Il piano di sviluppo della sostenibilità e della resilienza per un’intera regione potrebbe attingere alle più avanzate consapevolezze disponibili sulle dinamiche ambientali e climatiche in corso a livello globale e locale, ipotizzando direttrici di cambiamento coerenti col quadro che ne emerge.

Oggi non basta più pensare solo alla sostenibilità di città e territorio; bisogna fronteggiare anche i cambiamenti climatici e microclimatici, con gli eventi meteorologici estremi che ne derivano. Le trasformazioni necessarie devono puntare a rendere le comunità capaci di reggere e adattarsi a questi impatti, essere resiliente.
Ci vorrà tempo, ma l’importante è che le scelte che si faranno da oggi in poi – in urbanistica, mobilità, energia, ambiente urbano e periurbano, natura, produzioni, sistemi di sicurezza e socialità – siano tutte coerentemente indirizzate agli stessi obbiettivi, e che tutte le attività antropiche, nessuna esclusa, non contrastino, annullandoli, gli sforzi di queste misure.
La schizofrenia fra stili di vita e produzione di beni e servizi, da un lato, e programmi di sviluppo sotenibile e adattamento dall’altro, non può più essere sostenuta. Solo se tutti gli sforzi saranno congiuntamente ben indirizzati si potranno apprezzare risultati positivi riproduciubili nel tempo.
Ciò si ottiene con un piano di coordinamento regionale di adattamento ai cambiamenti climatici che affronti in maniera integrata tutti gli aspetti dello sviluppo resiliente, identifichi gli obbiettivi secondo tempistiche di realizzabilità e indirizzi l’impiego delle risorse tecnico-economiche disponibili, valorizzando anche al massimo il capitale umano della collettività, generando benessre, salute, sicurezza ed equità sociale. Per definirlo è necessario coinvolgere l’intera comunità, attraverso forme di partecipazione rappresentative delle enegie competenziali, produttive e ideali disponibili. Le forme di questa partecipazione devono determinare la condivisione consapevole del progetto e l’emersione delle opportunità che genera per tutte le fasce sociali. Non si tratta di costituire élite di eccellenza per riempire carte e manifesti, o caotiche assise per riempire di inutili post-it qualche lavagna; parliamo di percorsi nuovi, di impegno a ideare il realizzabile perché sia realizzato, sulla base di linee guida che necessariamente saranno il carattere distintivo dei soggetti politici che si candidano a governare la Puglia.

ADATTAMENTO AI CAMBIAMENTI CLIMATICI
La situazione climatica della Puglia, già definita per il ministero dell’Ambiente nello studio del Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici, nonché la sua probabile evoluzione, impone una profonda revisione delle strategie di programmazione e un indirizzo di tutte le attività antropiche e della gestione del territorio. Il documento contiene chiare indicazioni su come rendere più “resilienti”, ovvero resistenti e adattabili, i cicli dell’acqua e dell’energia, l’uso del suolo, l’agricoltura, la pesca e allevamento, gli assetti urbani e periurbani; ma anche su come riscaldare e raffrescare, su come salvare le coste, sulla mobilità, sulle tipologie e modalità di produzione industriale. Fra le misure più importanti compaiono una decisa moratoria a ulteriori impermeabilizzazioni del suolo, anzi azioni per rendere nuovamente permeabili alle acque le grandi aree asfaltate o cementate; un sistema diffuso di raccolta delle piogge per un loro riuso, anche in reti duali domestiche e industriali, insieme a quelle di scarico depurate; il rapido passaggio alla produzione energetica rinnovabile e diffusa, per dismettere l’impiego di fossili e in genere le combustioni, l’impiego prioritario in agricoltura o ambientale di tutte le biomasse recuperabili, dall’umido dei rifiuti ai fanghi di depurazione, la difesa e ricostituzione delle fasce verdi periurbane, lo sviluppo dell’itticoltura perché possa prevalere sulla pesca di cattura e molte altre direttrici di cambiamento. Molto spazio viene dedicato allo sviluppo dell’informazione, della formazione professionale e civile, delle reti e sistemi intelligenti di gestione e connessione che tendano a limitare al massimo lo spostamento fisico di persone e cose.

