Prefabbricati di rione Valle, ad Avellino
Foto: Tra i prefabbricati di rione Valle di Avellino // Pellegrino Tarantino

Avellino, la vergogna dei prefabbricati di rione Valle

in Inchieste/Territori di

La vicenda dei prefabbricati di rione Valle di Avellino, tra indifferenza ed aule di tribunale, ha segnato gli ultimi 38 anni di storia di una città che, dal terremoto del 1980 ad oggi, assiste ad una ricostruzione infinita e mai compiuta. Sullo sfondo il racconto di differenziazioni sociali, corruttele e connivenze che hanno calpestato la cultura dello spazio pubblico e l’idea stessa di comunità.

Avellino, 55 chilometri ad est di Napoli, è il capoluogo della provincia del cratere: quello scavato dai novanta interminabili secondi del terremoto datato 23 novembre 1980. Il cratere nel quale Alberto Moravia affermò di aver visto morire il Sud.
Le scosse di assestamento di quel tardo pomeriggio invernale durano ancora, nell’affannosa e disordinata ricerca di prospettive di una terra, nel cuore dell’Appennino Meridionale, accortasi troppo tardi del furto di futuro subito ad opera di abili prestigiatori della politica, architetti di un sistema di illusioni, cresciuto e consolidatosi nutrendosi della vita stessa delle sue comunità. Un mercato del baratto: diritti in cambio di voti; cittadinanza in cambio di dignità. Su quel mercato ogni prerogativa è divenuta oggetto di negoziazione elettorale: dal diritto al lavoro al diritto alla salute, passando per il diritto alla casa. Un business del consenso fondato, in quest’ultimo caso, su di una menzogna costruita ad arte e con astuzia: una delle più ignominiose eredità della stagione del terremoto e della ricostruzione tradita.
I segni di quella ferita si trovano disseminati un po’ ovunque nel capoluogo della provincia del cratere. Alcuni più visibili, altri lontani e meno evidenti. Come i prefabbricati pesanti di Valle, una delle porte di accesso ad Avellino dove, in una presunta ed indifferente normalità, il passato resiste con cupa tenacia, flagellando il volto del presente.

Prefabbricati di rione Valle, ad Avellino
Foto: Pellegrino Tarantino

Un’area di circa 20 mila metri quadrati, con un’unica strada di accesso. Una quarantina di alloggi chiusi tra una fila di case basse e un deposito giudiziario, attraversati dal sibilo di un deposito di gas che si trova a ridosso di un’area giochi semi abbandonata. Alle spalle, uno dei viadotti lungo i quali corre il traffico dell’A16 Napoli-Canosa. Tre stecche di prefabbricati, realizzate nel 1982, con porticati e giardini dove i segnali di una strenua ricerca di normalità contrastano con il degrado prodotto da decenni di politiche sociali ed abitative fallimentari e corrotte. Il logoramento delle facciate esterne, i teli in plastica per difendere i balconi più esposti dal vento impietoso della montagna, i cumuli di rifiuti che, in alcuni casi, ostruiscono l’ingresso alle cantinole, i citofoni mancanti: tutti segnali di un disagio che ha finito per sopraffare una maggioranza silenziosa di persone oneste, stigmatizzate come “diverse” e “poco raccomandabili” dalla gente “perbene”. Quella che vive sicura nelle sue tiepide case al di qua di una barriera invisibile superata la quale si ha la sensazione di entrare in un’altra dimensione: una dimensione che sopravvive entro uno dei tanti recinti, escludenti ed esclusivi, eretti dall’ipocrisia di una cittadina piccolo-borghese di 55 mila abitanti che è stata capace, in anni di illusoria megalomania socio-politica, di creare addirittura delle periferie.
Una storia di differenziazioni sociali che viene da lontano e che non avrebbe ragion d’essere se non fosse per un brodo di coltura fatto di corruttele e connivenze diffuse che impregna in profondità la cultura dello spazio pubblico e l’idea stessa di comunità.

