Borgo Mezzanone
Foto: Via d’uscita dal ghetto di Borgo Mezzanone // Emma Barbaro

Quello di Omar Jallow è stato un arresto politico?

/ 1:38 pm in Terre di migranti di

A distanza di diversi mesi la vicenda di Omar Jallow, il ragazzo gambiano arrestato nell’ottobre scorso nel ghetto di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, continua a far discutere. E non perché il suo caso sia particolarmente controverso da un punto di vista giudiziario. Ma perché le circostanze del suo fermo, le sue modalità – Omar viene ammanettato alla ruota di un’auto d’ordinanza della Polstrada – la rivolta che, scorrendo le pagine di tutte le testate nazionali, ne sarebbe nata e che avrebbe portato ben cinquanta migranti a picchiare ferocemente i due operatori di polizia giudiziaria, hanno fatto discutere. Dividendo e, talvolta, aizzando l’opinione pubblica contro dei ragazzi che, colpevoli oppure no – questo, in punta di diritto, non è mai stato effettivamente accertato – non hanno mai avuto veramente l’opportunità di essere ascoltati dalle istituzioni per ribadire la propria versione dei fatti. Oggi, con atti giudiziari alla mano e con nuovi risvolti umani, siamo in grado di offrirvi una visione in più. Una prospettiva che, probabilmente, sarà strumentalizzata in ogni caso. Ma che speriamo possa comunque contribuire a una riflessione seria e ponderata sul clima di esasperazione politica che si respira in questo Paese. Il nostro. Ma, fino a prova contraria, anche il loro. E, ancora per qualche giorno, anche quello di Omar.

Ripercorriamo brevemente i fatti. Il 5 ottobre scorso, dopo un rocambolesco inseguimento conclusosi nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, due agenti della Polstrada di Cerignola arrestano il gambiano Omar Jallow, reo di non essersi fermato a un posto di blocco. In prima istanza Omar viene accusato di resistenza a un pubblico ufficiale e di lesioni personali aggravate in concorso con altri. Tutte accuse che, già nel primo grado di giudizio, si dimostrano piuttosto deboli. Il gambiano, infatti, incensurato al momento dell’arresto (nel linguaggio giuridico la definizione indica chiaramente che l’imputato non ha precedenti penali, ndr), sconta quattro mesi di reclusione per il solo reato di resistenza a un pubblico ufficiale (ex articolo 337 del codice penale, ndr). Il giovane viene scarcerato il 27 febbraio scorso. Ma la sua libertà dura ben poco. Dopo circa una settimana, infatti, il 6 marzo 2019 viene fermato e prelevato dalle forze dell’ordine per essere portato presso gli uffici della Questura di Foggia. Da lì, viene immediatamente trasferito presso il Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza. Sul suo capo pende un’espulsione firmata dal Prefetto di Foggia ma stabilita, a tavolino, già diversi mesi prima. Quando Omar, cioè, è diventato suo malgrado un caso nazionale. Quando, per essere chiari, ben prima dell’accertamento dei fatti, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con un tweet rende il giovane il primo caso applicativo del decreto Sicurezza.
«In provincia di Foggia – ha scritto il ministro – una pattuglia della Polizia è stata aggredita a calci e pugni da un gruppo di richiedenti asilo per un semplice controllo ad un 26enne gambiano, in Italia per motivi umanitari, che non si era fermato al posto di blocco. Questo signore è stato arrestato, mentre due operatori sono finiti all’ospedale per le ferite riportate. Grazie al nuovo Decreto Sicurezza, questi balordi torneranno al loro Paese! Anche per loro, la pacchia è finita.»
Il 9 marzo 2019, infine, Omar Jallow torna in libertà. Per decisione del giudice di pace competente non gli viene convalidato il trattenimento presso il Cpr di Palazzo San Gervasio. E dunque, su ordine del Questore, dovrà lasciare l’Italia entro sette giorni.