URBANISTICA
Lo strumento di programmazione urbanistica è chiaramente l’arnese chiave del piano integrato, costituendo lo scheletro di sostegno a tutte le altre azioni. Non potendo pensare a improvvisi cambi totali di strategia, di un processo che ha una forte spinta a continuare sulle errate direttrici seguite fino ad oggi, si deve modulare la trasformazione per stadi successivi, pensando anche agli strumenti disponibili ai livelli europeo, nazionale regionale e a quelli comunali. Il primo passo è l’adozione immediata del principio del consumo 0 di suolo, praticabile se si orientano le scelte solo verso il recupero delle aree urbanizzate abbandonate e degradate. Ma ciò non basterebbe a rigenerare i servizi ecosistemici che offre il suolo a beneficio delle città. Una parte rilevante di tali aree non può che essere destinata la ripristino della funzione naturale del suolo, sia essa per sviluppo di orti, giardini o foreste urbane. Il clima, inoltre, impone misure di ripristino della permeabilità di grandi superfici asfaltate o cementate; è il primo passo per ridurre gli effetti delle forti precipitazioni concentrate a cui assistiamo e assisteremo, con vantaggi anche di regolazione microclimatica. Sempre pensando alle precipitazioni, ma con un occhio anche ai probabili periodi di siccità, sarà necessario avviare due strategie: una per il ripristino della massima capacità delle Lame di drenare, e l’altra per la raccolta e l’accumulo delle precipitazioni a fini di impiego di seconda classe di qualità.
Contemporaneamente andrà avviata una progressiva ristrutturazione delle linee idriche e reflue: le prime per aggiungere la dualità, che comunque da subito può diventare norma di regolamento edilizio, le seconde per la necessaria segregazione del civile dal produttivo, con la soluzione del problema degli scolmatori a mare e della qualità dei fanghi di depurazione presso gli impianti. Contestualmente si dovrà mettere mano a reti a servizio separato delle aree artigianali e al loro trattamento segregato, nonché a servizi capillari per la gestione dei rifiuti liquidi delle unità produttive integrate nel tessuto abitativo.
Sempre in tema, con un occhio all’energia, deve essere moltiplicato lo sforzo per lo sviluppo del fotovoltaico di ultima generazione su tutte le possibili superfici, di proprietà pubblica, ma anche private, a cui associare un percorso assistito per la costituzione di comunità energetiche di quartiere e di aree agricole (vedasi la nuova legge regionale adottata dal Piemonte). Anche questo, oltre al vantaggio economico-ambientale, è elemento di resilienza, determinando maggiore garanzia di continuità della disponibilità energetica rispetto alle fonti centralizzate e alle lunghe reti.

RIFIUTI
Carattere distintivo di tutte le amministrazioni è la gestione della raccolta, trattamento, recupero e riutilizzo delle materie dei rifiuti urbani e delle attività produttive, da cui dipende pulizia, igiene e decoro urbano, nonché una fetta della salubrità dell’ambiente urbano e una opportunità per nuove attività e nuova occupazione. Ad oggi non è ancora stato definito il nuovo Piano Regionale, che dovrebbe fissare la strategia generale di settore, ma permangono margini di azione delle Amministrazioni comunali e dell’Amiu Puglia su cui incidere col lo strumento dell’Ager. Dalla estensione della raccolta domiciliare porta a porta, con particolare attenzione alla frazione umida, al consolidamento di piattaforme di ulteriore selezione, alla costituzione di comunità di compostaggio e autoconsumo del compost, associato alla gestione del verde urbano e alle filiere agricole a Km 0. Ribadendo l’assoluta indisponibilità di area a qualsiasi forma di combustione di rifiuti o prodotti derivati, la Regione può e deve pianificare le forme più virtuose di gestione già praticate in tante altre realtà nazionali, introducendo una vera tariffazione puntuale premiale per i cittadini collaborativi e sistemi di controllo, anche alla fonte, per sanzionare i comportamenti illeciti. In sostanza, rivedere il piano se fosse già approvato nell’attuale proposizione, o comunque aggiornarlo attraverso una maggiore collegialità territoriale. Questo inciderà sul fenomeno dell’abbandono illegale di rifiuti, che ha raggiunto preoccupanti livelli nelle periferie e campagne, e che comunque richiede la programmazione di uno sforzo straordinario di raccolta e spazzamento finchè il fenomeno non sarà annullato. Uno sforzo utile da programmare è per la capillare informazione ai cittadini, indotti spesso all’abbandono di ingombranti dalla mancanza di informazioni sulla gratuità del servizio di ritiro o del conferimento in piattaforma.
Come si accennava sopra, appare necessaria una iniziativa sulla gestione di rifiuti artigianali e da piccola produzione industriale, spesso illegalmente conferiti nel circuito degli urbani. Ai sistemi di informazione e controllo risulterà utilissimo l’impegno dell’Amministrazione regionale per le misure di stimolo all’economia circolare, ovvero alla creazione di banche di materie seconde ove offerta e richiesta si incontrino. In questo ambito si potrebbe catalizzare un’azione di concerto con i consorzi Asi e nelle Zes per la fornitura di un servizio specifico alle imprese delle aree.
Da promuovere è anche la positiva esperienza dei Cafè-Repair, dove si svolge un servizio di prolungamento della vita degli oggetti prevenendo che diventino rifiuto, magari con l’introduzione innovativa del servizio di stampa 3D dei pezzi introvabili come ricambio. Ovviamente tutte le misure già presenti nella parte “riduzione della produzione” del nuovo piano rifiuti regionale possono e devono essere adottate investendo in coinvolgimento dei cittadini e delle imprese, nonché in risorse umane finanziabili con i risparmi della gestione rifiuti e ecotassa.

