldi che ha guadagnato, col lavoro duro, nei campi della Capitanata. Solo così potrà iniziare ad aiutare la moglie in Senegal. Poi, non parla più. Capisco che è arrivato il momento di andare via. Saluto lui e Muhammed, e mi allontano dall’area senegalese del ghetto.

Nel ghetto di Borgo Mezzanone

JENNY
Good morning, madam”, sento alle mie spalle. Mi volto e vedo un donnone riccioluto sulla quarantina che, sorridendomi, mi fa avvicinare alla sua baracca.
Buongiorno a te”, le rispondo. “Come ti chiami?
Sono Jenny. I’m Nigerian, do you understand? Nigeria. Look, guarda cosa facciamo con mie amiche.
Raccolgo il suo invito e mi affretto a guardare l’interno della baracca in cemento che, in tutta fretta, altre tre donne stanno pulendo.
Hairdresser, Hairdresser”, mi spiega Jenny indicandomi i suoi capelli.
A dispetto delle sue fattezze imponenti, questa donna ha una voce dolce e gentile. Mi fa capire che in quella specie di baracca senza tetto, vogliono creare una sala in cui le signore del ghetto possono andare a sistemarsi i capelli. Un segno tangibile, questo, del fatto che la presenza squisitamente nigeriana all’interno del ghetto di Borgo Mezzanone tende a radicalizzarsi.
Io ora un po’ giallo, come te”, indica alludendo al colore dei miei capelli. E in effetti, alle punte della sua cascata di riccioli scuri ci sono tracce di una tintura gialla scolorita dal tempo.
A me piace avere capelli belli come i tuoi. Ora io faccio capelli con mie amiche.” Mi sorride. Sembra soddisfatta. Dare una sistemata a quel colore di capelli, per lei, è come dare un nuovo respiro all’anima. La dignità si misura dalle cose semplici. Per Jenny la dignità è in quel pizzico di vanità femminile che gli anni di lavoro nei campi non sono riusciti a spezzare.
Guarda mie mani. Look, guarda come sono brutte.
Le sue mani sono callose. Ha le unghie nere, spezzate. I palmi, arsi dal sole, sembrano duri come sassi. Ma il tocco è al tempo stesso, dolce e rude. Jenny mi stringe le mani, poi, sorridendo, mi abbraccia.
Quando vieni ancora, poi facciamo cappelli insieme?”, mi chiede.
Va bene Jenny, è una promessa”, le rispondo.
Poi, si volta verso le amiche e ricomincia con nuova lena a pulire la baracca.

