Incendio alla Raffineria di Gela (Gazzetta del Sud)
Foto: Incendio alla Raffineria di Gela // Gazzetta del Sud

Gela e il non luogo a procedere

in Gela profonda di

In attesa delle motivazioni che verranno rese note dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Gela, con un “non luogo a procedere” sono cadute le accuse mosse nei confronti di tredici imputati, tutti ex manager del gruppo Eni, tecnici e responsabili dell’allora impianto cloro-soda della fabbrica di contrada Piana del Signore. E gli altri procedimenti aperti?

Attivato nel 1971, e poi dismesso nel 1994, il reparto cloro-soda di Gela – battezzato ”impianto killer” – ha mietuto vittime su vittime tra gli ex lavoratori. Tutti gli imputati erano accusati dell’omicidio colposo dell’operaio Salvatore Mili, morto dopo venticinque anni di servizio in raffineria e affetto da mieloma multiplo. Il giudice dell’udienza preliminare, Paolo Fiore, ha emesso il proprio verdetto che, in questo modo, non ha accolto le richieste giunte dai pm della Procura e dai legali della famiglia dell’operaio, che invece avevano spinto per il rinvio a giudizio.
L’assoluzione è stata pronunciata nei confronti di Antonio Catanzariti, Giovanni La Ferla, Pasqualino Granozio, Gregorio Mirone, Giancarlo Fastame, Giorgio Clarizia, Ferdinando Lo Vullo, Giuseppe Genitori D’Arrigo, Francesco Cangialosi, Arturo Borntraeger, Giovanni Calatabiano, Giuseppe Farina e Salvatore Vitale. Per i magistrati della procura, avrebbero omesso di adottare tutte le misure idonee ad evitare l’esposizione di Mili, e degli altri dipendenti in servizio all’impianto cloro-soda, a pericolose esalazioni ma anche al mercurio, all’acido solforico, al cloro e al benzene. I figli e i nipoti di Salvatore Mili erano tutti costituiti parte civile con gli avvocati Joseph Donegani, Emanuele Maganuco e Dionisio Nastasi. Chiedevano un risarcimento di due milioni di euro ciascuno.

UNA BATTAGLIA PER AVERE CERTEZZE GIUDIZIARIE
Da anni, Orazio Mili, figlio dell’operaio morto, porta avanti la sua battaglia per cercare di avere certezze, soprattutto giudiziarie, rispetto alle cause che hanno portato alla morte del padre, avvenuta dopo una vera e propria via crucis sanitaria. Il giudice dell’udienza preliminare sembra aver escluso un collegamento tra la morte del lavoratore del cloro-soda e le posizioni ricoperte nel tempo dagli imputati. Un legame messo in discussione, invece, dai legali di difesa che hanno chiesto proprio il ”non luogo a procedere”.
La vicenda di Salvatore Mili è stata l’unica ad arrivare davanti al giudice dell’udienza preliminare dopo un lungo incidente probatorio che aveva, invece, riguardato anche altri ex lavoratori di quell’impianto, morti o comunque affetti da gravissime patologie.
”Su centoventi operai di quel maledetto impianto – dice proprio Orazio Mili – ad oggi contiamo trentasei decessi. Chi è riuscito a sopravvivere, in molti casi, deve fare i conti con gravi patologie. Non conosciamo, inoltre, lo stato di alcuni ex operai che, oggi, non vivono più in città. Noi cercheremo comunque di arrivare alla verità. Leggeremo le motivazioni che verranno depositate dal giudice dell’udienza preliminare, ma andremo avanti perché abbiamo atti e documenti che sono chiari.”
Orazio Mili è tra i fondatori del Comitato familiari vittime dell’impianto cloro-soda. Per anni è stato chiesto di fare luce su quanto accadeva ai lavoratori esposti a sostanze ed esalazioni pericolosissime. Un’azione, anche mediatica, che è servita sul fronte di una vasta indagine penale. Il verdetto del gup, però, non convince né la famiglia Mili né i legali che l’assistono. Una vasta indagine come quella alla base di un altro maxi procedimento penale, però al momento rimasto al palo.

