Inceneritore Fenice di Melfi
Foto: Inceneritore Fenice di Melfi // Archivio Terre di frontiera

Periculum Fenice

in Inchieste/Rifiuti connection di

Proponiamo una breve storia dell’inceneritore Fenice di Melfi, situato nella piana di San Nicola, sul confine di tre regioni, in prossimità del fiume Ofanto, più volte contaminato da scarichi nocivi, con coltivazioni agricole e industrie di trasformazione agricola – come la Barilla – messe a rischio. L’industria automobilistica italiana e mondiale si trova ad un bivio, anche all’interno del modello di sviluppo italiano, con risvolti di natura ambientale che incombono minacciosamente sul futuro. Il “periculum Fenice” rappresenta in tale contesto un “credito ambientale”, ovvero i costi per sostenere il ripristino dei bisogni primari violati, tra i quali l’integrità di acqua, suolo e aria, non differibili senza un significativo danno patrimoniale e esistenziale. Rappresenta l’emblema di un modello consumistico incapace di innovare tecnologicamente e socialmente la produzione e la fabbrica, alle prese con la crisi, causato dallo sfruttamento delle fonti fossili, con una tecnologia che rischia nei prossimi decenni di diventare obsoleta e produrre danni ambientali ragguardevoli.

L’inceneritore Fenice di Melfi è ubicato nell’area industriale di San Nicola, in prossimità dello stabilimento Fiat-Sata, a circa 5 chilometri dal centro abitato di Lavello, in provincia di Potenza. La Fiat, attraverso la sua controllata Fisia, realizzò l’inceneritore per bruciare i rifiuti prodotti dallo stabilimento automobilistico. Il progetto, presentato nel 1992 al ministero dell’Ambiente, una volta ottenute le autorizzazioni ambientali (decreto di Valutazione d’impatto ambientale n.1790/93), venne autorizzato, nel 2000, anche dalla Regione Basilicata, ma con il divieto di bruciare rifiuti provenienti da fuori regione.
All’epoca, la Giunta regionale si preoccupò esclusivamente delle esigenze di Fiat, senza tenere conto delle perplessità delle comunità locali, espresse – fin dal 1992 – con una raccolta di firme contro l’inceneritore (oltre 15 mila) e diverse manifestazioni di protesta a cui aderirono migliaia di cittadini, scendendo in piazza anche con mezzi agricoli. Accadeva nell’ottobre del 1996 e nell’ottobre del 1997.
L’iter procedurale del progetto Fenice, fin dagli albori, fu viziato da troppe incognite. La delibera di approvazione del progetto venne approvata quando il mandato della Giunta regionale era già scaduto. Infatti, la Giunta presieduta da Antonio Boccia – con delibera n.2202 del 2 maggio 1995 – autorizzò il termodistruttore Fenice ad attività istituzionale praticamente ferma, con il Consiglio regionale addirittura sciolto.
Molte delle 22 prescrizioni contenute nel decreto Via, rilasciato dal ministero dell’Ambiente, furono disattese ma l’inceneritore entrò comunque in produzione.
Vennero realizzati due forni: uno rotante, con capacità di 35 mila tonnellate all’anno per i rifiuti industriali pericolosi; l’altro a griglia, con capacità di 30 mila tonnellate all’anno per i rifiuti solidi urbani ed assimilati. Fiat ricorse al Tar per impugnare il divieto di smaltimento di rifiuti provenienti da fuori regione e il 16 settembre 1997, il Tribunale amministrativo annullò il divieto imposto dalla Regione Basilicata, dando il via libera ai rifiuti provenienti da altre regioni.
Nel 2001 Fiat, attraverso un’operazione oggetto di inchiesta da parte della Consob, cedette l’inceneritore alla francese Edf, in cambio di un pacchetto di azioni Montedison. Edf era partner di Fiat, alla quale forniva energia e servizi ambientali.

GRAVI LACUNE
Il 24 febbraio 2001 il Corriere della Sera pubblicò le dichiarazioni dell’allora ministro dell’Ambiente, Willer Bordon, in merito ad una serie di ispezioni in atto presso alcuni insediamenti industriali. Su Fenice venivano rilevate “carenze da parte dell’azienda per quanto riguarda la verifica della qualità dei dati prodotti dai sistemi di monitoraggio delle emissioni dell’azienda.”
Il 6 marzo 2003, un incendio interessò l’inceneritore, mentre l’assessore provinciale, Carlo Petrone, dichiarava che “dall’ispezione fatta dall’unità direzione Ambiente e dalla Polizia provinciale è risultato che nel piazzale del forno rotante erano stati stoccati 70 metri cubi di rifiuti industriali pericolosi, in relazione a ciò si è proceduto a contestare l’abusivo stoccaggio di rifiuti al di fuori delle aree autorizzate e i responsabili dell’impianto sono stati deferiti alla competente autorità giudiziaria. Le azioni di monitoraggio devono essere quindi più efficaci e continuative al fine di offrire la garanzia assoluta sia per i cittadini che per i lavoratori dell’impianto.”

