Centro olio Tempa Rossa Maire Tecnimont
Foto: Centro olio Total di Corleto Perticara // Maire Tecnimont

Le ombre rosse Total sul profondo Sud

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La Regione Basilicata blocca la messa in produzione del progetto Tempa Rossa e la Total pubblica i monitoraggi ambientali, mentre i lavoratori dell’indotto petrolifero ricevono le lettere di licenziamento. A Taranto un referendum chiede l’annessione alla Basilicata. Un reportage sulle rotte del petrolio che dalla Basilicata arriverà in Puglia.

La storia non è quella del celebre film del 1939 diretto da John Ford, della diligenza che attraversa il territorio indiano degli Apache scesi sul piede di guerra contro i colonizzatori del “nuovo mondo”. Ma gli scenari potrebbero prestarsi anche per un film western, magari all’italiana. Questi paesaggi si trovano all’interno del profondo Sud, nella Lucania arcaica popolata in passato dagli indigeni enotri e lucani, sloggiati dai siti archeologici e dalle tombe da archeologi locali, chiamati a fare il lavoro sporco di cancellare la memoria dei luoghi.
Il Centro olio della Total, sorto nell’ambito del progetto Tempa Rossa sul versante lucano, è un grande impianto petrolchimico nascosto tra le montagne. Si trova tra i paesi di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione. Piccole comunità che si spopolano, che circondano l’area divenuta sede di discariche di fanghi (alcune illegali in campi agricoli risalgono a qualche decina di anni fa e non ancora bonificate), piattaforme petrolifere, gasdotti e oleodotti.
È questa la Valle del Sauro attraversata da un torrente dove si prevede di sversare i reflui petroliferi, dopo averli depurati. Ma per raggiungere gli impianti e i pozzi bisogna percorrere tortuosi tratturi di montagna, oggi trasformati, allargati a dismisura e asfaltati per permettere il passaggio di tir, con lunghi tempi di percorrenza.

TUTE SPORCHE DI PETROLIO
I sindacati, nel mese di agosto, hanno denunciato la difficoltà da parte dei lavoratori di raggiungere con mezzi propri la sede di lavoro, che si trova «a circa 1.100 metri di altitudine e distante più di 5 km dal più vicino centro abitato, senza ricevere il ristoro economico previsto dal CCNL per il disagio subito.» Ai lavoratori, inoltre, viene richiesto che ad ogni inizio turno devono essere già vestiti con i Dispositivi di protezione individuali (Dpi) e operativi all’interno del cantiere, non pensando – denunciano i sindacati – «che gli spogliatoi consegnati ad agosto scorso, dopo circa un anno dalla richiesta da parte dei sindacati, sono distanti circa 400 metri dal punto di ritrovo per effettuare i cambi turni e i passaggi di consegna.»
L’azienda, dopo varie richieste da parte delle sigle sindacali sul lavaggio degli indumenti di lavoro Dpi, ha messo a disposizione una lavanderia a Corleto Perticara, dove ogni dipendente è tenuto a consegnare di persona, trasportandoli con il proprio veicolo, gli abiti in dotazione e ritirarli. In questo benefit – hanno riferito ancora i sindacati – non sono messi in conto i rischi connessi a possibili intossicazioni e/o contaminazioni. Ad essere sottovalutati anche gli aspetti legati allo smaltimento dei reflui del lavaggio degli stessi Dpi, trattandosi di potenziali rifiuti speciali.

ARRIVA IL LICENZIAMENTO DELLE TUTE ARANCIONI
Dopo aver realizzato gran parte dell’infrastrutturazione petrolifera che, a regime, dovrebbe consentire di produrre 50 mila barili di greggio al giorno e quantità imprecisate di gas “sociale”, circa 150 lavoratori dell’indotto hanno ricevuto una lettera di licenziamento dalle società subappaltatrici di Maire Tecnimont, un grosso gruppo che opera in tutto il mondo, con oltre ottomila dipendenti, alla cui guida c’è Fabrizio Di Amato, con amministratore delegato Pierroberto Folgiero. È notizia di questi giorni, invece, il licenziamento di 85 addetti alla vigilanza degli impianti.
Sul sito web della società, con sedi a Roma e Milano, scorre anche l’immagine dell’impianto del centro olio di Tempa Rossa, circondato da una selva di impianti eolici, a sottolineare un’aberrazione energetica tutta italiana che sfrutta a Corleto Perticara le fonti fossili ma incentiva il mega eolico speculativo. Presto potrebbero andare a casa altri 500 lavoratori. Alcuni di loro, forse, rimpingueranno le liste del reddito di cittadinanza che il governo si appresterebbe a varare. Cose, queste, già accadute e viste in val d’Agri, dove l’Eni sfrutta da decenni il più grande giacimento di greggio in terraferma d’Europa. Dopo il boom delle assunzioni arriva la messa in produzione del giacimento, ma arrivano anche i licenziamenti. A regime gli impianti petrolchimici hanno bisogno, per funzionare, solo di poche centinaia di unità super specializzate. Ma i sindacati ancora credono che possa esistere in Basilicata un distretto del petrolio e dell’energia e portano la trattativa sui tavoli della Regione. Ma i numeri sono in rosso sul piano occupazionale. Sono soprattutto contro la speranza dei lavoratori del petrolio.

