Lo Stir di Pianodardine
Foto: Lo Stir di Pianodardine // Pellegrino Tarantino

Stir di Pianodardine: Irpiniambiente chiede ampliamento. I cittadini bonifica e delocalizzazione

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La ditta Irpiniambiente spa ha presentato il progetto di ampliamento dello Stir di Pianodardine: si passerebbe da 116.100 tonnellate all’anno di rifiuti a più di 200 mila tonnellate, compreso lo stoccaggio dell’umido. Ma il Comitato Salviamo la Valle del Sabato non ci sta e considera come unico sviluppo possibile la definitiva delocalizzazione con successiva bonifica dell’area.

L’impianto Stir di Pianodardine rappresenta una delle principale fonti di inquinamento per la Valle del Sabato, pertanto non consideriamo meritevole di valutazione positiva qualsiasi progetto di ristrutturazione o riorganizzazione, se non una definitiva delocalizzazione con successiva bonifica dell’area.
Nella Conferenza dei servizi del 10 gennaio 2018 il progetto presentato da Irpiniambiente era stato considerato non meritevole di valutazione, pertanto gli elaborati tecnici proposti risultavano poco credibili nonostante le rassicurazioni relative alla non prevista realizzazione dell’impianto di compostaggio. Le valutazioni espresse dagli enti evidenziavano molteplici e gravi criticità, in particolare la professoressa Maria Laura Mastellone, consulente per la Regione del dipartimento di Scienze e Tecnologie ambientali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” si ritrovava costretta a tenere una vera e propria lezione di progettazione di impianti per trattamento rifiuti. Situazione questa percepita dai presenti molto imbarazzante e umiliante nei confronti dei professionisti e dei rappresentanti legali e amministratori di Irpiniambiente, anch’essi presenti all’incontro.
Le osservazioni prodotte dal Comitato evidenziavano che nella Valle del Sabato debbono essere messe in atto politiche tese ad alleggerire lo stato di inquinamento presente, più volte certificato anche dai rilievi Arpac e, sul quale, il Cnr ha posto l’attenzione.
Le caratteristiche orografiche della valle, e determinate condizioni meteorologiche, impediscono la dispersione degli inquinanti. Ciò rende particolarmente grave la situazione per la salute di una vasta area di popolazione residente. Pertanto avevamo espresso in maniera chiara il nostro parere: nessun ampliamento né strutturale, né organizzativo, né riguardante particolari attività deve riguardare lo Stir di Pianodardine. L’area va risanata e restituita allo svolgimento di attività ecocompatibili, che certamente non devono comprendere il trattamento di rifiuti.

COMITATO E COMUNI SULLA STESSA LUNGHEZZA D’ONDA
Vale la pena ricordare che la posizione di questo Comitato è perfettamente in linea con quanto, esattamente un anno fa (09 gennaio 2017, ndr), i rappresentanti dei Comuni della valle del Sabato – in una riunione congiunta presso il Comune di Montefredane, su proposta del sindaco Tropeano – hanno espresso una netta contrarietà ad ogni ipotesi di ampliamento, chiedendo la delocalizzazione dello Stir e la messa in atto di tutta una serie di interventi tesi al recupero ambientale dell’area. Detti interventi venivano definiti dai rappresentanti dei Comuni: “emergenziali e improcrastinabili”. Si ricorda ai sindaci interessati che quel verbale è successivamente stato trasformato in delibere dei rispettivi Consigli comunali, votate all’unanimità. Pertanto c’è un impegno solenne dei vari consessi civici ad un’opposizione netta ad ogni ipotesi di ampliamento. Tale posizione ci aspettiamo venga confermata in questa sede.
Aggiungevamo, inoltre, che il parere negativo espresso da questo Comitato si fondava anche sulla mancata assunzione dei doveri di istituto in capo alla Ato Rifiuti Irpino, unico soggetto legittimato, nonché abilitato all’iter autorizzativo del progetto, ad assumersi la responsabilità progettuale e delle scelte correlate allo Stir.
In conclusione il Comitato Salviamo la Valle del Sabato chiedeva alla Conferenza dei servizi di escludere categoricamente la possibilità di esprimere un accomodante parere favorevole con eventuali prescrizioni.
Esistono punti di partenza da cui non si può più prescindere quando ci si occupa della Valle del Sabato. Punti di partenza che credevamo essere ormai non più superabili alla luce di quanto espresso in seno al Consiglio comunale di Avellino, a seguito di ampia discussione nel febbraio 2017, all’unanimità.
La valle del Sabato ha già dato in termini di saturazione ambientale ed umana, non esiste più nessuna possibilità di intervenire caricando ulteriormente quello spazio, che forse sfugge a qualcuno, non è solo fisico, ma anche umano e sociale. Concetto che era stato ribadito sempre in Consiglio comunale nel 2014: nessuna nuova concessione, nessun ampliamento sostanziale come richiesto dalla società Irpiniambiente, ma occorre sanare l’esistente non costruire secondo visioni e logiche profondamente mutate in materia di smaltimento dei rifiuti e che hanno come priorità la tutela ambientale, ed i principi della economia circolare. Si sottolineava la necessità di intervenire sulla valle con una seria opera di bonifica e di riqualificare completamente l’area; si invitavano gli enti preposti alla adozione della pianificazione del ciclo integrato dei rifiuti in conformità con quanto previsto dalla legge istitutiva degli Ato, tenendo conto anche e soprattutto dei comuni che si erano resi disponibili per la localizzazione dei nuovi impianti per trattamento dei rifiuti.
La questione è piuttosto semplice: la politica e la buona amministrazione passano per la piena conoscenza di cosa accade nel proprio territorio e non tradiscono le comunità in nome di interessi speculativi, che in futuro hanno poi una serie di effetti e di costi sociali altissimi. Alla cultura dell’intervento successivo preferiamo quella dell’investimento immediato, anche perché troppe volte sacrificati in nome di interessi che ci hanno reso merce di scambio, e non individui che dignitosamente vivono ed hanno il diritto di vivere la propria quotidiana esistenza.
Ci siamo augurati piuttosto di ricevere quanto prima un invito a partecipare ad una nuova Conferenza dei servizi dove venisse proposto da chi di competenza un serio progetto di bonifica dell’area dello Stir, nonché di quelle adiacenti, con definitiva delocalizzazione in altri luoghi delle attività finora svolte.