MOBILITÀ
La drastica riduzione del traffico, con tutti i vantaggi che ne derivano in qualità dell’aria e vivibilità, è ottenibile grazie ad un avanzato Piano regionale mobilità sostenibile, in cui particolre impulso organizzativo deve essre dato alla mobilità collettiva, ai piani di spostamento casa-lavoro, al car sharing e pooling, all’uso della bicicletta più che all’aumento della disponibilita di parcheggio dei mezzi individuali o all’incremento delle superfici viabili, scongiurando anche l’incremento di attrattori di traffico e il consumo massiccio di altro suolo. Da incrementare la rete di ricarica dei mezzi elettrici e la conversione all’elettrico dei mezzi pubblici e di servizio. Efficace risulterà la pianificazione, di concerto col settore commerciale, per spostare il deposito delle merci non deperibili di vendita al dettaglio fuori dei centri urbani, con consegna a domicilio tramite mezzi piccoli elettrici.

AREE PERIURBANE E CIRCUITI A KM 0
L’importanza e il valore economico dei servizi ecosistemici forniti alla città dalle aree periurbane è ormai definito in maniera puntuale dagli studi di Ispra, con i rapporti annuali sul consumo di suolo. La Puglia presenta un deprecabile fenomeno di concentrazione proprietaria di molte aree, dettato da appetiti edificatori espansivi che ormai non trovano più sostegno finanziario e mercato. Tali aree sono abbandonate al totale degrado, diventando deposito di rifiuti (e spesso piccole terre dei fuochi), rifornimento abusivo di legna da ardere e sede di devastanti incendi. In tal modo non solo non svolgono i sevizi ecosistemici di cui sopra, incidendo anzi negativamente sulla qualità dell’aria e climatica della città, ma costituiscono una privazione a possibili sviluppi di un’economia agricola e ludico-sportiva periurbana, viceversa capace di detrminare inclusione e lavoro, assorbire le matrici organiche di rifiuto della città e innescare i circuiti del biologico a Km 0. La Regione deve seguire le amministrazioni comunali ad attuare la norma regionale sul catasto delle aree abbandonate, ma deve farsi anche carico di una interlocuzione decisa con i proprietari di suoli per catalizzare la loro cura o il loro affido a iniziative sociali di valorizzazione agricola ecologica, specie se si è assunto un indirizzo urbanistico teso a scoraggiare ogni ulteriore espansione, sia pure già autorizzata.
Lo sviluppo di iniziative tipo cooperative sociali, Gas, circuiti a Km 0, deve essere sostenuto con strumenti di accompagnamento che scongiurino l’istaurarsi di quei fattori di insoistenibilità che in altre esperienze ne hanno causato il fallimento. Rilevante appare l’integrazione fra questi sitemi e le comunità energetiche, di cui si è già trattato.

QUALITÀ DELL’ARIA
Le misure già trattate hanno tutte un grado maggiore o minore di incidenza positiva sulla qualità dell’aria. Un focus specifico va dedicato, però, alla problematica delle fonti di emissione di cattivi odori, vera piaga per alcuni quartieri e per intere città e aree vaste. A parte le combustioni illegali di rifiuti, su cui alle misure già citate si può aggiungere un incremento del controllo e presidio del territorio, resta la questione delle grosse sorgenti di cattivi odori: depuratori urbani, impianti trattamento organico e sansifici, impianti smaltimento rifiuti, altre produzioni odorigene. Si tratta di chiudere la vicenda della norma regionale specifica e di renderla operativa quanto prima; ciò costringerà le principali sorgenti ad adattarsi con la realizzazione dei presisdi di abbattimento e contenimento, ma consentirà anche efficace azione agli organi di monitoraggio e controllo ambientale.
Particolare attenzione andrà dedicata anche alla combustione di biomasse, sia in campo, come pratica agricola, che in combustori industriali e domestici. Utile sarebbe un piano di accompagnamento alla tendenziale riconversione dei sistemi basati su processi combustivi verso quelli elettrici, specie se associato allo sviluppo delle rinnovabili di comunità nel Piano energetico ambientale regionale.

