Uccisione Dawiel Njarco

Nella serata del 28 marzo scorso Dawiel Njarco, un migrante originario del Ghana, viene freddato con due colpi di pistola sulla SS544, la via che da Borgo Mezzanone conduce verso la città di Foggia. Sull’omicidio indagano gli inquirenti che, fin dalle prime ore, hanno lasciato intendere che la pista più attendibile possa essere quella del regolamento di conti.

Ma le cose stanno davvero così? Noi abbiamo ascoltato attentamente chi Dawiel Njarco lo conosceva bene. E, dopo le loro dichiarazioni, i contorni di questa vicenda rischiano d’essere meno netti di quanto si vorrebbe lasciar intendere.

Si chiamava Dawiel Njarco, classe 1967. Era un uomo, originario del Ghana, che risiedeva stabilmente a Borgo Mezzanone – in provincia di Foggia – dal 2003. Con un regolare permesso di soggiorno, aveva lavorato nelle campagne che costellano la Capitanata. Ma da qualche anno ormai dimorava stabilmente con la propria compagna in un casolare che si affaccia sulla SS544, la strada che dalla minuscola realtà di Borgo Mezzanone si dipana verso Foggia. Lì coltivava una terra che non era la sua ma di un “padrone italiano”, così come tristemente i braccianti extracomunitari definiscono i propri datori di lavoro.

LE ULTIME ORE
È la sera del 28 marzo. Dawiel è in sella alla sua bicicletta. Dal suo casolare isolato, si spinge fin dentro la rinomata baraccopoli di Borgo Mezzanone – la stessa che negli ultimi mesi è stata oggetto dei famigerati sgomberi controllati gestiti dalla ‘squadra Stato’ – per acquistare le sigarette. Saluta i suoi amici con la solita cordialità. Come sempre. Sulla Pista, del resto, lo conoscono tutti. È un uomo buono, Dawiel. Con pregi e difetti, come tutti. Nel buio, percorre le strade sterrate che cingono la Pista. Poi, imbocca la SS544, diretto verso casa. Qualche pedalata in più e potrà pregustare il meritato riposo. È quasi arrivato. Una mano ignota spara, due volte, con una pistola di piccolo calibro. Poi, fugge via. L’uomo si accascia sul ciglio della strada. E viene abbandonato lì, come un sacco di immondizia. Morirà qualche istante più tardi.
Del corpo senza vita, su una strada su cui l’illuminazione è pura utopia, si accorge per caso un automobilista di passaggio. Che, nella convinzione di aver investito l’uomo, prontamente allerta il 118. Ma, ormai, è troppo tardi. Dawiel Njarco è stato barbaramente ammazzato. Accanto a lui, sull’asfalto freddo, non ci sono che due bossoli. Poco più in là, c’è il suo zaino. Insieme a ciò che resta della sua bicicletta.

Uccisione Dawiel Njarco
Foto: Il casolare che Dawiel Njarco condivideva con la sua compagna. Porte e finestre restano sbarrate // Emma Barbaro

L’IPOTESI DEL REGOLAMENTO DI CONTI
I primi a giungere sul posto sono i Carabinieri. I quali si accorgono immediatamente che Dawiel non è morto per una mera disattenzione dell’automobilista che, suo malgrado, lo ha ritrovato. Ma a causa di due colpi di pistola sparati da ignoti. Immediatamente si fa largo tra gli inquirenti l’ipotesi del regolamento di conti. Il 28 marzo scorso infatti, nei pressi delle campagne di Borgo Tressanti (una frazione rurale di Cerignola, ndr), si sarebbe consumata un’aspra lite tra braccianti di nazionalità diversa (si parla di rumeni e nordafricani, ndr). Ma a quanto risulta a chi Dawiel Ndjarco lo conosceva bene, lui a Borgo Tressanti non ci sarebbe mai andato. Almeno non negli ultimi tempi. Senza contare che Dawiel era solito spostarsi in sella alla sua bicicletta. E che Borgo Tressanti dista da Borgo Mezzanone oltre 14 chilometri.
Ma se l’ipotesi formulata dagli inquirenti non trova fondamento tra chi Dawiel lo conosceva bene, tra chi era perfettamente conscio dei suoi spostamenti, allora cosa è accaduto?