CHRISTOPHER
Christopher mi si avvicina mentre parlo coi volontari dei Medici col camper. Tra ticket e smistamenti per le visite, noto che lo spiazzo del campo nel quale sosta il mezzo dei medici è circondato da cumuli di rifiuti e macerie. Di fronte a noi, poco distante, pochi giorni fa è andata a fuoco una baracca. Non riesco a comprendere, però, se l’orribile fetore di plastica bruciata venga o meno dai rifiuti. I volontari, nel frattempo, mi ribadiscono che non è il caso di scattare foto. “Buongiorno, signora”, li interrompe Christopher. “Ma se tu vuoi fare foto a me, io non ho problema. Journalist? Ferisce più la penna che il machete. Va bene. Io ti racconto mia storia. Ma tu, devi ascoltare bene.
Siedi con me. Raccontami la tua storia, ti ascolto”, lo invito.
No, no. Io devo stare in piedi. Quando maestro insegna, sta in piedi. Ora tu impara mia storia.” Lo ascolto in silenzio. Christopher è un nigeriano di 43 anni. Vive in Italia da undici anni, di cui gli ultimi nove trascorsi a girovagare tra i ghetti del foggiano.
Ormai sono foggiano”, dice scherzando per rompere il ghiaccio.
Originario di un paesino sul Delta del Niger, Christopher ha fatto i conti, fin dai tempi dell’università, con le dinamiche dello sfruttamento e del progressivo impoverimento del suo Paese. “Voi conoscete Niger’s delta per petrolio. Ma poi non c’è niente, niente più. Noi non abbiamo più acqua per bere, non possiamo mangiare. Multinazionali vengono, prendono petrolio, ma non lasciano niente. Capito?
Capisco perfettamente. Il volto del colonialismo nel campo delle risorse non è poi così nuovo. Si nutre di dinamiche vecchie. Christopher mi racconta, in inglese, di essersi laureato in scienze politiche con specializzazione nella pubblica amministrazione. Il suo sogno nel cassetto era quello di diventare “a teacher”, un professore. Ma sul delta del Niger sembrano non esserci cassetti a sufficienza per i sogni di tutti.
Abbiamo bisogno di scuole, di acqua e cibo. Ma la scuola è importante. Solo così ragazzi capiscono tutto”, sottolinea.
Perché non sei diventato un professore, allora?”, gli chiedo.
Perché mio ideale più forte di mio sogno. Non posso vedere la mia gente così. Allora dopo la laurea sono andato…come si dice? In organizzazione per la difesa di territorio. Contro multinazionali. Ma se in Nigeria tu non fai come dicono loro, guarda cosa succede.
Si scopre il torso. Vedo bruciature di sigaretta, frustate, i solchi di sevizie antiche. Mi mostra le braccia, poi la schiena. Non si può immaginare. Colpi del genere potrebbero spezzare chiunque. Ma Christopher non sembra ancora vinto. Mi dice di avere due figli. Il più grande si chiama Christopher come lui, perché è nato lo stesso giorno, il 23 ottobre. L’altro, si chiama David.
Perché non siete tutti insieme, Christopher?”, domando.
Perché io sto qua e non c’è vita qua dentro. Non li vedo da tanto tempo. Loro sono in Nord Europa. Forse finalmente vado un po’ anch’io. In Nigeria non posso più tornare. Mai più. Niente più sogno. Niente più Nigeria. Guarda le mani che ho. Non sembrano quelle di un teacher, no?
Piango. Quelle mani, quelle parole, quei gesti non possono lasciarmi indifferente. So che non dovrei, perché Christopher potrebbe scambiare le mie lacrime per compassione. Mi nascondo, per non farmi vedere. Ma lui se ne accorge. Mi abbraccia dicendomi: “Non devi piangere journalist, devi imparare.
Penso che l’umanità ha gli occhi scuri, il volto scavato dal tempo, le mani callose e viene dall’Africa. L’umanità è in un uomo che porta i segni della sofferenza scalfiti sul proprio corpo e trova la forza, nonostante tutto, di abbracciare un altro essere umano. Tra i cumuli di rifiuti e le baracche cadenti, lì dove la miseria umana si tocca con mano, la guerra tra poveri è solo una parte del tutto. Poi viene l’altra parte. Quella fatta da un senso di accoglienza a cui la cosiddetta società civile, ormai, non è più abituata.