Prefabbricati di rione Valle, ad Avellino
Foto: Pellegrino Tarantino

LA STORIA DEI PREFABBRICATI PESANTI
Era la prima decade di luglio del 1984 quando il Tribunale presieduto dal giudice Vincenzo Balletti pronunciò, dopo otto ore di camera di consiglio, sentenze di condanna per mezzo secolo di carcere a carico di otto imputati nel processo sullo scandalo dei prefabbricati pesanti realizzati ad Avellino, per rispondere all’emergenza abitativa prodotta dal sisma di quattro anni prima: 1026 appartamenti, per un totale di 95.170 metri quadrati di residenze.
Un intervento finanziato con un mutuo di 85 miliardi delle vecchie lire concesso da Cassa depositi e prestiti il 23 settembre 1981, immaginato per “ricercare una immediata soluzione per la sistemazione dei numerosi nuclei familiari rimasti senza tetto” e – agli inizi del 1981, ancora “ricoverati in alloggi di fortuna in condizioni di estrema precarietà”. (delibera n.555 del Consiglio comunale di Avellino).
Il piano originario – parte del più ampio programma costruttivo di edilizia residenziale approvato il 12 gennaio 1981 con provvedimento n.818/129 dal Commissario straordinario del governo per le zone del Terremoto – prevedeva la realizzazione di mille alloggi e un finanziamento di 55 miliardi.
La richiesta fu formulata dalla Giunta dell’allora sindaco Giovanni Pionati – in seguito ratificata dal Consiglio comunale – durante la seduta del 28 dicembre 1980. La delibera 1672 individuava proprio nella prefabbricazione pesante la soluzione per la “sistemazione definitiva dei senzatetto in un arco di tempo relativamente non lungo e con costi non molti maggiori di quelli sopportabili per i prefabbricati leggeri”, che erano, invece, una soluzione temporanea. Per procedere all’assegnazione dell’appalto, alcune ditte furono invitate a presentare preventivi da sottoporre alla valutazione di una commissione di esperti, nominata il 7 febbraio successivo. L’offerta più vantaggiosa risultò quella della Volani architetture industriali di Rovereto, sia per le caratteristiche progettuali che per i tempi e i costi: dodici mesi per 84 edifici da 12 alloggi su tre piani di strutture in acciaio, per un costo unitario di 570 milioni. Seconda in graduatoria si posizionò la Feal di Milano, la cui proposta risultò meno convincente sotto il profilo delle finiture interne di appartamenti destinati alla ricostruzione della vita di circa mille famiglie avellinesi. Alla fine della seduta di Consiglio comunale del 20 febbraio 1981, con 23 voti favorevoli e l’astensione di otto rappresentanti dei partiti Socialista e Socialista Democratico, venne stabilita la suddivisione dell’appalto in due tranche: 500 alloggi alla Volani, 500 alla Feal.
Fu questo l’inizio di una lunga vicenda che, passando finanche dalle aule di tribunale, ha alimentato 38 anni di storia della vita di Avellino, il cui unico volto conosciuto, agli occhi dei nati negli anni Ottanta, è quello di una città devastata da una ricostruzione infinita e mai compiuta.
Successivamente la Volani venne esclusa per mancanza di requisiti, ovvero l’iscrizione all’Albo nazionale costruttori per l’importo richiesto – fino a 1 miliardo – per la categoria di gara in questione, salvo poi rientrare nella partita al termine di un tortuoso contenzioso conclusosi ad Avellino, nell’ottobre 1981. Il segretario comunale dell’epoca certificò il pieno accoglimento di tutte le decisioni dell’amministrazione da parte dei due raggruppamenti di imprese che si erano in precedenza già accordati con scrittura notarile privata. A precedere questa risoluzione un telegramma del Commissario Zamberletti che comunicava al Comune di Avellino la propria non competenza ad indicare quale dovesse essere la ditta esecutrice dei lavori: lo stesso che, a marzo, aveva dato ragione all’Ente sulla inidoneità della Volani.

LA FIRMA DEI CONTRATTI E LA LIEVITAZIONE DEI COSTI
Con i contratti numero 719 e 720 del 20 novembre 1981, stipulati tra il Comune di Avellino e le ditte Feal e Volani, si chiuse la lunga fase dell’assegnazione del cospicuo appalto, lasciando finalmente il passo alla concreta cantierizzazione di lavori il cui valore, nel frattempo, era lievitato di circa 30 miliardi. Nel corso della seduta del Consiglio comunale del 27 luglio era stato il consigliere, Gerardo Caramelli, a chiedere conto di quegli 85 miliardi mai menzionati fino ad allora. Il senatore Mancino motivò con una continua lievitazione dei prezzi le cifre snocciolate, in risposta a Caramelli, dal sindaco Antonio Matarazzo: da 45 a 62 a 85 miliardi di lire per la costruzione dei famigerati prefabbricati pesanti nei quartieri di Quattrograna, Baccanico, Valle, Via Francesco Tedesco, Picarelli, Bellizzi e Q1, Q4 e Q5.