DENTRO AI FATTI: LA RICOSTRUZIONE DEL TRIBUNALE
È il 9 ottobre 2018. Presso il Tribunale di Foggia – I Sezione Penale – si svolge l’udienza relativa al processo a carico di Omar Jallow. Il giudice monocratico è la dottoressa Flavia Accardo. Il difensore di fiducia di Omar è, invece, l’avvocato Nicola Totaro. All’imputato, come abbiamo anticipato, vengono contestati i delitti di cui agli articoli 337 del codice penale (resistenza a un pubblico ufficiale, ndr), 110 (pena per coloro che concorrono nel reato, ndr), 582 (lesioni personali, ndr), 585 (circostanze aggravanti, ndr). In prima istanza il pm, la dottoressa Tagliaferri, chiede 3 anni e 4 mesi di reclusione. L’avvocato difensore, invece, invoca il minimo della pena e i benefici di legge per la sola violazione dell’articolo 337 del codice penale, considerando anche lo stato di incensuratezza dell’imputato, e l’assoluzione per i reati di lesioni personali aggravate e concorso in reato.
Leggiamo, direttamente dal dispositivo della sentenza, i risultati probatori.
«Il 5 ottobre 2018 il personale del distaccamento della Polstrada di Cerignola stava procedendo a un servizio di pattugliamento anticaporalato. Alla vista dell’odierno imputato, alla guida di un’auto a velocità sostenuta sulla S.P. 75, nei pressi del Km 13, il Sovr. C. Caggiani ha intimato l’alt con la paletta di istituto al fine di un controllo. Il cittadino straniero ha avuto paura del controllo (per sua stessa ammissione), in quanto l’auto (acquistata poco tempo prima per potersi recare in campagna a lavorare) era sprovvista di assicurazione; pertanto è scappato. È possibile che egli si sia dato alla fuga anche per timore di essere trovato con un permesso di soggiorno scaduto. La sua condotta però», si legge ancora nel dispositivo, «sin da subito, non si è limitata alla fuga dal momento che, aumentando la velocità, ha quasi investito il Sovr. Caggiani il quale è rimasto illeso solo per essersi gettato a bordo strada alla vista dell’accelerazione. Ne è seguito un vero e proprio inseguimento in auto, con dispositivi sonori e visivi inseriti, durante il quale l’imputato ha cercato più di una volta di speronare l’auto di istituto per mandarla fuori strada. Infine, dopo aver svoltato in una strada sterrata, egli è giunto fino a una baraccopoli, dove ha rischiato di investire alcuni cittadini extracomunitari e ha distrutto una baracca. A questo punto», prosegue, «Jallow ha cercato di proseguire la propria fuga a piedi ma è stato bloccato dall’Ass. G. C. Amelio in quale lo ha afferrato dalle gambe, così che entrambi sono caduti a terra su un terreno pieno di cocci di vetro e lamine di metallo. Proprio a causa di tali rottami e vetri, Jallow (il quale indossava una t-shirt con maniche corte) è rimasto ferito a un braccio (ciò si evince dalle stesse dichiarazioni dell’imputato, su domanda specifica, essendo giunto in udienza con un braccio fasciato). Ne è seguita una colluttazione a terra con l’Ass. C. Amelio, in particolare Jallow ha cercato di strangolarlo per costringerlo ad allentare la presa, cosa che ha determinato l’intervento anche del Sovr. Caggiani. Il contatto fisico tra lo straniero e la p.g. (polizia giudiziaria, ndr), in ogni caso, si è limitato alle sole percosse e infatti né il verbale d’arresto, né le annotazioni di p.g. fanno riferimento a lesioni provocate dall’imputato durante tale contatto fisico. Inoltre le lesioni (degli agenti, ndr) ai testicoli, al braccio e al naso descritte dai referti medici in atti, non sono compatibili con le percosse descritte nel verbale di arresto.»