ENERGIA
La Puglia ha già pagato un rilevante costo ambientale allo sviluppo dell’eolico e fotovoltaico, a danno di paesaggio e suolo. La prossima stagione non può che essere indirizzata per intero alla riduzione delle superfici fotovoltaiche in campo, a fronte di un incremento di efficienza di quelle restanti e dello sviluppo di superfici solari sul costruito o sulle aree compromesse; contestualmente l’eolico dovrà fare i conti con gli eventi estremi, passando a versioni più piccole, resistenti e performanti, già disponibili. La forma organizzativa più resiliente in campo energetico sono le comunità di autoproduzione e autoconsumo, con l’impiego di nuovi sistemi di accumulo e scambio. L’obbiettivo di chiusura delle grandi centrali a combustibili fossili pugliesi diventa così perseguibile in tutte le forme di competenza regionale.

AGRICOLTURA POST XYLELLA
In primo luogo sono auspicabili liberi sviluppi scientifici sul caso del disseccamento rapido dell’ulivo, e sarebbe molto utile che le autorità regionali e fintosanitarie fornissero trasparenti elaborazioni dei dati dei monitoraggi. Si saprebbe esattamente quanti siano gli alberi con gravi sintomi, quanti con sintomi medi, quanti infetti, quanti infetti che non presentano sintomi, quanti alberi sono definitivamente morti (senza ricrescita alla base) e quanti di questi erano infetti. Insomma chiarezza ufficiale e non balletto mediatico o di questa quell’altra categoria detentrice di aspettative su scenari post epidemia (se tale è).
Anche le misure che oggi vengono sostenute, basate su massicci impieghi della chimica e abbattimenti di insicura efficacia, tranne che sul paesaggio e gli equilibri ecosistemici, meritano attente valutazioni costi ambientali/benefici, considerando tante altre filiere come quelle del biologico e dell’agriturismo e della sana alimentazione. Ma siccome questa ondata di abbattimenti pare non si possa arrestare, bisognerà fare molta attenzione agli appetiti di reimpianto intensivo nei terreni “liberati” dagli ingombranti ulivi secolari e millenari; ancora una volta devono essere oggettivamente considerati i fattori limitanti del clima mutato, della disponibilità d’acque, degli effetti ecosistemici e così via. L’impossibile non va nemmeno ventilato come prospettiva.

TARANTO
Invece di parlare solo dell’acciaieria, lo sforzo di progettazione andrebbe spostato su uno scenario di area, magari spendendo più tempo nella ideazione di due possibili scenari evolutivi: una senza l’acciaieria nell’attuale conformazione produttiva, modifiche interne a parte, e una che include la sua permanenza.
Infatti, le dinamiche che determineranno, anche alla luce della recente sentenza della Corte europea, la permanenza produttiva della ArcelorMittal o la sua irrimediabile definitiva chiusura, non dipendono se non in minima parte effettivamente dalle politiche regionali, rimanendo in larga parte di competenza nazionale o della magistratura. Si può spingere, ma non imporre. Lo sviluppo cimplessivo dell’economia del territorio, invece, può essere il larga parte stimolata, orientata, accompagnate e sostenuta. Si tratta di deciderlo e coordinare risorse e sforzi.
Alcune elaborazioni sono già state effettuate, anche da pezzi di istituzioni, che vedono connessioni di sviluppo alternative o fortemente complementari all’acciaieria; alcune si conciliano anche con interessanti ipotesi di diverso utilizzo di alcune strutture (vedi la copertura parchi) ove mai completate prima dell’eventuale abbandono della produzione.
In ogni caso sarà di precipua competenza regionale potenziare le strutture di controlo ambientale e sanitario dell’area tarantina, in maniera che ogni sorta di rischio possa essere prontamente identificato e portato all’attenzione delle autorità con poteri di intervento e prescrittivo.

IL MARE E LA PLASTICA
I due elementi sono legati fra di loro, essendo il mare pugliese il principale recettore della plastica dispersa in ambiente. In termini di miglioramento della fruibilità ludico-turistica, le misure sulla depurazione e riutilizzo delle acque avrebbero notevole incidenza nel mantenere la componente biologico-igienica ad alti livelli di qualità. Idem dicasi per le azioni relative alla gestione rifiuti sulla presenza di plastica in acqua e sulle spiagge. Necessita, altresì, poter disporre di una più capillare pulizia sistematica dei litorali e della fascia marina costiera attraverso mezzi idonei e la collaborazione, già avviata, del settore pesca, puntando anche sul coinvolgimento di tutti i settori nautici, da diporto e commerciali. La lotta all’erosione costiera, per quanto impari verso l’innalzamento, va comunque condotta con ogni mezzo efficace e ben studiato, evitando gli errori del passato con barrieramenti a effetto opposto.

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