Prefabbricati di rione Valle, ad Avellino
Foto: Pellegrino Tarantino

LA NUOVA CAMORRA ORGANIZZATA E LE TANGENTI
Antonio Matarazzo, di lì a qualche anno, sarebbe stato condannato insieme al fratello costruttore Vincenzo Matarazzo e ad altri imprenditori irpini del settore: Stanislao Sibilia, Pompeo Cesarini, Sergio Marinelli e Vittorio Girardi, all’Ingegnere capo del Comune di Avellino, Oscar Pesiri, e ad un nome di primo piano della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, ovvero suo figlio Roberto, condannati per estorsione in concorso. Nel gennaio 1981, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, la cordata di imprenditori irpini, facendo leva sulla propria vicinanza ad esponenti della criminalità organizzata del calibro di Vincenzo Casillo e Roberto Cutolo e sulle proprie amicizie politiche, costrinsero le ditte vincitrici della gara a procedere ad una serie di subappalti e a pagare tangenti pari al 3 per cento dell’importo totale, lievitato nell’arco di pochi mesi. Il pubblico ministero, Antonio Guerriero, nella sua lunga requisitoria, descrisse l’ambiente avellinese come “una delle zone interne economicamente più depresse della Campania”: un contesto sociale arretrato, cornice di una vicenda di corruzione diffusa che vide svilupparsi una malsana commistione tra camorra e politica, con la mediazione di segmenti deviati e spregiudicati dell’imprenditoria locale. Il collegio accolse, nella sentenza pronunciata il 10 luglio 1984, le richieste del pm pur con una lieve riduzione delle pene comminate.
Le condanne più pesanti erano state invocate per Roberto Cutolo e Stanislao Sibilia, figlio del ricco imprenditore “don” Antonio, la cui posizione di imputato era stata stralciata per “gravi motivi di salute”. Quell’Antonio Sibilia passato alla storia come il presidente-padrone dell’Avellino Calcio di Jaury, il quale si fece accompagnare – nell’ottobre 1980 – ad una delle udienze del processo a carico di Raffaele Cutolo, per consegnargli una medaglia d’oro, omaggio della squadra al boss di Ottaviano. Nelle cronache e nelle inchieste di magistratura dell’epoca, Sibilia e altri imprenditori irpini – come Marinelli e Marandino – erano considerati nomi di “rispetto” dell’impero cutoliano, per il quale il sisma del 23 novembre 1980 rappresentò una ghiotta opportunità espansionistica.
Poco tempo dopo le condanne, i devastanti effetti sociali di quel torbido affare cominciarono a palesarsi, tanto che – con un’interrogazione a risposta scritta alla presidenza del Consiglio dei ministri, nel 1995 – l’onorevole Ferdinando Schettino chiedeva conto dei motivi che avevano condotto a quella scelta “tecnologica” visti i tempi e, soprattutto, i costi finali rispetto a quelli dell’edilizia tradizionale della quale, però, la prefabbricazione pesante non presentava alcun vantaggio, come dimostrato dalle “situazioni di difficoltà” vissute dai residenti. L’umidità insostenibile, il freddo penetrante d’inverno e il caldo insopportabile d’estate, a causa della totale incapacità termica di pannelli finissimi semplicemente poggiati su pilastri in acciaio, senza nessunissimo riempimento.

