Foto: Taranto non vuole morire // Tiziana Magrì

È di queste ore un comunicato Fiom-Cgil con il quale si notifica l’incontro tenutosi oggi (14 novembre 2019, ndr) con l’amministratore delegato di ArcelorMittal, Lucia Morselli, che ha prospettato alle sigle sindacali il piano di chiusura della fabbrica.

Il piano di ArcelorMittal per chiudere l’ex Ilva ed abbandonare Taranto c’è e sarebbe in stato avanzato. Sarà inoltrato alle istituzioni locali e regionali, alle autorità competenti e al ministero dell’Ambiente che dovrà validarlo entro sessanta giorni.
Le prime a chiudere saranno le aree a caldo: Altoforno 2, entro il 13 dicembre; Altoforno 4, entro fine dicembre; Altoforno 1 entro la fine di gennaio; agglomerato, cokeria e centrale termoelettrica si fermeranno quando saranno fermi gli altiforni.
In questo scenario quale parte assumerà il Governo? Quale sarà il futuro prossimo di Taranto? Contrari alla scelta assunta, il 15 novembre – annunciano i sindacati – «incontreremo il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, e i vertici di ArcelorMittal per chiedere chiarezza e atti concreti necessari a dare risposte al territorio e ai lavoratori.»
Da quasi una settimana, dalla venuta a Taranto del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il tempo di attesa per conoscere il destino della città, dopo l’abbandono dell’ex Ilva da parte di Mittal, è stato scandito da continui incontri e sit-in di associazioni, comitati, cittadine e cittadini.
Dai social, nuova frontiera virgolettata dell’informazione, ai talk show, alle testate giornalistiche sono giorni in cui si susseguono notizie, numeri di esuberi, percentuale Pil, smentite di incontri e parole.
«Sono pronta a ricominciare», ci dice Maria, che ieri, durante il sit-in aspettava l’uscita di suo marito dalla fabbrica. Lei, quel mondo lo vive da anni, con ansie e preoccupazioni.
«Ne abbiamo parlato in famiglia e qualunque cosa succeda saremo sempre uniti, il lavoro si trova, si crea, la vita è una sola. I miei figli vorrei che restassero qui dove io e il papà siamo insieme a tanti sostenitori di una scelta radicale per la nostra città!»
«Dal nostro osservatorio sicuramente si è riaccesa la questione sulla salute», ha dichiarato il dottor Valerio Cecinati, direttore del Reparto di oncoematologia pediatrica dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto.
«I genitori ci chiedono sempre di più informazioni, va sottolineato il fatto che alcuni di loro lavorano in quell’industria. Qui, ci vogliono, e non mi stancherò mai dirlo, più medici. Andrebbe fatto sicuramente lo screening che riguarda la funzione respiratoria. L’ultimo Rapporto Sentieri conferma l’aumento del 50 per cento dei tumori infantili. Taranto e provincia dovrebbero avere 16 casi di tumore l’anno, invece ne abbiamo 25, quindi statisticamente si può ben notare un aumento del cinquanta per cento in più rispetto ad altre città. Dell’incidenza dell’inquinamento sull’aumento di altre patologie: respiratorie o del disturbo del comportamento dei bambini è difficile stabilire ancora un nesso per mancanza di dati ufficiali. Qui, ora, abbiamo bisogno di medici», conclude il dottor Cecinati.
Intanto, sin da venerdì scorso, primo sciopero di 24 ore degli operai ArcelorMittal dopo la notizia della volontà della stessa multinazionale di recedere dal contratto, a manifestare e pretendere i diritti per l’intero territorio tarantino sono in maggioranza le donne. Un’avanscoperta aspettata. E dalla notte dei tempi dei grandi avvenimenti che il gentil sesso viene chiamato a scendere in campo quasi in fase di belligeranza e mai programmatica o decisionale. Potendo sciorinare le motivazioni si va dalla necessità delle stesse donne di dire la propria, finalmente, su una questione sfuggita di mano all’altro genere, alla presenza più impattante delle stesse sull’opinione pubblica, perché si portano dietro la vulnerabilità protettiva che solo le donne ristorano, mai come in questo momento così come le donne di Genova anche le donne di Taranto sono e saranno determinanti. Qui si può aprire un “cantiere di genere sui ruoli”.
Il premier Conte ha lanciato, nei giorni scorsi, una call a partecipare con idee e programmi al “Cantiere Taranto” per fronteggiare l’emergenza ambientale e occupazionale, e salute. Una richiesta rivolta con una lettera, condivisa anche sui social, ai ministri per ogni ordine di competenza, e poi indirizzata alla collettività tutta. Di prospettive su cui lavorare per uscire dall’impasse ce ne sono: dal Piano Taranto al progetto di Riconversione dell’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, Rosa D’Amato, alla proposta dei Verdi presentata il 13 novembre dal coordinatore nazionale Angelo Bonelli, candidato sindaco di Taranto nel 2012
«Noi non abbiamo cambiato idea: chiusura dell’area a caldo con piano tutela per gli operai, bonifica e sviluppo del territorio», attraverso la creazione di una No Tax Area con defiscalizzazione totale per le imprese che investono; rilancio e recupero della città vecchia, potenziamento strutturale e dei trasporti; piano di prepensionamenti per gli operai con almeno ventidue anni di contribuzione. A queste si aggiungono i miglior talenti che il territorio ne è madre, o quelli proveniente da altre realtà. Taranto in queste ore è un Open Source, è l’epicentro di idee e azioni di una probabile riconversione culturale prima di tutto.
In queste ore Taranto è un vociferare di paure sì, ma anche di speranze, pur se anche virtuali resettano le menti, e di queste se ne avrà bisogno.

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