COSA ACCADE NEI MOMENTI SUCCESSIVI?
Ma veniamo al momento successivo, particolarmente importante. «All’esito di tale colluttazione, durata alcuni minuti, la p.g. è riuscita a bloccare Jallow e a trascinarlo fino all’auto di istituto ammanettandolo per un polso. Tale ricostruzione del contatto fisico tra lo straniero e la p.g. è altamente verosimile dal momento che, sebbene l’imputato sia particolarmente magro, è dotato di una struttura fisica e di un’altezza (quasi due metri) che rende verosimile la necessità di una vera e propria colluttazione a tre (due operanti di p.g. contro l’arrestato) per poterlo bloccare.»
Da notare che, fino a questo momento, dagli atti processuali e dal verbale di polizia giudiziaria trascritto, non risulta che qualcuno dei migranti presenti al momento dell’arresto di Omar sia intervenuto per impedirne od ostacolarne l’arresto. Omar, infatti, risulta essere già stato ammanettato. Ma proseguiamo nella lettura del dispositivo. «A questo punto, dopo l’arresto, sono sopraggiunti numerosi stranieri, incuriositi dalla scena dell’arresto. Si è subito venuto a creare un clima di elevata tensione, tanto che alcuni stranieri sopraggiunti hanno colpito la p.g. con calci e pugni per consentire all’arrestato di scappare, mentre altri hanno lanciato uova e vari oggetti. In tale contesto sono sopraggiunte persone incappucciate, anche armate di coltelli da cucina che, a volto coperto, hanno aggredito la p.g. operante, lanciando bottiglie di vetro e colpendola con calci e pugni. In particolare l’Ass. C. Amelio è stato colpito in pieno volto con un calcio da una persona rimasta ignota, procurandosi la frattura del setto nasale. Analogamente Caggiani si sarebbe procurato lesioni ai testicoli, allo sterno, ai polpacci e alle caviglie. La situazione è divenuta talmente grave che è stato necessario far intervenire altri due equipaggi di polizia giudiziaria che sono riusciti a sedare i facinorosi, soccorrere la p.g. ferita e ad assicurare l’arrestato nell’auto di servizio. Sentito in udienza di convalida, sebbene sia stato sollecitato più volte a spiegare la dinamica dei fatti, l’imputato non ha fornito altra spiegazione se non quella di essere scappato perché sprovvisto dell’assicurazione e di non sapersi spiegare come si siano svolti gli eventi in quanto, una volta caduto a terra, egli non ha più compreso come si sarebbero evoluti i fatti.»

