Il 21 ottobre scorso, presso l’Auditorium Santa Chiara di Foggia, i Medici per i Diritti Umani (Medu) hanno presentato il nuovo rapporto 2019 sulle condizioni di grave sfruttamento dei braccianti che vivono e lavorano nelle campagne della Capitanata. Lì dove il caporalato, nonostante la piena applicazione della legge n.199/2016, regna ancora incontrastato. Specie grazie alla criminalità organizzata che controlla e gestisce ogni livello della “filiera dello sfruttamento”.

Sono circa 7 mila i braccianti migranti – stanziali e stagionali – che, ogni estate, vengono sfruttati nei campi della Capitanata per la raccolta del pomodoro. Il team di Medu – in collaborazione con le associazioni Idorenin e A Buon Diritto – da giugno a settembre 2019 ha visitato i maggiori insediamenti informali che costellano le campagne foggiane fornendo assistenza sanitaria e legale a circa 225 persone e realizzando, complessivamente, 292 visite mediche e 153 colloqui di orientamento. Dal gran ghetto di Rignano Garganico fino a l’ex Pista di Borgo Mezzanone, quel che emerge a chiare lettere nel nuovo report realizzato da Medu nell’ambito del progetto “Terragiusta” è che qui caporalato, isolamento e xenofobia sono ancora all’ordine del giorno.

TRA I GHETTI DELLA CAPITANATA
Non c’è modernità nelle baraccopoli foggiane. Non ci sono diritti, ma solo doveri. Qui il tempo pare essersi fermato agli inizi degli anni Novanta. Quando, i primi insediamenti informali, iniziavano a crescere indisturbati rispondendo – nel vulnus istituzionale – alle esigenze abitative dei primi migranti e rifugiati politici sfruttati impunemente nelle campagne di raccolta. Oggi, nonostante le normative vigenti, nulla è cambiato. Se non i numeri di un fenomeno, quello del caporalato, che continua a crescere nonostante le specifiche azioni governative di contrasto.
«Si tratta di grandi ghetti, come quello di Borgo Mezzanone – la baraccopoli più grande d’Italia, che da sola arriva ad ospitare circa 3500 persone nella stagione estiva – il Gran Ghetto di Rignano o Borgo Tre Titoli a Cerignola e di numerose masserie e casolari diroccati, situati in diverse aree di campagna della provincia (Poggio Imperiale, Palmori, Ortanova tra le tante). Seppur molto diversi tra di loro,» si legge nel report, «questi luoghi sono accomunati da alcuni tratti salienti quali il sovraffollamento, l’estrema precarietà delle condizioni igienico-sanitarie, l’isolamento, l’assenza di mezzi di trasporto, la mancanza di servizi primari. Luce, acqua potabile, gas sono di norma assenti, così come i servizi igienici. Per far fronte alle esigenze di base quotidiane, in alcuni insediamenti si ricorre a generatori e stufe, in altri, come caso del Gran Ghetto di Rignano, a cisterne dell’acqua rifornite dalla Regione. Presso il ghetto di Borgo Mezzanone è presente una fila di bagni fatiscenti e per la luce ci si allaccia abusivamente alla linea elettrica del Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo, ndr). Le condizioni di esclusione e marginalità esasperano le già precarie condizioni di vita dei migranti che li popolano, aggravando le situazioni di vulnerabilità e rendendo incolmabile la distanza tra questa popolazione e l’accesso ai diritti fondamentali. Nel corso degli anni, i ghetti e gli insediamenti informali hanno subito diverse operazioni di sgombero, seguite in alcuni casi da tentativi istituzionali di fornire delle risposte di breve e lungo termine al complesso fenomeno delle baraccopoli e dello sfruttamento lavorativo.»
Risposte che, tuttavia, hanno stentato a produrre effetti. «Nel 2010», ripercorre il rapporto Medu «si è assistito allo sgombero dei 60 braccianti stranieri che occupavano un fabbricato abbandonato da anni nelle campagne di Contrada Cicerone. Nel 2014 e 2017 due interventi di sgombero hanno interessato il Gran Ghetto di Rignano e hanno comportato azioni di forza seguite da moti di resistenza dei braccianti.»
L’ultima in ordine di tempo è l’operazione “Law and Humanity” disposta dalla Procura di Foggia a patire dal febbraio 2019. Grazie alla quale, nei mesi di aprile e luglio, sono stati smantellati i luoghi cult dello sfruttamento della prostituzione e dello spaccio di droga pur senza procedere alla rimozione coatta dell’intera baraccopoli. Tuttavia «i piani elaborati ed avviati dalle istituzioni», stigmatizza Medu, «non si sono però mai tradotti in azioni efficaci di contrasto ai fenomeni diffusi di sfruttamento e illegalità che danno origine e alimentano i ghetti. Si ricordi su tutti l’operazione “Capo Free Ghetto Out” promossa nel 2014 dall’allora Presidente della Regione Nichi Vendola e dall’ assessore regionale Guglielmo Minervini in seguito al primo sgombero del Gran Ghetto di Rignano o, ancora, il piano emergenziale di accoglienza temporanea presso la struttura di accoglienza “Casa Sankara”, con l’allestimento di un numero ridotto di container e tende in seguito al primo e al secondo sgombero del Gran Ghetto nel 2017 e, infine, il piano di Foresterie per braccianti migranti stagionali e stanziali, ideato dell’allora Prefetto e Commissario Straordinario del Governo per l’area di Manfredonia Iolanda Rolli nel 2017-2018. L’unica soluzione di fatto messa in atto in seguito agli sgomberi del Gran Ghetto di Rignano del 2014 e 2017 – e dimostratasi peraltro fallimentare dal momento che ad oggi il ghetto è ancora presente – è stata l’installazione di nuove strutture emergenziali di accoglienza e l’ampliamento di due strutture già esistenti nelle campagne di San Severo: Casa Sankara e l’Arena per progetti di accoglienza temporanea.»