“ERA UNA BRAVA PERSONA”
È la giornata delle lacrime e del sangue per la comunità di anime che vive all’interno della baraccopoli di Borgo Mezzanone. È la giornata del lutto al braccio per la scomparsa di un uomo che viene definito da tutti come «una brava persona.»
Chi era Dawiel Njarco? Un uomo, innanzitutto. Con le sue paure e le sue speranze, come tutti gli altri. Una persona che era riuscita a ritagliarsi, nella languida terra della Capitanata, un proprio spazio vitale. Quel che gli occorreva per mandare, una volta ogni due mesi, i pochi risparmi che riusciva a racimolare ai figli rimasti ad Accra, in Ghana. Lavorava stabilmente a Borgo Mezzanone in qualità di bracciante agricolo. Aveva in usufrutto un casolare e un terreno, di proprietà del “padrone italiano.”
«Lui era una brava persona», ci dice Marco (nome di fantasia utilizzato per tutelare l’identità del cittadino extracomunitario originario del Ghana intervistato, ndr). «Lui era amico mio. Quando noi siamo venuti qua, quando il ghetto di Borgo Mezzanone ancora non esisteva, lui ci stava già. Lui ci ha molto aiutato a noi. Ora noi dobbiamo stare vicini alla sua fidanzata. Prima l’ho sentita. Era disperata. Non si aspettava che una cosa del genere poteva succedere a Dawiel. Lei lo aspettava a casa, lui non è tornato più. Lui non era a Borgo Tressanti, questa è una bugia. Lui era qua, a Borgo Mezzanone. E poi era una brava persona ed era pure vecchio. Non era uno che si mette a litigare.»

I SOSPETTI DEGLI AMICI S’INTINGONO DI MAFIA
Ma se Dawiel era del tutto estraneo alla rissa consumatasi nelle campagne di Borgo Tressanti, allora perché è morto? Chi gli ha sparato? E, soprattutto, per quale ragione?
«Quello che io so», dichiara Marco, «è che a lui non piaceva vedere le cose fatte male. Le cose cattive, capisci? Mi aveva detto che ci stavano persone che volevano rubare il trattore del suo padrone. Che qualche volta, nelle terre del padrone, quando lui non c’era, succedevano problemi. Tanti problemi, capisci? Qualcuno voleva fare ladro con cose del padrone. E lui ha detto no. Poi, è morto. Con una pistola, con le armi. Questa per me, per noi che conosceva lui molto bene, è mafia. La mafia dei bianchi. Qua attorno tutti mafiosi, tanti mafiosi. Qua a Foggia è pieno di mafiosi. Io non ho paura di dire che questa è mafia. Anche se nessuno ha chiesto niente a noi, io lo dico.»
Christian (nome di fantasia utilizzato anche in questo caso per tutelare l’identità di chi ci ha reso queste dichiarazioni, ndr) gli fa eco. Anche lui conosceva Dawiel molto bene. Ma soprattutto, conosce molto bene la vita all’interno e all’esterno del ghetto. Una vita, spesso, scandita al ritmo di violenze, paure, minacce e ritorsioni.