LE DICHIARAZIONI ISTITUZIONALI
Sul caso, come vi abbiamo già anticipato, sono intervenute a più livelli tutte le istituzioni dello Stato. In primis, il Sindacato Autonomo di Polizia (SAP) che si è affrettato a liquidare la vicenda come una vile aggressione di cinquanta migranti ai danni di due agenti di polizia giudiziaria nello svolgimento delle proprie attività. Cui ha fatto eco, immediatamente, il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Successivamente alla pubblicazione dei video, che Terre di frontiera ha mostrato integralmente, è intervenuto in prima persona anche il Questore di Foggia Mario Della Cioppa. Che, raggiunto dai microfoni della testata giornalistica FoggiaToday, ha puntualizzato che Omar Jallow, al momento del fermo è risultato «privo di patente, senza revisione né assicurazione (alla macchina, ndr) e con precedenti penali specifici.»
Della Cioppa ha inoltre dichiarato, in riferimento ai video pubblicati e alla dinamica dei fatti che «si tratta di una documentazione parziale, perché si riferisce alla fase finale di una attività di polizia che è durata molto più a lungo di una manciata di minuti. Un’attività che (dopo il posto di blocco al quale Omar non si sarebbe fermato, ndr) è proseguita con inseguimento durato alcuni km, con picchi fino a 140 km/h e con speronamenti all’auto di servizio fino all’ingresso nella cosiddetta ‘Pista’. È qui che l’auto del 26enne Omar Jallow si è schiantata contro un manufatto ed è qui che il gambiano è stato bloccato dalla polizia. Ma è riuscito a liberarsi con spinte e calci per fuggire a piedi, ancora inseguito dai due operatori, che lo hanno placcato mentre continuava a dimenarsi. È in questa fase di placcaggio, ovvero quando gli operatori hanno ammanettato l’uomo ad un solo polso, che c’è stato un accerchiamento da parte di decine e decine di immigrati non documentato dai video. In questa seconda fase, ovvero durante l’accerchiamento, decine di immigrati hanno partecipato al tentativo di liberare il ragazzo con spintoni, calci e pugni nei confronti dei poliziotti. Ma tutto ciò non c’è nel video.»
Il tasto ‘Rec’, dunque, sarebbe stato schiacciato subito dopo. «Quando gli operatori», dichiara il Questore, «fra strilli e spintoni, riescono a ri-bloccare il ragazzo e a portarlo con una manetta verso l’auto di servizio. Qui inizia il video: si vedono gli operatori impegnati ad ancorare, per sicurezza, l’arrestato alla ruota dell’auto di servizio (perché era l’unico caposaldo) per non farlo fuggire nuovamente. In questa fase non si evince l’aggressione, ma la concitazione dovuta ai tentativi di spingere via l’arrestato. In queste circostanze, la modalità operativa prevista è l’ammanettamento. Ma in quella condizione, con centinaia di persone che ti pressano, ti spingono, ti hanno anche tirato calci e pugni per liberare la presa del soggetto, è chiaro che usi l’estremo rimedio che, se vogliamo, è stato anche ‘intelligente’: ovvero ancorare l’arrestato all’unico punto fermo presente.»
Cioè la ruota dell’auto di servizio. «Qui la situazione», conclude, «è più distesa perché erano intervenuti altri 12 agenti tra Reparto Prevenzione Crimine e Stradale per creare una ‘bolla’ di sicurezza.»
Per chiudere il cerchio, va tenuto conto che il 15 ottobre 2018 si è svolta a Foggia una conferenza stampa alla quale hanno partecipato nell’ordine: il Segretario generale aggiunto del Sap Gianni Tonelli, attualmente parlamentare nel gruppo Lega-Salvini Premier e gli onorevoli del medesimo gruppo parlamentare Rossano Sasso e Anna Rita Tateo. Per la precisione, i parlamentari leghisti hanno incontrato i due agenti feriti nella baraccopoli di Borgo Mezzanone alla presenza della segreteria provinciale Sap e, successivamente, anche il Questore Della Cioppa.

I DUBBI E IL RICORSO IN APPELLO
A questo punto, vi chiediamo la pazienza di osservare attentamente i video che sono stati inviati alla nostra redazione all’indomani dell’accaduto. A cui si aggiungono le testimonianze visive inviate dal comitato “Campagne in lotta” alla redazione di FoggiaToday. Perché, nelle immagini iniziali – ben prima che il giovane fosse assicurato con una delle manette all’auto di servizio della Polstrada – si vede perfettamente Omar ammanettato al polso di uno dei due agenti. E si vede, altrettanto bene, il nutrito gruppo di migranti che cercano di strattonarlo.
Fatto questo, vi chiediamo di rileggere i risultati probatori agli atti del Tribunale di Foggia e la dinamica degli eventi ricostruita dal Questore Della Cioppa.
Sulla base di tutto questo, ci siamo chiesti: quando si è verificata esattamente l’aggressione ai poliziotti? In che modalità? E perché le dichiarazioni pubbliche rese dal Questore Della Cioppa non combaciano perfettamente con i risultati probatori – che si basano principalmente sulle dichiarazioni rese dai due agenti e sui verbali da loro redatti – messi nero su bianco dal Tribunale di Foggia? Eppure il Tribunale ritiene la ricostruzione degli eventi altamente verosimile.
Per dovere di cronaca va sottolineato che, fino a quel momento, nessuno aveva raccolto le testimonianze degli altri testimoni oculari della vicenda. Lo abbiamo fatto noi. E, successivamente, sulla base dei nostri articoli, lo ha fatto anche il difensore di Omar Jallow, l’avvocato Nicola Totaro. Che, nell’atto di appello, ha depositato come prove documentali i nostri scritti e ben due investigazioni difensive redatte sulla base delle dichiarazioni rilasciate da due migranti che vivono sulla ex Pista di Borgo Mezzanone. Ascoltati dall’avvocato come persone informate sui fatti, T.D. e A.G. raccontano una dinamica totalmente differente. La riprenderemo nei passaggi salienti.