L’ULTIMA CONFERENZA DEI SERVIZI
Dalla documentazione prodotta per la Conferenza dei servizi di lunedì 9 aprile, viene ancora confermato un approccio molto superficiale al problema da parte di Irpiniambiente, perché in realtà di questo si tratta, di un problema di un’azienda che mira ai propri interessi imprenditoriali lasciando in secondo piano i problemi della salute e del territorio.
A questa società vorremmo ricordare che la nostra Costituzione, con l’articolo 41, chiarisce che l’attività imprenditoriale non deve essere solo regolata dalle leggi ma anche orientata all’utilità sociale, “in modo da non arrecare alcun danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana”.
La legge regionale n.14 del 2016 ha completamente superato la fase della cosiddetta provincializzazione dei rifiuti e che il nuovo modello organizzativo, in attuazione peraltro di quanto disposto dal Codice dell’Ambiente, ha attribuito le relative competenze ai Comuni, che poi debbono gestirle in maniera associata, attraverso gli enti d’ambito. È proprio la legge n.14 che prevede la cessazione delle funzioni per tutte le società provinciali. Non credo si debba riportare l’articolo 40 della legge regionale, sarebbe evidentemente offensivo da parte nostra. Appare quindi evidente che Irpiniambiente non è legittimata a presentare alcun progetto di ampliamento sostanziale.
In tal senso appare opportuno sottolineare altresì quanto riportato nei punti di risposta al rapporto tecnico istruttorio dell’Università, per i quali si rimanda alle conclusioni riportate nella relazione tecnica integrativa dei tecnici consulenti di Irpiniambiente: “[…] l’azienda, infine, così come già indicato negli elaborati tecnici, si doterà di apposite procedure interne atte alla definizione delle best practies da adottare al fine di individuare le corrette modalità di gestione operativa da adoperare in fase di esercizio.” Quindi solo ed esclusivamente buone intenzioni, per noi inutili chiacchiere per niente credibili e soprattutto mortificanti nei confronti di cittadini già tanto provati ma di sicuro non rassegnati.
Al momento un progetto confuso del quale ci sfuggono le modalità di stoccaggio dei rifiuti pericolosi. Da un esame del progetto si passa dai 116.100 tonnellate all’anno di rifiuti in ingresso, precedentemente autorizzate, a più di 200 mila tonnellate, compreso lo stoccaggio dell’umido. Quindi come dichiarato dalla stessa società, alla presentazione del progetto, un ampliamento sostanziale.
La frazione umida che dovrebbe essere stoccata in cassoni a tenuta stagna viene invece accumulata all’interno di capannoni con le solite problematiche di esalazioni maleodoranti. Tutti i capannoni dovrebbero lavorare in condizione di depressurizzazione. Non c’è, invece, nessuna traccia di ciò e, cosa gravissima, sono previste tettoie all’aperto per stoccare i rifiuti, cosa che non dovrebbe essere consentita nemmeno in aperta campagna. Lo studio della dispersione degli odori mette in evidenza come una vasta area del territorio circostante può essere coinvolta. Il progetto prevede il raddoppio del consumo di energia elettrica proprio a dimostrazione dell’ampliamento di attività. Non si capisce come i numerosi e diversi codici che intendono farsi autorizzare possano poi corrispondere ad una corretta e non caotica metodica di stoccaggio. Ci si chiede ad esempio che senso abbia l’attuale Conferenza dei Servizi, se non si è ancora compiuta alcuna attività istruttoria relativamente alla concessione del permesso di Costruire, atto necessario per poter discutere di qualsiasi altra attività immaginata in quei luoghi, dalla fervida fantasia dei nostri amici.
Si rafforza dunque in noi il convincimento che quanto si vuole realizzare non solo non è compatibile col contesto urbano in cui insiste lo Stir, ma non sarebbe realizzabile nemmeno in una landa desolata. L’impianto rappresenta già così com’è una delle principali fonti di inquinamento per la Valle del Sabato: il lezzo insopportabile che avvertiamo continuamente ne è la chiara dimostrazione. Pertanto non consideriamo meritevole di valutazione positiva nessun progetto di ristrutturazione e ampliamento, se non una definitiva delocalizzazione con successiva bonifica dell’area.
Facciamo di nuovo appello allo studio del Cnr, commissionato dalla Provincia di Avellino e costato 50 mila euro di soldi pubblici. Tale studio evidenzia la particolarità del territorio in cui gli inquinanti non si disperdono, ma ristagnano. Il Cnr invitava a monitorare in continuo l’area e a minimizzare gli impatti. A seguito dello studio la Provincia, l’Asi, diversi Comuni e Irpiniambiente firmarono nel 2010 un Protocollo d’intesa e si impegnarono ad operare per ridurre l’inquinamento nella valle. Auspichiamo, insomma, che quanto già deciso non venga sconfessato dai soggetti istituzionali presenti al tavolo.

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