«CI VOGLIONO VENDERE LE ARMI»
«Tante volte sono venuti qua quelli di Foggia e di Cerignola», ci dice. «Troppe volte. Loro vogliono vendere armi a noi. Ma noi ci siamo spaventati e non le abbiamo prese. Almeno la maggior parte di noi. Perché noi pensiamo che avere armi porta male. Ora non so bene come si dice in italiano, come spiegare a te. Però se io ho un’arma, poi la uso. Allora nessuno vuole armi qua. Forse qualcuno ha comprato, ma la maggior parte di noi no. Perché loro vogliono vendere armi a noi? Che dobbiamo fare noi, la guerra? Noi siamo qua solo per lavorare. Ormai qua in Italia sta diventando troppo difficile», aggiunge. «L’altro giorno un uomo bianco con una macchina, una Punto blu, mi ha fermato sulla strada verso Foggia. Dove sta la pompa di benzina. Lui era in macchina con una ragazza e mi ha detto, gridando: “Adesso c’è Salvini, vi ammazziamo tutti.” Allora io mi sono arrabbiato e gli ho detto di scendere dalla macchina. Lui mi ha detto ancora cose brutte, ma non è sceso. Poi è andato via. Io volevo fare denuncia alla Polizia, ho preso anche la targa della sua macchina, la Punto blu. Ma io, adesso, non sono regolare. Sto aspettando i miei documenti, ma adesso non sono ancora regolare. Se vado alla Polizia lui si salva e sta bene, io finisco nei casini. Non si può più vivere così. Italia è bellissima, ma sta diventando un posto troppo brutto. E a Foggia, soprattutto, c’è troppa mafia.»

DAWIEL COME SOUMAILA: CAMBIANO GLI SCENARI MA LA STORIA SI RIPETE
La volontà di armare la mano dello scontento è forse essa stessa un’arma di distrazione di massa? L’utile strumento attraverso cui la piovra mafiosa può continuare, indisturbata, a perpetrare i propri sporchi affari? E cosa accadrà domani, a riflettori spenti, se qualcuno dovesse decidere di farsi giustizia da solo? Siamo solo al preludio d’una guerra tra ultimi?
«Per me il dato vero e oggettivo è che questa storia rappresenta in qualche modo un salto di qualità, ma in negativo», dichiara il sociologo e scrittore Leonardo Palmisano, già autore di Ghetto Italia e Mafia Caporale.
«È stato commesso un omicidio che ricorda molto da vicino quello perpetrato ai danni di Soumaila Sacko in prossimità del ghetto di San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, lo scorso anno. Con l’unica differenza che Dawiel non era un sindacalista ma un lavoratore tra gli altri. Una cosa, però, va sottolineata: quando viene commesso un omicidio di questa natura, probabilmente per ritorsione, che la mano che spara sia bianca o nera poco conta. Perché la questione vera è che nonostante l’attenzione mediatica, nonostante il profluvio di parole da parte della politica e delle istituzioni a vario livello, a Foggia e nel foggiano si continua a sparare. E lo si fa, troppo spesso, andando a colpire i soggetti deboli. Qui nessuno si preoccupa, nessuno si fa delle domande legittime», attacca Palmisano. «Quest’uomo lavorava a nero? Aveva un regolare contratto? Che faceva nella vita? Chi è il suo datore di lavoro? Perché viveva in quelle condizioni? Le baraccopoli non esauriscono, da sole, i fenomeni legati al mondo del caporalato e dello sfruttamento. Ci sono casolari abbandonati, o semi abbandonati, che vengono occupati e gestiti dai braccianti. Perché non ci sono controlli in quei casolari come nei ghetti? Perché gli ispettori del lavoro non vigilano dal momento che queste situazioni sono sotto agli occhi di tutti? La smettiamo di prenderci in giro? O lo Stato interviene in modo molto ma molto duro, andando a colpire con severità i datori di lavoro, come sta cominciando a fare con le mafie, oppure non ne usciamo. Il caporalato non si sconfigge con le buone intenzioni. Anzi. In questi luoghi la situazione è destinata a peggiorare. Finché non si dirà a chiare lettere che le mafie nere si stanno armando, comprando le armi messe sul mercato dalle mafie bianche del foggiano, i rischi aumenteranno in maniera esponenziale. E il rischio contempla un’escalation criminale senza precedenti. Cosa aspettiamo? Una guerra? E una guerra tra chi? Le mafie bianche e quelle nere non si combattono tra loro, collaborano. I loro rapporti sono ormai solidi. In questa guerra soccomberanno solo gli innocenti. Trascinandosi dietro l’economia di un territorio già irrimediabilmente compromesso da anni d’incuria e d’indifferenza da parte delle istituzioni.»

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