L’INQUINAMENTO DELLE FALDE ACQUIFERE
Nel marzo del 2009 il segretario dei Radicali lucani, Maurizio Bolognetti, denunciava pubblicamente di essere in possesso di alcune analisi dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Basilicata (Arpab), dalle quali risultava un inquinamento delle falde acquifere sottostanti l’inceneritore. Nickel, manganese, mercurio, triclorometano, tricloroetilene, alcune delle sostanze inquinanti rilevate da Arpab nei nove pozzi di monitoraggio. Nel corso degli anni seguenti, nelle falde idriche vennero, infatti, rinvenuti anche cadmio, arsenico e cromo.
Dopo qualche giorno dalla denuncia del radicale Bolognetti, l’Arpab inviò una comunicazione formale al sindaco di Melfi, Ernesto Navazio, informandolo dell’inquinamento presso l’inceneritore Fenice. Solo il 12 marzo 2009 i gestori dell’impianto produssero l’autodenuncia di inquinamento così come imposto dalla legge n.152/2006.
Il 14 marzo 2009, il sindaco di Melfi emetteva ordinanza di divieto di utilizzo delle acque a valle dell’inceneritore. Ordinanza valida ancora oggi, e in essere. Negli stessi giorni il primo cittadino istituì una conferenza di servizio per affrontare il problema inquinamento. I soggetti seduti al tavolo erano il dipartimento Ambiente della Regione Basilicata, la Provincia di Potenza, l’Arpab, l’Azienda sanitaria locale, il Comune di Melfi e i gestori dell’impianto.
Il 25 settembre 2009 l’Arpab, per voce del dirigente Bruno Bove ammise, in una intervista rilasciata a Valentina Dello Russo della testata Rai regionale, che “già dal marzo del 2008 eravamo a conoscenza dei livelli preoccupanti di mercurio nella falda, ma non spettava al nostro Ente lanciare l’allarme per legge è Fenice a dover comunicare entro 24 ore il superamento della soglia.”

PASSAGGI DI PROPRIETÀ
Nel mese di ottobre 2010 l’inceneritore venne ceduto da Fenice spa a Fenice Ambiente srl, con 50 mila euro di capitale sociale, di cui solo 10 mila euro versati.

LE MANIFESTAZIONE DEL COMITATO DIRITTO ALLA SALUTE
La vicenda dell’inceneritore Fenice di Melfi, è stata seguita dal Comitato Diritto alla Salute di Lavello che, nel 2011, organizzò varie manifestazioni con il duplice obiettivo: da una parte, far conoscere la situazione alle popolazioni della zona Vulture-Alto Bradano e, dall’altra, sollecitare le Istituzioni ad intervenire, al fine di garantire la salvaguardia del territorio e la tutela della salute dei cittadini.
Il 17 settembre 2012, il giorno dopo una delle manifestazioni davanti ai cancelli di Fenice, l’Arpab pubblicò sul proprio sito istituzionale alcune tabelle dei monitoraggi relativi alle falde acquifere, fino a quel momento occultate. Emerse una scioccante verità: Fenice-Edf inquinava almeno dal lontano 2002, scatenando diverse prese di posizione di politica ed informazione. L’allora governatore lucano, Vito De Filippo, si impegnò ad istituire “un tavolo di trasparenza, una commissione d’inchiesta ed un tavolo di alta sorveglianza tecnico-scientifica.”

L’INTERVENTO DELLA MAGISTRATURA
Alcune settimane più tardi intervenne anche la Procura di Potenza che, avendo acquisito il fascicolo della Procura di Melfi, dispose gli arresti domiciliari per il direttore dell’Arpab, Vincenzo Sigillito e per il coordinatore dei monitoraggi dello stesso ente, Bruno Bove. Fu disposta, con grande sorpresa di tutti, anche la sospensione dell’attività di Fenice-Edf da parte della Provincia di Potenza. Ma l’interruzione dei “forni” durò poco, per effetto dell’annullamento da parte del Tar Basilicata al quale il gestore si era appellato.