LE INVESTIGAZIONI DIFENSIVE
T.D., testimone oculare di tutto l’accaduto, racconta: «Lui (Omar, ndr) voleva uscire per andare a Borgo Mezzanone (il paese, ndr) ma per uscire (dalla ex Pista, ndr) e andare di là e andare a Borgo Mezzanone si vede da 1 km, si vede è tutto tipo deserto, si può vedere da lontano. […] Lui è partito e dopo neanche un minuto da lontano si vede la polizia. Loro sempre si mettono là, proprio vicino, e girano per beccare amici (gli altri migranti “ospiti” della baraccopoli, ndr) che hanno le macchine e che non sono regolari, o che non hanno documento, o la patente, o macchine rubate. Capito! Poi lui (sempre Omar, ndr) ha visto la polizia da lontano si è voluto girare sulla strada e loro (gli agenti, ndr) hanno pensato che questo forse sta scappando da noi, e allora loro hanno inseguito fino da noi, sono entrati nella baraccopoli e lo hanno inseguito proprio vicino fino a dove lui si è voluto fermare per scappare e per lasciare la macchina. Loro subito lo hanno beccato e buttato a terra.»
Dunque, stando a quanto ha dichiarato T.D., Omar Jallow non avrebbe tentato né di investire uno dei poliziotti né di speronare l’auto d’ordinanza. Ma andiamo avanti.
«Omar», prosegue il teste, «non ha mai cercato di investire un poliziotto. No, non ha cercato…perché lui subito li ha visti da lontano, da distanza e ha capito che quelli là sono poliziotti, e a lui la macchina manca di regolarità e si è voluto girare. Loro lo hanno inseguito e appena è arrivato nelle baracche lui ha voluto lasciare la macchina, come ti ho detto prima, per scappare. Cioè è meglio perdere la macchina che essere beccato, cioè di esser portato in carcere o da qualche altra parte. Quando loro lo hanno inseguito proprio vicino lui ha visto che non ha… ha voluto fermare la macchina e aprire la porta per scappare, poi loro siccome erano proprio vicino a lui subito lo hanno beccato, lo hanno buttato a terra e un poliziotto gli ha messo la gamba sul collo suo.»
L’avvocato a questo punto chiede se Omar abbia alzato le mani sui poliziotti nel tentativo di divincolarsi e fuggire. T.D. risponde deciso: «No! No, mai, né Omar né altri. Mai nessuno ha alzato le mani sui poliziotti. Nessuno!»
Dichiarazioni che corrispondono, in toto, a quelle dell’altro teste, A.G. Che, intervenuto sul luogo dell’arresto durante la colluttazione tra Omar Jallow e gli agenti di polizia giudiziaria, ribadisce: «Nel momento in cui lo hanno buttato a terra, uno ha messo il ginocchio vicino alla gola e uno ha messo i piedi sulle gambe.»
L’avvocato a questo punto gli chiede se i migranti presenti avessero protestato per l’arresto. A.G. risponde: «Abbiamo protestato perché hanno detto questo che non è giusto e che non si deve trattare male così, veramente si sono un po’ arrabbiati, (si) sono arrabbiati per come lo hanno trattato Omar. Nessuno ha alzato le mani. Nessuno!»