FIAMMA ABUSIVA: LA REGIONE BLOCCA LA PRODUZIONE
L’accensione del termocombustore del Centro olio ha allarmato il dipartimento Ambiente ed Energia della Regione Basilicata che ne ha ravvisato la mancata ottemperanza alle prescrizioni riportate nella DGR di autorizzazione n.1888/2011 e nell’allegato 1 della delibera Cipe n.18/2012. Lo scorso mese di settembre la Regione ha quindi diffidato la Total dal mettere in esercizio, anche in forma di prova temporanea, l’impianto di Tempa Rossa, con annesso Centro olio. I residenti hanno denunciato l’emissione di notevoli quantità di cattivi odori e gas. L’atto di diffida è stato notificato dalla Regione Basilicata anche al ministero dello Sviluppo economico affinché – è scritto in un comunicato – «valuti ogni utile azione di competenza in virtù delle prescrizioni contenute nell’autorizzazione Ministeriale del 24/08/2018.»
L’assessore all’Ambiente della Regione Basilicata, Francesco Pietrantuono, ha contestato alla Total l’assenza del piano di monitoraggio ambientale che «non ha ancora il via libera di Ispra, Arpab e Ufficio ambiente, così come sul piano di sicurezza mancherebbe ancora il benestare della Prefettura.»
Tra i fatti contestati c’è anche la questione dello smaltimento dei reflui petroliferi e dei fanghi di perforazioni sui quali la Total non ha sciolto i nodi relativi al loro smaltimento. «L’inosservanza delle regole e le esigenze di prevenzione e precauzione – ha dichiarato l’assessore Pietrantuono – ci impongono provvedimenti volti a tutelare e salvaguardare la salute umana e l’ambiente.»
A seguito di tale decisione la Total ha sospeso le prove di estrazione dal pozzo “Gorgoglione 1” mentre resta in attesa del parere Via per il “pozzo Gorgoglione 3” dal ministero dell’Ambiente, presentato nel 2016 con successive integrazioni richieste dallo stesso dicastero nel mese di febbraio 2018.