INCIDENTI
Nel mese di ottobre 2011, in piena notte, scoppiò l’ennesimo incendio sul piazzale antistante il forno rotante dell’impianto. Le operazioni di spegnimento, da parte dei Vigili del fuoco, durarono diverse ore, a dispetto delle rassicuranti dichiarazioni dei gestori dell’impianto, i quali dichiararono che “i fumi dell’incendio sono stati risucchiati dal forno rotante”, lasciando intendere che non vi è stata dispersione nell’aria. Il giorno successivo sulla stampa locale vennero pubblicate le immagini eloquenti di una grande massa di fumo nero dispersa nell’aria.

IL RILASCIO DELL’AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE
Nel mese di aprile 2014, nonostante le vicissitudini giudiziarie ed il mancato avvio del procedimento di bonifica, la Giunta regionale presieduta da Marcello Pittella decise di rilasciare l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), con l’illusione di poter controllare l’attività dell’inceneritore attraverso una serie di prescrizioni. A distanza di tre anni dal rilascio dell’Aia non sappiamo se le prescrizioni siano state ottemperate o meno, considerando che l’ente deputato al controllo, ossia l’Arpab, non è attrezzata per le analisi delle diossine.

DAL FUMO NERO AL FUMO ROSSO
Il 2 novembre 2014 dai camini dell’inceneritore fuoriuscì del fumo rossastro ben visibile. L’evento durò oltre tre ore. I tecnici dell’Arpab – intervenuti con i Vigili del fuoco – non effettuarono alcun campionamento sulle ceneri, ma si limitarono a chiedere la documentazione cartacea. A distanza di mesi, e dopo l’ennesima battaglia a colpi di ricorsi al Tar, non è ancora nota la natura delle sostanze che hanno determinato il fenomeno. Il professore Onofrio Laricchiuta, consulente incaricato del Comune di Melfi, ritenne – da letteratura scientifica – che a causare la fuoriuscita di fumo rosso potrebbero essere stata la bruciatura di iodio.

I CAMION RADIOATTIVI
Il 16 dicembre 2014 – quasi un mese e mezzo dopo l’episodio del fumo rosso – Fenice segnalò la presenza di materiale radioattivo in un camion che trasportava rifiuti urbani provenienti dalla discarica di Atella. L’unità del Centro regionale radioattività dell’Arpab di Matera determinò trattarsi di iodio-131, utilizzato per le terapie radiologiche. Non sarà l’unico episodio. A distanza di tre anni, all’interno dell’inceneritore furono bloccati circa quaranta camion risultati radioattivi al test del portale radiometrico posto all’ingresso dell’inceneritore. Portale questo che viene gestito direttamente da Fenice. Arpab non ha alcun controllo esterno, così come quello di altri enti deputati alla certificazione dei controlli.

LE DENUNCE DEI LAVORATORI
A partire dal 2014 i lavoratori dell’inceneritore denunciarono più volte al Prefetto e alle autorità competenti “carenze di sicurezza interna all’impianto” che, secondo gli stessi, mettevano a rischio la loro incolumità.

PIANO DI BONIFICA
Già all’inizio del 2012 Fenice presentò in conferenza di servizi il proprio piano di bonifica che – grazie alle osservazioni prodotte dal Comitato Diritto alla Salute di Lavello – venne bocciato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), in quanto “improcedibile”, poiché carente. Nelle prime settimane di quest’anno è stato approvato il nuovo piano di bonifica che, vista la complessa situazione della falda acquifera, si basa su metodi sperimentali che prevedono una prima fase in laboratorio, per poi passare all’operatività su campo. Nel frattempo però, non si conosce ancora la portata dell’inquinamento delle falde: non è stata ancora definita l’area di estensione dell’inquinamento. Fenice sostiene di dover bonificare solo l’area entro il proprio perimetro.

IL DISASTRO AMBIENTALE
Iniziato nell’ottobre 2011, il processo che vede accusati sia i vertici di Fenice, che diversi funzionari regionali, dopo un anno produce i primi rinvii a giudizio. Coinvolti 36 imputati, per 25 capi d’accusa, tra cui quello di disastro ambientale. Al fine luglio 2017 l’ennesimo duro colpo alle popolazioni della zona con la sentenza di primo grado del Tribunale di Potenza che assolve i vertici di Fenice perché non viene confermata l’accusa di disastro ambientale.

Nicola Abbiuso, presidente del Comitato Diritto alla Salute di Lavello

Lascia un commento

Your email address will not be published.