IL PROCESSO PER DISASTRO AMBIENTALE INNOMINATO
Nel corso dell’udienza preliminare del processo contro ventitré tra manager e tecnici delle società Eni attive in città, è arrivato un brusco stop. Tra le accuse mosse c’è quella di disastro ambientale innominato. Gli atti, però, sono tornati ai pubblici ministeri della Procura. Il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Gela ha accolto le eccezioni sollevate dai difensori di tutti gli imputati. Sono risultate nulle, infatti, le notifiche degli avvisi di conclusione indagine con le relative richieste di rinvio a giudizio. Eccezioni che erano state sollevate proprio dai difensori degli imputati. Alla fine è risultata irregolare anche la notifica ai legali della società Raffineria di Gela spa.
Le accuse vengono contestate a Giuseppe Ricci, Battista Grosso, Bernardo Casa, Pietro Caciuffo, Pietro Guarneri, Paolo Giraudi, Lorenzo Fiorillo, Antonino Galletta, Renato Maroli, Massimo Barbieri, Luca Pardo, Alfredo Barbaro, Settimio Guarrata, Michele Viglianisi, Rosario Orlando, Salvatore Losardo, Arturo Anania, Massimo Pessina, Enzo La Ferrera, Marcello Tarantino, Gaetano Golisano ed Emanuele Caiola. Quindi, si fa retromarcia e sarà necessaria una nuova fase di notifica dei relativi avvisi. Si tornerà davanti al gup il prossimo 11 ottobre.

LE PARTI CIVILI: LAVORATORI DELL’INDOTTO E AGRICOLTORI
Decine di parti civili avevano già depositato le rispettive richieste di costituzione. Oltre cinquanta lavoratori dell’indotto Eni, esponenti della sezione locale dell’Osservatorio nazionale amianto, hanno chiesto di costituirsi attraverso i legali Lucio Greco e Davide Ancona. Tra le parti civili che avrebbero subito danni dalle emissioni degli impianti Eni ci sono molti agricoltori, compresi quelli della vicina Niscemi, rappresentati dall’avvocato Francesco Spataro. Richieste di costituzione sono state depositate dai legali Joseph Donegani, Salvo Macrì e Antonino Ficarra nell’interesse delle associazioni Aria Nuova e Amici della Terra. Tra i danneggiati, inoltre, ci sono altri lavoratori e operatori agricoli, rappresentati dai legali Nicoletta Cauchi, Emanuele Maganuco, Tommaso Vespo, Enrico Aliotta, Giovanna Cassara, Maurizio Scicolone, Enrico Aliotta e Salvatore Vasta. Il Comune era in giudizio con l’avvocato Dionisio Nastasi. Regione e ministero dell’Ambiente, invece, puntavano alla costituzione con il legale Giuseppe Laspina. Ovviamente, data la nullità delle notifiche, anche le richieste di costituzione di parte civile decadano e dovranno essere eventualmente riformulate. Un passo falso inatteso, soprattutto perché questa viene ritenuta dai pm della Procura come la vera e propria indagine madre sui presunti danni ambientali causati dal gruppo Eni sull’intero territorio di Gela. La stessa multinazionale che, comunque, non sembra voler mollare il business in città.

LA GREEN REFINERY
Tra polemiche, posti di lavoro persi e tanta incertezza, sono in fase di avvio i cantieri della nuova ”green refinery”, ultimo passaggio nella riconversione che porterà Eni a mutare – radicalmente – la linea produttiva, dando priorità a carburanti ”sostenibili”. Il ministero dell’Ambiente ha rilasciato, con relativo decreto, tutte le autorizzazioni necessarie. I vertici di Eni ribadiscono che la conclusione dei lavori dovrebbe arrivare entro il mese di giugno del 2018. Claudio Descalzi, amministratore delegato della multinazionale di San Donato Milanese, davanti ai parlamentari della Commissione attività produttive della Camera dei deputati aveva comunicato che l’iter autorizzativo si sarebbe dovuto chiudere entro fine luglio.
”La firma del decreto è un elemento fondamentale per completare la trasformazione verde della raffineria – si legge in una nota ufficiale dell’azienda – e rappresenta un ulteriore passo avanti nella realizzazione delle attività previste nel Protocollo del 2014. La prima fase del progetto di riconversione della raffineria di Gela, che comprendeva le attività di adeguamento degli impianti esistenti era stata avviata nell’aprile 2016. La costruzione del nuovo impianto di produzione idrogeno Steam Reforming, per il quale sono state portate avanti tutte le attività preliminari, rappresenta la svolta per avviare la produzione entro il giugno 2018 e consentire entro il 2019, con il completamento anche del secondo nuovo impianto di pretrattamento delle biomasse, l’utilizzo delle materie prime di seconda generazione composte dagli scarti della produzione alimentare, che comunque sarà possibile lavorare in piccole percentuali anche nella prima fase.”
Da risolvere rimane soprattutto il buco occupazionale dell’indotto, che ha risentito di una lunga fase di stasi. A Gela, Eni, tra aule di tribunale, morti sospette e soldi da investire, continua a dettare la linea.

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