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E LAVORO GRIGIO: UN QUADRO DRAMMATICO
La Capitanata copre, da sola, circa un terzo della produzione di pomodori italiani. Ma è anche l’area in cui i processi di meccanizzazione della raccolta sono ancora molto arretrati. «Il quadro è drammatico quanto a numeri e fenomeni di sfruttamento e illegalità», scrive Medu. «Il caporalato, diffuso e pervasivo, interessa tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro: dal reclutamento, al trasporto, dall’abitazione al pagamento delle giornate lavorative. La criminalità organizzata è penetrata in tutti i livelli della filiera – dalla produzione al trasporto, alla trasformazione, al reclutamento dei lavoratori, alla distribuzione – al netto di controlli che continuano ad essere insufficienti. Sono inoltre assenti efficaci meccanismi di incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ad evidenziare in modo clamoroso questa criticità vi è il numero di braccianti agricoli extra-comunitari iscritti alle liste speciali per l’impiego a Foggia tra maggio e settembre 2019: solo 30. Nonostante la regolarità del soggiorno della maggior parte dei braccianti», prosegue il rapporto, «solo il 44 per cento delle persone occupate ha dichiarato di essere in possesso di un contratto di lavoro, e di queste, solo il 57 per cento ha dichiarato di ricevere una busta paga. Va detto che, tra questi, il 73 per cento ha dichiarato di vedersi riconosciute meno di un terzo delle giornate di lavoro effettivamente svolte. La difficoltà di accedere ad un lavoro in regola ha importanti ripercussioni anche sulla regolarità del soggiorno: in assenza di un contratto di lavoro, non è infatti possibile affittare un’abitazione e senza un contratto di locazione, è d’altra parte impossibile richiedere l’iscrizione anagrafica e quindi la residenza, necessaria per il rinnovo del permesso di soggiorno presso la Questura di Foggia.»
Sul fronte retributivo è il pagamento a ora a farla ancora da padrone, seguito da quello a giornata. «Solo il 2,3 per cento, soprattutto nel mese di agosto, ha riferito di essere pagato a cassetta mentre del restante 48,6 per cento dei lavoratori non è stato rilevato il dato. Nel caso di pagamento a giornata», precisa, «per una media di 8 ore di lavoro svolte la retribuzione è compresa tra 30 e 35 euro nel 54,3 per cento dei casi, tra i 35 e 40 euro nel 14,3 per cento e tra i 40 e 50 euro solo per il 2,8 per cento dei lavoratori. Del totale degli intervistati che vengono pagati all’ora una percentuale molto alta (43 per cento) afferma di ricevere un corrispettivo di 4 euro l’ora, mentre il 39 per cento riceve un compenso che varia tra i 4,5 e i 5 euro l’ora e l’8 per cento sostiene di ricevere un corrispettivo pari a 3,50 euro. Le ore medie lavorate sono 8-9 ore al giorno e il corrispettivo per le ore di straordinario non è mai riconosciuto. Il 32 per cento degli occupati intervistati, infine, sosteneva di lavorare tutti i giorni per una media di 7-8 ore giornaliere. A fronte di un quadro di tale gravità, sembra essersi registrato un aumento dei controlli da parte dell’Ispettorato del lavoro sia a livello nazionale che a livello locale. Nella provincia di Foggia, in seguito alla strage estiva dei 12 braccianti morti in un incidente stradale vicino Lesina nel 2018, sono state istituite delle specifiche task force anti-caporalato. Ma i risultati, tuttavia, appaiono ancora del tutto insoddisfacenti.»