LE PRESSIONI MINISTERIALI SUL CASO
Facciamo delle premesse doverose. Che speriamo, tuttavia, non vengano strumentalizzate ad hoc. Noi crediamo fermamente nell’attività dello Stato. Anche quando quell’attività si caratterizza per i suoi metodi repressivi ed è protesa ad accertare che i malviventi – di qualsivoglia condizione, genere o etnia – vengano assicurati alla giustizia. Crediamo nella legge. E siamo fermamente convinti che l’antico brocardo ciceroniano “Omnes legum servi sumus ut liberi esse possimus” (Tutti siamo servi delle leggi per poter essere liberi, ndr) sia valido sempre e comunque. E, soprattutto, per tutti. Tuttavia, non possiamo fare a meno di constatare che il caso mediatico montato attorno alla vicenda di questo ragazzo – che, vale la pena ricordarlo, ha già scontato la propria pena detentiva per resistenza a un pubblico ufficiale (ex articolo 337 c.p.) – ha assunto una portata enorme. Macchiando, in primo luogo, quel garantismo “fino a sentenza passata in giudicato” che da più parti si invoca se il reo spara a un malfattore colto in flagrante nell’atto di rubare in un’azienda, ma che poi si tende a dimenticare se quello stesso colpevole non appartiene alla categoria del “prima gli italiani”. Colpendo, in secondo luogo, indiscutibilmente quel diritto a un’informazione sana, non strumentale, che accerta fatti e fonti con meticolosità.

TRA RIFUGIATI POLITICI E RIFUGIATI DELL’INFORMAZIONE
Ha forse ragione il Comitato “Campagne in lotta” quando dichiara pubblicamente che quello di Omar Jallow è stato un arresto politico? E soprattutto, al giorno d’oggi, esistono ancora i prigionieri politici? Saremmo tentati di escluderlo per non essere tacciati di un malsano revisionismo storico. E per non dover pensare, soprattutto, che c’è chi arriva sulle coste italiane per trovare rifugio politico dalle vessazioni che subisce nel proprio Paese d’origine per ritrovarsi, in una sorta di contrappasso, a viverle nel nostro. Eppure, in questo caso, tutto ci porta a pensare che quello di Omar Jallow più che un caso giudiziario sia un caso politico. Anche perché persone decisamente informate sui fatti, in via del tutto confidenziale, ci hanno dichiarato che nell’aula del tribunale in cui è stato stabilito che il trattenimento di Omar non dovesse essere convalidato – e che dunque Omar, come vi abbiamo anticipato all’inizio, su ordine del Questore dovrà lasciare l’Italia entro 7 giorni – si sono fatte ben percepire le pressioni ministeriali sul caso.
E allora, qualcosa in più dobbiamo dirla. È nostro diritto ma, soprattutto, nostro dovere. Perché è vero che la legge – quando c’è – si applica sempre, a prescindere dall’empatia che si può provare o meno nei confronti di un essere umano che comunque ha commesso un errore. Ma è vero pure che la giustizia, quella vera, si fa nei tribunali. E solo nei tribunali. Valutando atti, documenti, circostanze, attenuanti. È il principio, piuttosto elementare, di divisione dei poteri. E il nostro, fino a prova contraria, è ancora uno Stato di diritto.
Allora ci chiediamo: Omar Jallow è forse l’agnello da sacrificare sull’altare della propaganda? È l’utile strumento per affermare la ben nota linea governativa in materia di espulsioni? E tra qualche giorno, quando Omar dovrà abbandonare l’Italia, sarà l’immagine in bella posta da rilanciare sui social per ribadire che «la pacchia è finita, ora si passa dalle parole ai fatti?»
Noi non crediamo nel mito del “buon selvaggio” a tutti i costi. Siamo convinti che l’essere umano, fallace per natura, se sbaglia debba pagare in proporzione al proprio errore. A prescindere dal colore della propria pelle. Ma, sulla base dei fatti, siamo anche sicuri che la buona politica – di destra e di sinistra – sia quella che non si lascia trasformare in tifoseria da stadio per restare ciò che è per sua natura: scienza e arte di governare. Del resto, tifiamo per lo Stato di diritto e per la giustizia. Né per il cacciatore, né per la lepre.

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Giornalista, caporedattrice del periodico Terre di frontiera. Specializzata in tematiche ambientali. Crede nel cambiamento e nella possibilità di ciascuno di contribuirvi.

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