Nel ghetto di Borgo Mezzanone

ADAMA E THIERNO
Una volta venivano tante persone. Pure un anno fa. Ci chiedevano: ma voi come vivete qua? E io ho detto: noi non è che vogliamo vivere qua. Se tu prendi 50 per cento, forse la maggior parte, stanno senza documenti. Ma se non c’è il permesso di soggiorno, o non c’è il lavoro, non c’è niente, mica possiamo andare a casa di qualcuno per dormire lì. Non lo possiamo fare. Allora noi stiamo mettendo queste baracche, almeno per vivere. Però io dico che non posso venire qua a mettere la baracca. Perché non è giusto, non lo posso fare. È contro legge italiana. E ma come si fa per vivere? Il governo ci ha lasciati soli, non è giusto.
Adama, 33 anni, viene dal Senegal. È in Italia da quasi cinque anni. Nel ghetto di Borgo Mezzanone è indubbiamente un punto di riferimento. Mentre parliamo, infatti, molti si fermano per chiedergli informazioni. Altri ancora, semplicemente, lo salutano. Mi spiega che non può portarmi in giro nel campo perché non è consigliabile.
Anche se tu non fai foto, gente pensa che le fai. Può essere molto pericoloso. Questa è prima volta che ti vedono, ascolta a me, lascia stare. Perché tanto tempo fa sono venute persone da fuori il campo, hanno fatto video e foto, e poi hanno messo su YouTube. E hanno scritto: Guarda come vivono gli africani di merda, guarda gli animali. E allora non vogliono foto. Può essere pericoloso.
Lo ascolto. D’altra parte non ho alcuna intenzione di trattarli come leoni in gabbia, come bestie da ammaestrare. So che devo entrare nel mondo che sono riusciti a ricavarsi in punta di piedi. È la sola cosa che posso fare.
La mia storia è molto lunga”, mi spiega Adama. “Io non posso tornare in Senegal. Mio papà morto quando io ero piccolo, la mia mamma non c’è più. Avevo una sorella, ma è morta. Ora resta un fratello in Senegal.
Perché non puoi tornare a casa? Perché non c’è lavoro?”, domando banalmente.
No. Io facevo il fornaio, ma mi pagavano molto poco. Però quando hai fame in Senegal, e sbagli, poi non è come qui. E allora, non posso più tornare”, taglia corto.
Adama lavora nei campi, quando trova impiego. Mi spiega che quando ha lavorato nell’edilizia, in provincia di Matera, era il capocantiere della società per cui prestava servizio.
Mi vogliono tanto bene lì. Ma se non c’è lavoro, non posso restare.
Ora, vive alla giornata. Ogni mattina si sveglia, prende la sua bicicletta, e gira tra i campi della Capitanata alla ricerca di un lavoro.
Io chiedo al padrone: posso lavorare? Se quello dice sì, facciamo un prezzo. Di solito il prezzo è a giornata. Perché il padrone spesso chiede di lavorare qualche ora di più. Ma ti devo raccontare una storia, aspetta che ti faccio conoscere un mio amico.
Così, Adama, praticamente mi trascina verso la bottega di Thierno. Un vivace ragazzo senegalese di 26 anni che, a poca distanza dal bazar di Sadat, gli fa una spietata concorrenza. In verità, Thierno, non applica i rincari di Sadat. Fa la spesa dei generi di prima necessità al discount, poi applica un sovrapprezzo di 10 centesimi. Così riesce a garantirsi una sistemazione più comoda e, allo stesso tempo, maggiori entrate economiche. Il suo sogno è andare via dall’Italia. A differenza di Adama, Thierno è stato anche in Germania e in Svizzera. Nonostante il freddo è lì che preferisce tornare. L’Italia per lui è solo il simbolo della sopraffazione.
Thierno e Adama mi raccontano che nell’agosto scorso avevano trovato lavoro in una campagna nelle vicinanze. Alla fine della stagione, giunti all’atto di riscuotere il corrispettivo della mensilità di lavoro, il padrone ha deciso di non pagarli.
Sei mila euro in totale, ti rendi conto?”, si infervora Thierno. “Eravamo otto, dieci persone. Noi gli abbiamo dato tempo”, mi spiega. “Ma alla fine abbiamo bussato di nuovo alla sua porta per chiedere soldi. Lui ha detto che non ha soldi e non può pagare. Noi ci siamo arrabbiati, ma non abbiamo fatto niente. Alcuni del gruppo volevano andare a fare danni a casa sua, così lui forse capiva il danno che ha fatto a noi. Ma alla fine non abbiamo fatto niente. Poi abbiamo chiesto aiuto a due avvocati della provincia di Foggia. Loro ci hanno chiesto la targa della macchina di questa persona, ma poi non ci hanno detto niente. Sono passati tanti mesi, quasi un anno”, commenta. “So che quei soldi non li vediamo più, ma mi dà fastidio. Solo qua succede sempre così. Devi arrabbiarti pure per avere 20 euro al giorno, quando va bene. Poi magari li nascondi nella baracca di merda, c’è un incendio, e perdi tutto. È difficile.
C’è un altro problema che nessuno dice”, interviene Adama. “A volte italiano dice: se state male, perché non andate via? Ma non siamo noi che vogliamo restare. C’è il problema delle impronte digitali. Quando ti prendono impronte digitali in Italia poi è difficilissimo andare in un altro Paese. Se vai in Germania, o in Svizzera, ti dicono: impronte digitali in Italia? Vai in Italia. E noi dobbiamo restare. Alcuni non vogliono più farsi prendere impronte, quando arrivano. Allora organizzazioni prendono loro impronte sulla barca. Così, stiamo tutti qua. Non possiamo tornare a casa, ma non possiamo andare. Allora restiamo qua, per cambiare le cose qua. Ma è difficile, troppo difficile. C’amma fa.” Sorride Adama.
Anche se è bloccato nell’Inferno, imbrigliato come un pesce nella rete della burocrazia italiana, continua a sorridere.
Su uno degli scaffali della bottega noto del latte in polvere. La domanda sorge spontanea. “Thierno”, chiedo, “ma qui al campo non ci sono bambini?
No”, risponde deciso, “mai visti bambini qua.
Ma se nel campo ci sono le prostitute, come si fa ad assicurarsi che queste donne non restino incinte? È mai successo, che tu sappia?
Una volta”, racconta Thierno, “ho visto sul pullman per Foggia una ragazza che piangeva. Le ho chiesto perché e mi ha fatto capire che aspettava un bambino e non sapeva che fare. Ma di qui al campo, non so niente. Sì è vero. Ci sono le prostitute. Se vuoi vedere come funziona, basta che resti qui fino a stasera. Ti faccio vedere quante macchine di italiani che arrivano nel campo.
Sono senza parole. Ancora una volta non capisco come mai l’unico campione femminile al ghetto sia composto da donne di origine nigeriana. E perché, proprio per loro, sono stati messi su tre differenti bordelli.
Devi capire che nostra cultura è molto diversa dalla loro. Veniamo da due parti diverse dell’Africa”, mi chiarisce Adama. “Per donna senegalese è quasi impossibile fare prostituta. Piuttosto lavora nei campi, fa pulizie, fa la schiava ma non la prostituta. Nigeriani hanno una cultura diversa dalla nostra.
E chi decide se al campo arrivano solo nigeriane?”, gli domando ancora.
Io non so chi decide”, risponde. “Quello che so è che le donne che arrivano qua sono solo nigeriane. Al Cara può essere diverso.