IRPINIAGATE
La storia dei prefabbricati pesanti, delle tangenti, della criminalità organizzata che ha controllato e gestito l’affaire terremoto è il frutto di una puntuale ricostruzione delle cronache giudiziarie dell’epoca, degli atti processuali e dei documenti amministrativi, confluiti in seguito negli atti della Commissione parlamentare di inchiesta sull’attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori della Campania e della Basilicata colpiti dal terremoto, presieduta da Oscar Luigi Scalfaro. Il cosiddetto Irpiniagate che, oggi, si vorrebbe mettere in discussione, ritenendolo una mortificazione del dramma del terremoto, una negazione delle ferite che accompagnarono quel cataclisma.
In realtà, quegli scandali non fanno altro che approfondire una ferita scavata nella carne viva di un’intera regione che ha pagato un altissimo prezzo di sangue ad un sistema che trovò nell’area del cratere una non meno potente manifestazione.
Una vergogna che nel corso degli innumerevoli anni succeduti alla consegna dei prefabbricati pesanti agli ex articolo 21 – i terremotati – ha subito modificazioni genetiche, assumendo altre, più subdole e ignobili forme. Le forme della clientela e della sudditanza, delle false promesse costruite ad arte per ottenere un consenso da perpetuare sulla scorta di una menzogna. Nessuno, infatti, ha mai speso parole di chiarezza sul futuro di quei bubboni mefitici, col tempo diventati involucri invivibili, e sulle sorti di un migliaio di famiglie trasformate in un succulento bacino di voti. I prefabbricati di rione Valle e di altre zone di Avellino nacquero, sin dall’inizio, per restare: nessun piano casa alternativo. Nessun piano di sostituzione edilizia. I primi interventi sono stati avviati solo nel 2017, quando la situazione era oramai apparsa irrecuperabile. Nel mezzo un vero e proprio mercato parallelo degli alloggi, fatto di occupazioni abusive, scambi di voti e di denaro: un caos nel quale qualche amministratore di buona volontà ha cercato, senza successo, di mettere ordine a costo di gravi intimidazioni e che, attualmente, è sotto la lente di ingrandimento della Procura della Repubblica di Avellino.
Una partita, quella dei prefabbricati pesanti, giocata da sempre sulla pelle della gente, sulle loro attese e che nel caso di Via Ponte e Valle si è fondata su un meccanismo di ancor più spudorate menzogne, i cui estensori sono sempre stati capi-zona emersi da un sottobosco criminale, con ben altri collegamenti interprovinciali, in continuità con la stessa amministrazione, ed in particolare con alcuni esponenti politici corrotti. Per quell’area, malgrado le tante speculazioni e le voci false fatte circolare circa lo spostamento dei residenti (ovviamente sempre in concomitanza con appuntamenti elettorali), fino ad oggi, non è mai stato immaginato alcun progetto di riqualificazione, a causa della frettolosa previsione di un’irrealizzabile cittadella giudiziaria nelle schede di un PUC, tanto avveniristico quanto inefficace nella sua attuazione, che ha paralizzato, condannandola a morte, quella parte di città.
Lì sono in attesa da anni le speranze di Marilena, di Annabella, di Pasqualina, di Tonino e Tonino, di Mario, Celestino e dei loro figli, stanchi di essere guardati con diffidenza, essere considerati “diversi” dalla gente perbene. Perché, loro, non sono che le vittime sacrificali del sistema che garantisce la posizione proprio di quella gente perbene e dei loro riferimenti politici.

Giornalista, redattrice di Orticalab.it. Opera nel settore delle attività di cooperazione internazionale, comunicazione e cultura scientifica.

1 Commento

  1. Ormai non ci crediamo piu’…siamo nell abbandono piu’ totale, e sopratutto nessuno che ci viene a tirare fuori da queste tombe, si sono vere e propie tombe, fatte di malattie , tumori , invivibili allo stato attuale, oramai dell amianto che abbiamo e continuamo a respirare alla nostra politica e a chi ci governa conta poco, perche’ siamo noi stessi a non contare per loro, si …di noi si ricordano con false speranze solo nel periodo elettorale, facendoci sognare una vita normale….io ci vivo dal 1986…non propio in questi di valle di via ponte, ma dai suoi gemelli di via silvati e morelli ( chiesa dei poveri ), dove siamo piu’ a vista , dove abbiamo cercato di vivere con dignita’ e decoro…salvati dagli atti vandalici, dove ancora conserviamo portoni e citofoni , ma solo per una collocazione piu’ visibili…ma Valle e’ la piu’ messa male di tutti, nel fondo di un derupo, vivono tante famiglie oneste, si e vero li ci sono anche tanti abusivi, ma questo tocchera’ con un cenzimento stabilire chi o non ha’ diritto ad un nuovo alloggio sostitutivo…e una vergogna disumana che ancora teniamo questi prefabbricati nella nostra citta’…avete rubato allora …con i fondi della ricostruzione, ed adesso siete di nuovo sullo stesso piatto a rimangiare la sostituzione edilizia…Cantieri fermi, alloggi semicompleati che ancora non sapete a chi assegnarli, se cominciare a spostare famiglie o assegnarle a chi a voi fa piu’ comodo a chi di turno si siede sul comando….alloggi ricostruiti su sorgenti d ‘acqua dove c’e un letto di fiume…dove montate pompe di drenaggio ma non basta, cantieri messi a meta’ ….voci dal comando, spostimao prima loro, poi voi, no ma se poi decidono sarete i primi, ….siete una barzelletta, piu totale, ma se credete di farci ridere, noi non ridiamo affatto….spero che per fine 2018, spariscono dalla mia citta’ questi veri e propi scempi….noi siamo ancora vivi…..e vivi vogliamo uscire da qua’ dentro. ..dove abbiamo visto passare generazioni,…crescere bambini nel degrado assoluto…e ancora oggi figli dei figli , li a sognare una casa per loro che non la hanno mai vista per davvero

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