L’ACCESSO AI DIRITTI E IL FALLIMENTO DEL SISTEMA DI ACCOGLIENZA
Relativamente allo status giuridico, «il 61 per cento delle 225 persone incontrate era regolarmente soggiornante. Nello specifico, il 28 per cento era in possesso di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, il 20 per cento era richiedente asilo (di cui il 26 per cento in fase di ricorso), il 6 per cento aveva un permesso per protezione speciale, il 4 per cento la protezione sussidiaria, il 2 per cento una ricevuta di rinnovo del permesso, l’1 per cento aveva lo status di rifugiato. Il 33 per cento degli intervistati non era in possesso di alcun titolo di soggiorno e il 6 per cento non ha fornito risposta. Solo il 20 per cento delle persone assistite – sul totale – aveva una buona conoscenza della lingua italiana, mentre il 25 per cento aveva un livello sufficiente e il 36 per cento un livello scarso se non nullo. È importante osservare che il 55 per cento degli assistiti proveniva da un progetto di prima accoglienza – Cas (Centro di accoglienza straordinaria, ndr) e Cara – prevalentemente dalle regioni Campania, Sicilia, Toscana e Lombardia, mentre il 12 per cento viveva in un appartamento in un’altra regione e il 4 per cento aveva completato un progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr) di seconda accoglienza. Questo dato», sottolinea il report «indica un evidente fallimento del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, incapace di produrre inclusione sociale e di promuovere l’accesso ai diritti. In assenza di un’adeguata conoscenza della lingua italiana e del territorio, di reti sociali e di informazioni sui diritti e sulla modalità di accesso ai servizi, nonché di un adeguato orientamento per l’accesso alla formazione e al lavoro, il lavoro in nero e in condizioni di sfruttamento e marginalità, resta per molti l’unica opzione. Fa inoltre riflettere, che a fronte di una minima percentuale di persone arrivate in Italia da meno di 12 mesi (1 per cento), un quinto delle persone assistite fosse ancora richiedente asilo: un altro dato che testimonia l’eccessiva lunghezza delle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale.»

LE CONDIZIONI DI SALUTE
Da giugno a settembre 2019 il team di Medu ha assistito complessivamente 180 pazienti – tra cui sedici donne – effettuando in totale 292 visite mediche. «Le problematiche di salute riscontrate – principalmente malattie osteomuscolari e del tessuto connettivo (24 per cento), malattie dell’apparato digerente (18 per cento) e malattie infettive (15,3 per cento) – sono correlate nella quasi totalità dei casi alle pessime condizioni lavorative e igienico-sanitarie in cui i pazienti visitati vivono. È stata inoltre rilevata una certa percentuale di pazienti che manifestava disagio psichico o che faceva abuso di alcol (5 per cento) e di pazienti con sintomi mal definiti di possibile natura psicosomatica (8,5 per cento). In entrambi i casi si trattava spesso di persone particolarmente vulnerabili a causa delle violenze e torture subite durante i viaggi migratori (in particolare in Libia) o dell’incertezza economica e relativa alla regolarità del soggiorno. Tra le persone in possesso di un regolare permesso di soggiorno (61 per cento del totale) il 53 per cento non era iscritto al Sistema sanitario nazionale (Ssn) e il 41,6 per cento degli iscritti non aveva un medico di base o, se lo aveva, non lo usava in caso di bisogno. L’insieme dei dati raccolti mostra un quadro di scarsa conoscenza e/o comprensione del funzionamento del sistema sanitario e una carente attenzione alla tutela della salute, a cui si aggiungono la scarsa fruibilità di alcuni servizi sanitari e l’assenza di mediatori nella maggior parte di essi.»

LE RACCOMANDAZIONI DI MEDU
Stando alle conclusioni del report, dunque, task force regionali, normative di contrasto e sgomberi ad hoc nulla hanno potuto per arginare il fenomeno del caporalato. Che, per i circa 7 mila braccianti che vivono e lavorano nelle campagne della Capitanata, rappresenta ancora l’unica certezza. «È stata l’ennesima cattiva stagione», conferma il rapporto. «Una stagione resa ancor più nefasta dagli effetti del Decreto Sicurezza sulla vita dei lavoratori stranieri, esposti non solo ad un crescente rischio di irregolarità, incertezza e ricattabilità, ma anche a vere e proprie aggressioni xenofobe. La gravità della situazione descritta, rende necessario l’impegno di tutte le istituzioni nel promuovere innanzitutto un cambiamento culturale, che promuova la legalità, la dignità del lavoro, i valori del rispetto dei diritti umani e della non discriminazione. Solo su un rinnovato humus culturale possono radicarsi misure concrete – ormai urgenti e indifferibili – volte a superare una piaga devastante che segna tante campagne del Mezzogiorno d’Italia e non solo.»

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