Nel ghetto di Borgo Mezzanone

EPILOGO
In buona sostanza, a monte, c’è un sistema criminoso di smistamento che ripartisce i migranti secondo la loro “potenzialità etnica”. Uno studio della subcultura della disperazione. Che permette di individuare le esigenze del mercato di riferimento al punto da scegliere di importare nigeriane perché è più facile che si prostituiscano. O, più in generale, manodopera lavorativa a costo zero perché è essenziale al funzionamento del meccanismo criminale che sopravvive con l’avallo, in questo caso, della mafia del Gargano. La verità è che nel corso degli anni abbiamo affinato le tecniche della tratta degli schiavi. Ora li selezioniamo. Li scegliamo, in base alle leggi della demografia e dell’opportunismo criminale, e poi li segreghiamo. Un espansionismo di ritorno piuttosto pigro. Sulla base del quale non ci si prende neppure più la briga di conquistare una nuova terra, come nella storia più recente. Basta prenderli e portarli qui, per dare linfa vitale al mercato. Del resto, Hannah Arendt ha scritto che “il male non è radicale, soltanto estremo”.
Per cui, di giorno, possiamo scegliere di chiudere gli occhi e ignorare quel lager a cielo aperto. Per riaprirli, sul fare della sera, e appartarsi con le prostitute nigeriane pagando 5 euro per un rapporto.
Mi sono domandata, per gran parte del tempo, quali siano i confini della responsabilità individuale rispetto a fenomeni più complessi. Rispetto, cioè, a fatti in cui la nostra azione diventa sostanzialmente funzionale al compimento di un disegno che noi ignoriamo in tutto o in parte.
Poi mi sono chiesta, in tutta onestà, come avrei fatto a dormire la notte. Come avrei fatto ad andare comunque avanti mentre – fuori – Christopher, Adama, Thierno, Jenny, Sadat e Aliou, nelle baracche fredde, hanno i piedi in vecchie pantofole ricavate dal bidone dei rifiuti.
La risposta, alla fine, me l’ha data proprio Christopher. “Tu stanotte dormi nel tuo letto, al caldo, a casa tua. Io no. Ora tu racconterai la mia storia. Domani, non la dimenticare.
Metto in moto la macchina. No, non la dimentico.

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Giornalista, caporedattrice del periodico Terre di frontiera. Specializzata in tematiche ambientali. Crede nel cambiamento e nella possibilità di ciascuno di contribuirvi.

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