PETROLIO SCIVOLOSO PER IL GOVERNO GIALLO-VERDE
Dopo le vicende delle inchieste Totalgate, che portarono alle dimissioni dell’ex ministro allo Sviluppo economico del governo Renzi, Federica Guidi, all’inchiesta e processo in corso Oilgate in Val d’Agri, nuovi filoni di inchiesta potrebbero ricondurre allo smaltimento dei reflui e fanghi industriali, in agricoltura. Al centro di polemiche c’è anche la decisione del governo di inserire nell’art.41 del decreto Genova, l’elevazione dei limiti di idrocarburi nei fanghi utilizzabili in agricoltura. In Basilicata lo smaltimento dei reflui e dei fanghi petroliferi è un problema rilevante, anche quantitativamente. Il 29 settembre scorso a Pisticci Scalo si è tenuta la marcia per la verità sull’avvelenamento del territorio promossa da don Giuseppe Ditolve, vicario parrocchiale della chiesa Cristo Re di Pisticci che ha visto la partecipazione di cittadini e movimenti. In quell’occasione si è registrata l’inspiegata assenza delle istituzioni locali, in primo luogo dell’amministrazione pisticcese a guida Cinquestelle, e dei rappresentanti dei comuni della valle martoriata dalle morti a causa dell’inquinamento del petrolchimico e dei reflui che qui vengono portati dai giacimenti petroliferi della Val d’Agri.
Don Giuseppe, intervenendo nel quartiere ex Anic di Pisticci, ha detto « […] basta ad una Basilicata groviera petrolifera, perché il petrolio non ha portato nessun beneficio alla nostra popolazione lucana, ma solamente alle multinazionali. Sappiamo bene, come il Re Nero, che non è solo benzina, ma anche plastica, tessuti sintetici ed energia elettrica, è il bene più prezioso del mondo, ma anche quello che crea più conflitti.»
L’imbarazzo dei simpatizzanti locali del Movimento 5 Stelle è forte, dal momento che proprio a Pisticci partì la loro sfida alle multinazionali del petrolio in Basilicata, mentre proprio alla vigilia della prossima competizione elettorale regionale, dalle posizioni intransigenti sul petrolio della prima ora, si è passati a quelle più sfumate del ministro dello Sviluppo economico e Lavoro, Luigi Di Maio, che a Potenza, in occasione della presentazione del candidato presidente alla Regione, ha fatto intendere la necessità di riscrivere gli accordi con le compagnie sulle royalty e sulla tutela dell’ambiente, non dichiarando le intenzioni del governo sulle delicate questioni tuttora aperte in Val d’Agri e a Tempa Rossa, ai nuovi pozzi di petrolio in Basilicata in attesa di parere Via, delle autorizzazioni e decisioni ministeriali. Il ministro Di Maio, ad oggi, non ha fatto conoscere alcuna decisione in merito alla stop alla produzione al progetto Tempa Rossa imposto dalla Regione.

LA TOTAL PUBBLICA I DATI SUL MONITORAGGIO AMBIENTALE
Intanto sul sito Total sono stati pubblicati i dati del monitoraggio ambientale rilevati attraverso una serie di centraline (sismiche e gas) posizionate su tutta l’area della concessione Gorgoglione ed anche limitrofe ad esse, dove la multinazionale francese è intenzionata, come a Masseria La Rocca a Brindisi di Montagna, ad effettuare assieme a Rockhopper ed Eni nuove ricerche di idrocarburi, dopo la sentenza favorevole alle compagnie da parte del Consiglio di Stato. Un monitoraggio – denunciano le associazioni ambientaliste – effettuato senza aver prima aver rilevato il “punto zero”. Esattamente come avvenne in Val d’Agri.

INTANTO TARANTO TACE
Mentre a Taranto si raccolgono oltre 16 mila firme per annettere con un referendum l’ex capitale della Magna Grecia alla Basilicata, sul progetto Tempa Rossa è calato il silenzio. Il progetto prevede di convogliare nella città dei due mari e presso la raffineria Eni, 20-30 mila barili di petrolio al giorno tramite l’oleodotto già esistente gestito da Eni che collega la Val d’Agri a Taranto, dopo la doppia bocciatura regionale e governativa del progetto di trasportarlo via autobotti. Diversamente da quanto ipotizzato in una prima fase, il greggio estratto dai pozzi di Tempo Rossa a Corleto Perticara, non sarà soltanto stoccato, ma verrà anche raffinato nella raffineria tarantina, attraverso l’utilizzo dei serbatoi già esistenti (il progetto prevede anche la costruzione in loco di altri due serbatoi da dedicare appositamente al greggio che arriverà da Corleto Perticara).
Essendo un prodotto più denso e ricco di zolfo rispetto al greggio che già arriva dai pozzi dell’Eni presenti in Basilicata, si è deciso di utilizzare l’oleodotto a giorni alterni, in modo tale da non mescolare “greggio” molto diverso. Secondo le stime iniziali del progetto, la Total prevede di estrarre 50 mila barili di petrolio al giorno, aumentando la produzione di greggio italiana del 40 per cento, mentre tutto il gas estratto dalla concessione Gorgoglione, in base agli accordi sottoscritti nel 2006 con la Regione Basilicata, dovrà essere ceduto gratuitamente alla Regione, tramite la Società energetica lucana (Sel). Ma sul sito della Total viene smentita in un leaflet che la lavorazione e raffinazione del greggio avverrà a Taranto, ma che sarà solo stoccato e caricato su petroliere nel porto pugliese, per essere raffinato in luoghi imprecisati.

Giornalista e sociologo. È autore di numerosi saggi e ricerche sulle tematiche naturalistiche. Ha prodotto studi sociali e ricerche storiche sui beni monumentali, il patrimonio ambientale e la loro tutela.

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